Scrivi solo dieci righe. “Lemnos” di Bluemotion

ph Federico Pitto

Dieci righe per esprimere un abisso. Quello della reclusione, della perdita degli affetti, dell’umiliazione. Dieci righe era il massimo concesso ai detenuti politici greci, mandati al confino su isole remote durante la guerra civile che si protrasse fino al 1949, ben oltre la fine della seconda guerra mondiale, e vide la sistematica persecuzione di comunisti, partigiani e di gente qualunque semplicemente sospettata di esserlo. Tra questi molti artisti, come il poeta Ghiannis Ritsos, che a questa limitazione del contatto con il mondo dedicò una poesia, un esortazione, un monito: scrivi solo dieci righe. Si racconta che Ritsos, poeta simbolo della resistenza ellenica, avesse sviluppato durante la prigionia una qualità da amanuense bizantino, riuscendo a condensare nello spazio imposto delle vere e proprie missive. Rimpicciolire la forma per dare spazio alla sostanza. Un altro gesto di resistenza.

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La mente è un buco nero. “Rimbambimenti” di Andrea Cosentino

Nel giorno in cui ricorrevano i cento anni dalla nascita di Kurt Vonnegut, l’11 novembre 2022, data carica di ricorrenze numeriche, Andrea Cosentino metteva in scena “Rimbambimenti”, uno spettacolo sul tempo che, oramai lo sappiamo, non esiste, o non è detto che esita come noi lo pensiamo. Potrebbe essere l’incipit di un racconto, lo è di questa recensione, e per un motivo preciso. Vonnegut è il padre di Billy Pilgrim, il protagonista di “Mattatoio n°5” che possiede la facoltà di saltare nel tempo, ma lo fa senza una precisa volontà, finendo per addentrarsi come un vagabondo in un labirinto temporale, fatto di vicoli ciechi e luoghi ritornanti. D’altronde già agli inizi degli anni Sessanta, con Ballard, la fantascienza più letteraria e postmoderna aveva ribaltato il suo campo di indagine, passando dall’esplorazione dell’outer space, lo spazio profondo, all’inner space, lo spazio interiore, la psiche, la foresta di simboli e mistero che è la mente umana. Andrea Cosentino convoca invece sul palco un’altra celebre immagine fantascientifica, di origine cinematografica più che letteraria, ma non per questo meno gravida di significati e simbologia: Hal, il computer impazzito di “2001 Odissea nello spazio”, che mentre viene disattivato dall’astronauta David regredisce a una sorta di stadio infantile – hanno un’infanzia le intelligenze artificiali? – e canta, in modo sempre più distorto, giro giro tondo. Se Billy Pilgrim è un reduce della seconda guerra mondiale e il suo saltare nel tempo presumibilmente allude alla mente in frantumi dei soldati che vivono lo stress post-traumatico della guerra, la regressione di Hal apre a una più generale riflessione sul tempo e il senso stesso della vita, la sua connessione con l’universo, che si materializzerà nella lunga lisergica sequenza finale del film.

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Il Ministero della Solitudine è già realtà. L’ultimo spettacolo de Lacasadargilla

ph Claudia Pajewski

Viviamo un tempo in cui la realtà sa essere più assurda della fantasia. E così, quando ci si ritrova di fronte a un lavoro intenso, cupo, che affonda le mani nella materia del presente senza guanti come è “Il ministero della solitudine”, si finisce per restare storditi dall’idea che possa esistere un apparato statale designato con tale nome e tali funzioni, eppure è proprio così. L’inghilterra ha davvero istituito un simile ministero nel 2018, con l’obiettivo di contrastare una piaga dilagante delle società a capitalismo avanzato come la sua, che affligge soprattutto i più fragili, gli anziani, i malati, le persone con disagio psichico più o meno lieve, in una spirale di cause ed effetti difficile da dirimere. Deve essere suonato come una provocazione poetica questo linguaggio, in realtà di natura burocratica, alle orecchie di Lisa Natoli e Alessandro Ferroni, registi della compagnia Lacasadargilla, e degli attori coinvolti che hanno provato a dare forma teatrale a quella provocazione con l’aiuto di un drammaturgo di esperienza e valore come Fabrizio Sinisi.

