Raccontare una rivoluzione. «Pictures from Gihan» dei Muta Imago

muta imago - pictures of gihanCon «Pictures from Gihan», presentato in prima nazionale al Teatro Quarticciolo nell’ambito del Romaeuropa Festival, i Muta Imago trovano un’importante quadratura tra la cifra del loro passato e quella del loro presente. Sul palco troviamo i due fondatori del gruppo, Claudia Sorace e Riccardo Fazi, regista e drammaturgo, nuovamente sulla scena dopo il fortunato «(a+b)3», alle prese con la rivoluzione egiziana del 2011, dalla deposizione di Mubarak a quella di Morsi, nell’estate del 2013. Rivoluzione tradita o rivoluzione salvata dai militari, vista la deriva islamista del presidente eletto? Sono questi gli interrogativi che aleggiano nel corso dello spettacolo, costruito con una serie di pannelli che accolgono le proiezioni di immagini di repertorio, in una scena altrimenti immersa nel nero, e delle sonorizzazioni realizzate in diretta ai microfoni, quasi ci trovassimo negli studi radiofonici degli anni Cinquanta mentre è in corso l’incisione di uno spettacolo sonoro. In effetti, l’imprinting del radiodramma c’è tutto in questo nuovo lavoro che segue «In Tahrir», performance sonora e prima tappa della compagnia attorno alla primavera araba in Egitto, nato in seno al progetto «Wake Up» del Teatro di Roma.

Al centro di «Pictures from Gihan», tuttavia, non c’è davvero la politica egiziana, ma la difficoltà di vederla da qui, dall’Europa. Ciò che raccontano i Muta Imago è la difficoltà di informarsi su questo evento che scuote le nostre coscienze ma resta evanescente nel racconto dei media e troppo frammentario in quello dei social network, da cui arrivano eco frammentate di una rivolta che sembra impossibile capire fino in fondo. Rivoluzione? Deriva islamica? Colpo di stato militare? Sollevamento popolare? Sono tutte categorie che, nel nostro immaginario hanno una connotazione ben precisa, in positivo o in negativo, che nel caso egiziano sembrano invece sempre più sfumate. Ciò che fanno i Muta Imago è riverberare, con suoni, parole e immagini di repertorio, questi interrogativi insoluti. E lo fanno raccontando la difficoltà di capire, di entrare in una realtà che non è la nostra, di maneggiare una materia ancora così calda e distante da noi. Come? Raccontando la difficoltà di avvicinarvisi. I rapporti discontinui con la blogger Gihan, che ha raccontato i moti del 2011 come il colpo di stato del 2013, che non sempre risponde ai messaggi. Quelli più semplici, ma altrettanto incerti con Giuseppe, giornalista italiano che vive al Cairo. E i mille interrogativi sull’andare o non andare a toccare con mano: prendiamo i biglietti? Meglio di no, adesso, hanno istituito il coprifuoco.

«Pictures from Gihan» è una riflessione con i mezzi dell’arte su come è possibile o non è possibile toccare la materia viva di una rivoluzione (come fu, su tutt’altri temi e registri, il «Teatro di Guerra» di Martone). Quasi un documentario teatrale su uno spettacolo impossibile, secondo una formula già sperimentata dai Motus con i riot in Grecia o da formazioni nordeuropee come i Rimini Protokoll, in cui più che il dramma si racconta dei tentativi di avvicinarsi al dramma. I Muta Imago però la fanno propria, adattandola a un registro stilistico personale, quasi un marchio di fabbrica della compagnia. Creando un percorso in linea con i rovelli artistici di altri linguaggi come quello dell’autofiction letteraria.

È importante rilevare, infine, come i Muta Imago, dopo un recente passato in cui la compagnia aveva puntato sulla monumentalità della visione con risultati più incerti, sia tornata a riscoprire la potenza evocativa di un’immagine più minimale, di una composizione scenica rigorosa ma al contempo legata alla sfera dell’umano. Che ci riguarda. Qualcosa che è nel Dna di questa formazione romana, ma che non segna affatto un ritorno al passato: piuttosto una luminosa proiezione verso il futuro.

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1 commento su “Raccontare una rivoluzione. «Pictures from Gihan» dei Muta Imago”

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