Archivi tag: Romaeuropa festival

Che posto ha la tragedia in un mondo che non ha più il senso del tragico? Breve ragionamento attorno alla maratona teatrale di Jan Fabre

Jan Fabre - Mount Olympus

“Ma ti è piaciuto?”. La domanda me l’ha posta un amico alla fine di Mount Olympus, la maratona teatrale di Jan Fabre sulla tragedia greca, che si è svolta al Teatro Argentina dell’ambito del Romaeuropa Festival. Travolto da un finale rutilante, osannato con 40 minuti di applausi da un pubblico in delirio, e con addosso un senso di torpore che andava ben oltre la spossatezza e il sonno, non ho saputo rispondere. Sulla base di cosa? Di quello che ho visto? O di quello che ho vissuto in 20 delle 24 ore della maratona? (ho fatto una pausa tra le 7 e le 11 del mattino).

Ridurre il teatro al “mi piace” o “non mi piace” mi è sempre sembrato riduttivo, ma mai come in questo caso è qualcosa di totalmente fuorviante, anche perché “quello che ho visto” e “quello che ho vissuto” non sono esattamente la stessa cosa. Si sovrappongono, si compenetrano, si intersecano ma restano due elementi che non possono essere interscambiati. E questo è già un aspetto importante dell’opera del regista belga, che non può essere affrontata solamente con i criteri dello spettacolo. Continua a leggere Che posto ha la tragedia in un mondo che non ha più il senso del tragico? Breve ragionamento attorno alla maratona teatrale di Jan Fabre

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Yes We Dead – lo zombi politico di Elvira Frosini e Daniele Timpano

Frosini-Timpano - zombitudine

Questo testo è stato usato come accompagnamento al programma di sala dello spettacolo Zombitudine, in programma al Romaeuropa Festival 2014, fino al 28 novembre al Teatro dell’Orologio di Roma. (La foto è di Sefora Delli Rocioli)

“Gli zombi siamo noi”, dicono Elvira Frosini e Daniele Timpano. Siamo noi i morti viventi che affollano gli uffici, le strade, i centri commerciali e persino i teatri. Portiamo visibili sul nostro corpo i segni del disfacimento da cui pure ci sentiamo braccati, assediati come il classico drappello di sopravvissuti degli zombie-movie, ultima sparuta minoranza umana in un mondo di morti. E se la nostra umanità fosse svanita? Se la linea di demarcazione tra il dentro e il fuori, peraltro già sottile, si fosse completamente dissolta? Se la barbara orda famelica e la minoranza che resiste non fossero altro che ruoli che ci scambiamo di volta in volta? Continua a leggere Yes We Dead – lo zombi politico di Elvira Frosini e Daniele Timpano

Riflessioni attorno alla “chiusura” del Teatro Palladium

Teatro PalladiumQuella del Teatro Palladium è in un certo senso una “tragedia” annunciata. L’estromissione, ad oggi, del Romaeuropa festival dalla gestione del teatro di Garbatella, di proprietà dell’Università di Roma Tre, era leggibile già da diverse settimane. Solo che gli assessorati competenti hanno preferito non affrontare direttamente il discorso. Dopo aver lasciato nell’incertezza la struttura, obbligata a cancellare la stagione in assenza di mezzi, la Regione Lazio ha sbandierato a suon di comunicati che una soluzione si era trovata: il Palladium sarà sede di un importante progetto di formazione. Quale, non si sa ancora.