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Il primate che inventava storie. “L’Angelo della Storia” di Sotterraneo

ph da sotterraneo.net

L’Angelo della Storia, mutuato da un quadro di Paul Klee, non è soltanto una delle immagini più note che Walter Benjamin ci ha lasciato nella sua riflessione filosofica, è anche una di quelle più dolorose e, per certi versi, più legate all’umano. Il filosofo della vertigine dei Passages, dell’opera d’arte che perde la sua aura nel momento in cui viene riprodotta in centinaia o migliaia di copie, mette in questa immagine tutto il suo spirito umanista di marxista eterodosso, concependo il progresso – il mito del positivismo ottocentesco, ma anche del capitalismo e del socialismo – come una bufera che non consente all’angelo di fermarsi a contemplare e forse, se non risolvere, mitigare una catastrofe che non solo incombe sul mondo, ma peggiora, si ingrandisce, continua a mietere vittime. Il progresso che spiana la strada dei popoli passa senza remore sulla vita dei singoli e Benjamin, per la prima volta, inceppa con un’immagine eloquente quel meccanicismo che, passando per Hegel e Marx, ha accompagnato una certa lettura della storia e delle cose del mondo. È una piccola rivoluzione, un atto di protesta, che in fondo non abbiamo ancora assimilato: per quanto si parli di complessità, il pensiero e (più ancora) la comunicazione umana sono ancora prigionieri di una logica binaria, dove criticare un pensiero significa automaticamente collocarsi al suo opposto, e dove persiste l’idea di un’accumulazione infinita. Oggi, forse, solo la crisi climatica e l’Antropocene hanno finalmente scardinato, e solo parzialmente, questo automatismo, mettendoci di fronte alla finitezza delle risorse, dell’ambiente, e al fatto che forse il futuro non è più la “terra promessa” e, anzi, potrebbe verificarsi lo scenario in cui il futuro semplicemente non sarà, almeno per la nostra specie.

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Per un teatro della riflessione filosofica. “Se salissimo un gradino” di Garbuggino-Ventriglia

Dopo aver vestito i panni di Mozart e Salieri, che attorno a un tavolo consumavano la loro relazione di soggetti opposti e complementari, divorati il primo dal genio e l’altro dall’invidia (la traccia non è quella della realtà storica, ma dell’iconografia della coppia immaginata da Puskin), Gaetano Ventriglia e Silvia Garbuggino tornano allo stesso tavolo, con un dispositivo scenico pressoché identico, immaginato per entrambi i lavori da Attilio Scarpellini, tra le firme più autorevoli della critica qui alle prese con una particolare rottura della quarta parete, quella che porta un osservatore di lungo corso del teatro a vestire i panni del regista. È una rottura discreta, riflessiva, tutt’altro che sfrontata, compiuta in sottrazione e a servizio di una delle coppie teatrali maggiormente “fuori schema” della scena italiana. Lunari, in certi momenti rarefatti, per poi lasciarsi accendere da un un furore interpretativo mai eccessivo, mai estroflesso, Garbuggino-Ventriglia sono per certi versi la coppia perfetta per quello che sembra essere l’intento principale di questa doppia operazione a tripla firma: riportare il teatro a una dimensione da accademia peripatetica, di indugiata riflessione filosofico morale, dove il dialogo – forma principe di questa connessione tra arte e speculazione, come già aveva intuito (e statuito) Leopardi nelle sue operette – resta la forma principale attraverso cui far emergere tanto il “vero” quanto il “dubbio”. Già, perché a differenza dei precedenti illustri, la coppia d’attori in scena e il drammaturgo che aleggia su di essa non hanno soluzioni da proporre, siano esse luminose o dolorose, quanto la necessità di utilizzare alcune grandi riflessioni del passato per generare una forma di dubbio critico sul presente.

