La crisi che non si può tacere e non si può raccontare. L’ultimo lavoro di Deflorian-Tagliarini

Deflorian-Tagliarini - ce ne andiamoQuattro anziane signore greche che, in modo composto e dignitoso, si tolgono la vita. Si sono viste dimezzare la pensione, la mutua non paga più le loro medicine e loro decidono di farla finita e, in questo modo, di lasciare quel poco destinato a loro a chi ne ha bisogno. È da questa immagine che parte «Ce ne andiamo per non darvi altre preoccupazioni», il nuovo lavoro di Daria Deflorian e Antonio Tagliarini in collaborazione qui con Monica Piseddu e Valentino Villa. Anzi, che “non parte”, perché lo spettacolo inizia con l’ammissione di un fallimento: l’impossibilità di mettere in scena questa storia, che anche se inventata (è tratta dall’incipit di un romanzo giallo di Petros Markaris) tratteggia in modo incredibilmente preciso il nodo di disperazione che si avvita nelle biografie dei cittadini più poveri dell’Europa erosa dalla crisi economica. Di quel “vero”, sembrano dire i quattro attori, non si può parlare. Non lo si può fare con i mezzi dello spettacolo, cercando di costruire il drammatico attraverso il retorico, cercando la celebrazione nella scontata adesione “politica” del pubblico, nei meccanismi di un dramma che essendo confratello della nostra attuale condizione – l’Italia finirà come la Grecia? – non può che far leva sulle nostre insicurezze quotidiane.

Lo spettacolo vampirizza e allora che lo spettacolo non ci sia. Ma anche raccontare le ragioni del “no”, alla fine, significa dire, parlare, in definitiva raccontare. Certo, ci troviamo in un gioco drammaturgico per cui gli attori fingono di aver mandato a monte lo spettacolo, incarnando quel personaggio svanito e senza storia – che quasi coincide col performer – caro al teatro post-drammatico, dove si va in scena semplicemente (si fa per dire) in quanto se stessi. È nient’altro che un artificio retorico, si potrebbe dire. Eppure uno scarto si crea per davvero. Perché in questo squadernamento della scatola drammatica torna la possibilità di raccontare. Magari lasciando i pensieri schizzare da altre parti, come faremmo noi seduti in platea ascoltando una notizia o leggendo un libro, magari un libro che parla di quattro donne che si tolgono la vita perché non hanno più di che campare dignitosamente. Come fa da esempio Monica Piseddu, che racconto l’orrore di sentirsi contenta all’apprendere la notizia dell’attentato a un esponente di Equitalia. Finzione, certo, ma anche rottura della finzione.

Il teatro di Deflorian-Tagliarini sembra indirizzarsi tutto in questo sforzo: avvicinarsi al dramma senza cadere nella retorica, ma senza nemmeno restare troppo distanti, al sicuro, nel freddo del dispositivo scenico che “parla al posto dei parlanti”. Non a caso i loro spettacoli partono sempre da qualcosa che è già un oggetto d’arte, una realtà già mediata (la danza di Pina Bausch, gli scritti di Warhol, i reportage di Szczygieł) e da lì lasciano detonare il ragionamento, il racconto, l’emozione. Giocando col frammento come un prisma, com’è caro alla scena post-moderna; sciogliendo il personaggio nel suo simulacro evanescente, come avviene nel post-drammatico; ma allo stesso tempo recuperando il “caldo” del racconto, l’emozione del dire. Che nella seconda parte dello spettacolo sfocia nell’impennata imprevista di una scena dove i quattro protagonisti, colti dalla nevrosi di non riuscire a portare a termine il lavoro, cominciano ad insultarsi a vicenda. Un guizzo tutto poggiato sulla recitazione che ci ricorda come il filo sottile su cui cercano di muoversi i quattro attori, quello del raccontare senza enfatizzare, far capire senza ammiccare, può reggersi soltanto su un solido mestiere dell’attore, anche quando questo sembra capitare sulla scena “per caso”, a raccontarti i fatti suoi. E tra le luminose presenze di Daria Deflorian e Monica Piseddu – due delle più brave attrici del nostro teatro – e quelle rigorose e allo stesso tempo stralunate di Antonio Tagliarini e Valentino Villa, di mestiere dell’attore sul palco del Palladium (dove lo spettacolo ha debuttato per il Romaeuropa festival) ce n’era da vendere.

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