Il 7 febbraio la Fondazione Romaeuropa ha convocato una conferenza stampa per comunicare la sua versione dei fatti, e raccontare i risultati raggiunti in dieci anni. Decine di migliaia di presenze, artisti internazionali del calibro di Peter Brook e Akram Khan, glorie nostrane come Barberio Corsetti, Emma Dante, Massimiliano Civica, gli Artefatti, l’apertura al teatro indipendente e di nuova generazione come Babilonia, Sotterraneo, Timpano, Calamaro, Fibre Parallele e tanti altri. Cifre impressionanti, nomi ragguardevoli. Ma, si potrebbe dire, non ce n’era bisogno. Non c’era bisogno di raccontarlo perché che Romaeuropa sia un’eccellenza cittadina e nazionale è evidente a tutti. In dieci anni è riuscita a conquistare un pubblico vario e vasto, legandolo a uno spazio peculiare come il Palladium, trasformando Garbatella in un tassello irrinunciabile della geografia dell’arte contemporanea a Roma. Continua a leggere Riflessioni attorno alla “chiusura” del Teatro Palladium

La scatola e il contenuto 2 – La stagione cancellata del Teatro Palladium

cancellata-stagione-palladiumIl Teatro Palladium annulla la stagione 2014 e lascia orfana Roma di un teatro che in un decennio ha portato sul palco della Garbatella nomi storici come Peter Brook, la ricerca italiana come Valdoca e Raffaello Sanzio e la nuova scena, dai Babilonia Teatri a Daniele Timpano. L’ha fatto con una coerenza rara, riuscendo cioè a disegnare un filo di pensiero e di programmazione prezioso e unico, in grado di tenere assieme questi mondi con coerenza.
È quindi più che doveroso indignarsi per questa chiusura, che ha il suo unico responsabile nella gestione miope e oramai autolesionista che le amministrazioni pubbliche stanno tenendo da diversi anni. Il Palladium cancella la stagione (leggi il comunicato) perché i contributi pubblici locali del 2014 non sono stati confermati. Non solo non si programma con un anno d’anticipo, come accade ad esempio in paesi come la Francia, ma addirittura non si sa se il teatro che dovrebbe esistere tra 10 giorni – tanto poco manca all’inizio del nuovo anno – può avere luogo o meno. Nel frattempo gli operatori si indebitano, esponendosi con le banche, come abbiamo visto di recente per il Teatro di Roma, apprendendo con apprensione che 150.000 euro all’anno di soldi pubblici se ne vanno in interessi bancari a causa della mala gestione degli stessi finanziamenti, erogati con insopportabile ritardo proprio da quel settore pubblico che chiede oggi rigore e moralizzazione nella spesa. Continua a leggere La scatola e il contenuto 2 – La stagione cancellata del Teatro Palladium

La crisi che non si può tacere e non si può raccontare. L’ultimo lavoro di Deflorian-Tagliarini

Deflorian-Tagliarini - ce ne andiamoQuattro anziane signore greche che, in modo composto e dignitoso, si tolgono la vita. Si sono viste dimezzare la pensione, la mutua non paga più le loro medicine e loro decidono di farla finita e, in questo modo, di lasciare quel poco destinato a loro a chi ne ha bisogno. È da questa immagine che parte «Ce ne andiamo per non darvi altre preoccupazioni», il nuovo lavoro di Daria Deflorian e Antonio Tagliarini in collaborazione qui con Monica Piseddu e Valentino Villa. Anzi, che “non parte”, perché lo spettacolo inizia con l’ammissione di un fallimento: l’impossibilità di mettere in scena questa storia, che anche se inventata (è tratta dall’incipit di un romanzo giallo di Petros Markaris) tratteggia in modo incredibilmente preciso il nodo di disperazione che si avvita nelle biografie dei cittadini più poveri dell’Europa erosa dalla crisi economica. Di quel “vero”, sembrano dire i quattro attori, non si può parlare. Non lo si può fare con i mezzi dello spettacolo, cercando di costruire il drammatico attraverso il retorico, cercando la celebrazione nella scontata adesione “politica” del pubblico, nei meccanismi di un dramma che essendo confratello della nostra attuale condizione – l’Italia finirà come la Grecia? – non può che far leva sulle nostre insicurezze quotidiane. Continua a leggere La crisi che non si può tacere e non si può raccontare. L’ultimo lavoro di Deflorian-Tagliarini