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Voi come state? “Il Capitale” di Kepler-452

ph Luca del Pia

Come si fa a mettere in scena il Capitale di Marx, un libro che probabilmente nessuno ha mai letto per intero nemmeno tra quelli che lo citano? Opera monstre, ma anche base “scientifica” del marxismo internazionale, forse più che un manuale, nel tempo, il Capitale è diventato un simbolo. E allora evocarlo significa fare gesti simbolici – come la lettura integrale alla Biennale di Venezia diretta da Okwui Enwezor – oppure sbattere nel mezzo della scena la sua contraddizione. Forse il fatto che in pochissimi leggano un libro che è stato generativo di concetti che hanno segnato oltre un secolo di storia, di parole che parliamo tutt’oggi, è lo specchio di uno stato delle cose che riguarda la sinistra italiana, allo stesso tempo memore e immemore dei suoi tratti identitari, delle sue questioni più profonde. Sappiamo che sono il lavoro e le sue dinamiche a garantire o meno reddito e dignità, a reggere i rapporti di potere, ma quanto si tratta di affrontare politicamente questi rapporti il tema del Capitale e del lavoro diventano magicamente formule astratte: altre priorità, altre questioni più urgenti, altri sofismi da realpolitik finiscono per occupare lo spettro del possibile.

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Le ceneri del tempo. “Ashes” di Muta Imago

ph. Claudia Pajewski

Lo si può ascoltare, chiudendo gli occhi, lasciandosi andare al flusso sonoro come facciamo con la radio, ma con in più il raccoglimento, la concentrazione fetale e creativa che è possibile solo nella sala teatrale. Oppure si possono osservare i gesti e le espressioni dei cinque performer – due attrici, due attori e un musicista – che producono quesi suoni, osservarli come in un gioco di squadernamenti, che rivela la macchina sonora non tanto per smascherare il meccanismo emotivo, quanto per amplificarlo. “Ashes” dei Muta Imago, la formazione guidata da Claudia Sorace e Riccardo Fazi, è stato uno degli spettacoli più sorprendenti dell’edizione 2022 di Short Theatre (almeno della prima parte, quella che sono riuscito a seguire).

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Shakespeare reboot. “R+G” di Cordella/Fermariello e “Otello” di Kinkaleri

illustrazione di Alessandro Gottardo per lo spettacolo “R+G”

Le drammaturgie di Shakespeare, si sa, costituiscono un universo immaginativo che sembra non smettere di riverberare sul presente e questo le rende allo stesso tempo una fonte inesauribile per i teatranti ma anche, inevitabilmente, un possibile passo falso. Giacché se è vero che le storie e personaggi ci parlano subito, è anche vero che questa rete di sicurezza può finire per rivelarsi controproducente e affossare l’idea che sorregge lo spettacolo. Quando invece emerge una cornice, un’angolatura precisa attraverso cui inquadrare i classici, questi rivelano ancora una volta tutta la loro forza.

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All’ombra della Fornace. La Festa della Poesia a Valle Cascia

Qualche sera fa con Roberto Paci Dalò, musicista straordinario e cospiratore poetico di lungo corso, riflettevamo sul senso dei festival, provando a mettere in fila delle idee che lui ha sintetizzato con una formula che potrebbe suonare persino ovvia, se non fosse spesso distante dalle esperienze che ultimamente si fanno nelle varie manifestazioni teatrali, musicali, poetiche: “in fondo un festival deve soltanto essere un aggregatore di persone e di ragionamenti”. Aggiungo io, nella maniera più rilassata e piacevole possibile, affinché ci sia modo di far respirare quegli incontri e quelle idee.

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Enoch Marella e la filologia petroliniana

La maschera per eccellenza del teatro romano è un’inventore di maschere come Ettore Petroli, al quale Enoch Marrella ha dedicato un progetto molto bello andato in scena in questi giorni al Teatro Trastevere, intitolato “Petrolini & friends” che ne recupera il lato più inquieto e sperimentale da punto di vista fisico, mimico, recitativo. Un lavoro filologico impressionante, con punte di virtuosismo, che attraversa nonsense e comicità popolare, vertigini di giochi di parole e abissi di “imbecillità” invocata come massima vetta della poesia estemporanea. Amato da Aldous Huxley e Gordon Craig, Petrolini è stato davvero quella supermarionetta di cui parlava il regista inglese e per di più in un contesto – l’italietta fascista – dove il teatro non si poteva affrancare dalle necessità dello “spettacolo” e dell’intrattenimento.

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