Raccontare una rivoluzione. «Pictures from Gihan» dei Muta Imago

muta imago - pictures of gihanCon «Pictures from Gihan», presentato in prima nazionale al Teatro Quarticciolo nell’ambito del Romaeuropa Festival, i Muta Imago trovano un’importante quadratura tra la cifra del loro passato e quella del loro presente. Sul palco troviamo i due fondatori del gruppo, Claudia Sorace e Riccardo Fazi, regista e drammaturgo, nuovamente sulla scena dopo il fortunato «(a+b)3», alle prese con la rivoluzione egiziana del 2011, dalla deposizione di Mubarak a quella di Morsi, nell’estate del 2013. Rivoluzione tradita o rivoluzione salvata dai militari, vista la deriva islamista del presidente eletto? Sono questi gli interrogativi che aleggiano nel corso dello spettacolo, costruito con una serie di pannelli che accolgono le proiezioni di immagini di repertorio, in una scena altrimenti immersa nel nero, e delle sonorizzazioni realizzate in diretta ai microfoni, quasi ci trovassimo negli studi radiofonici degli anni Cinquanta mentre è in corso l’incisione di uno spettacolo sonoro. In effetti, l’imprinting del radiodramma c’è tutto in questo nuovo lavoro che segue «In Tahrir», performance sonora e prima tappa della compagnia attorno alla primavera araba in Egitto, nato in seno al progetto «Wake Up» del Teatro di Roma. Continua a leggere Raccontare una rivoluzione. «Pictures from Gihan» dei Muta Imago

Soprattutto l’anguria. Civica mette in scena Pirozzi

Eravamo abituati alle regie in sottrazione, eppure precise e illuminanti, di Massimiliano Civica. Un approccio che, andando a eviscerare i contenuti profondi delle parole è riuscito, nel caso di classici shakespeariani come “Il mercante di Venezia”, a ripulire il testo dalle polveri del tempo (e della recitazione classica) e metterlo sotto una nuova luce. La domanda che però nasceva di seguito è: come funzionerebbe tutto questo con un testo contemporaneo? La risposta ce la fornisce Soprattutto l’anguria, una drammaturgia di Armando Pirozzi messa in scena da Civica al Teatro Argentina, per il Romaeuropa festival. Ed è una risposta di grande livello artistico. Continua a leggere Soprattutto l’anguria. Civica mette in scena Pirozzi

Il teatro è un atto di magia. Massimiliano Civica mette in scena Armando Pirozzi

Uno degli eventi di punta dell’apertura della nuova stagione è certamente “Soprattutto l’anguria”, un testo di Armando Pirozzi che va in scena al Teatro Argentina per la regia di Massimiliano Civica. Parliamo di “evento” non tanto per il suo valore mondano, quanto perché si tratta di un’operazione insolita, ma importante: due grandi soggetti teatrali – Il Teatro di Roma e il Romaeuropa Festival – si coordinano per sostenere uno spettacolo di drammaturgia contemporanea italiana. “Soprattutto l’anguria” è infatti un lavoro inedito, per quanto finalista al Premio Riccione, scritto da un giovane drammaturgo ancora sconosciuto al grande pubblico. E questo tipo di spettacolo non ha molta cittadinanza nei palcoscenici di grande caratura dell’odierna Italia teatrale. Come mai? Perché troppo spesso viviamo nell’illusione che solo il repertorio e la tradizione (o, in mancanza, il grande nome) siano in grado di solleticare l’attenzione del grande pubblico – una convinzione insipida, che di solito ne nasconde una più pericolosa, quella cioè che il teatro non sia più in grado di parlare del presente.

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Il teatro del Novecento e la volontà di potenza. Jan Fabre e Romeo Castellucci

Lo spettacolo «Prometheus – Landscape II» di Jan Fabre è stato una delle delusioni più grandi della Biennale Teatro di Venezia. Programmato anche al Romaeuropa festival, lo spettacolo sembrava riassumente dentro di sé quanto di retorico si stanno lasciando alle spalle gli esponenti della stagione artistica cui Fabre appartiene. Da questo punto di vista è uno spettacolo esemplare: perché i performer e i danzatori che lo hanno portato in scena erano di una bravura strepitosa; perché la sapienza registica era evidente; perché pur privo di struttura narrativa i tempi dello spettacolo erano perfetti e senza sbavature. Ma nonostante ciò lo spettacolo celebrava essenzialmente il vuoto. Non tanto perché l’idea di fondo – l’associazione mito-fuoco-peccato – fosse banale in sé, quanto perché ci mette di fronte a qualcosa di talmente evidente e già visto che, se presentato senza il benché minimo approfondimento, esso risulta necessariamente vuoto. E non nel senso di un’organizzazione del vuoto (come Lacan definiva l’arte), quanto di una sua pura decorazione, per giunta molto estetizzante. Un pretesto per il carnevale dionisiaco che Fabre ha voluto affrescare con tanta perizia e nessuna poesia.
Dopo il breve monologo iniziale, eseguito a sipario chiuso a mo’ di introduzione, in cui ci si domandava se la nostra società ha ancora bisogno di eroi (la parte più pregevole dello spettacolo), il resto del lavoro ruota attorno alla figura di un Prometeo palestrato che sembra uscito dalle pagine patinate di una rivista glamour, appeso a una croce di funi che più che un supplizio fa pensare a una pratica bondage. L’associazione non è sarcastica, perché le sequenze orgiastiche che seguono le frasi di Prometeo, il siparietto nazista e le gestualità masturbatorie (in senso letterale) non lasciano spazio, purtroppo, a nessuna ambiguità. Si tratta però di una provocazione che non provoca, di uno scandalo che non scandalizza più nessuno, perché assume forme talmente viste da risultare glamour (la pubblicità e la moda non usano forse gli stessi codici?). Continua a leggere Il teatro del Novecento e la volontà di potenza. Jan Fabre e Romeo Castellucci

Il teatro sradicato. Muta Imago presenta Displace

Lo spettro della fine aleggia sul teatro italiano. Sembra un commento apocalittico e invece è solo una constatazione di un convergere di poetiche diverse su un tema costante: il crollo del presente. La nuova scena, dal Teatro Sotterraneo ai Santasangre fino a Babilonia Teatri sembra affascinata da questo crollo e allo stesso tempo impossibilitata a distogliere le sguardo. Ora tocca ai Muta Imago, da circa un anno alle prese con il progetto «Displace» che ha debuttato nella sua seconda tappa a novembre al Teatro Vascello per il Romaeuropa festival. E il fatto che tutti questi nomi appartengano alla generazione dei trenta-quarantenni, quella che si è affacciata alla vita adulta mentre ogni cosa che sembrava inamovibile – istituzioni, realzioni umane, sistemi economici – sembrano sfarinarsi al primo tocco, non può certo essere un caso.
«Displace» si apre con una visione impattante, di crollo, accompagnata dal canto del soprano Ilaria Gargani, e con un’altra visione di impatto si chiude: il pavimento della scena che, sollevandosi e ripiegandosi, si trasforma nell’ipotetica prua di un’immensa nave pronta a salpare allontanandosi dal disastro. Nel centro una coreografia di luci e polvere agita da quattro performer – Anna Basti, Chiara Caimmi, Valia La Rocca, Cristina Rocchetti – che si muovono per una scena grigia e scura, una pesaggio lunare e allo stesso tempo antico, che sembra uscita dall’immaginario fantascentifico di George Lucas. Lo spettacolo è carico di momenti che chiedono emozione e forse, dopo la scena del crollo, quello che ci riesce maggiormente è quando una scacchiera di luce si disegna tra la polvere e le “rovine” (titolo di questa seconda tappa del progetto) e su di essa i quattro personaggi senza storia si muovono in modo geometrico ma allo stesso tempo privo di un senso pratico, una scena carica di un’eco beckettiana senza però ricalcare i toni del grande drammaturgo. Continua a leggere Il teatro sradicato. Muta Imago presenta Displace