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Il work in progress di Lucia Calamaro e il destino dell’editoria teatrale

calamaro - vita ferma

Di cosa parliamo quando parliamo di scrittura per il teatro? Negli ultimi decenni del secolo scorso una certa predominanza del teatro di regia, a cui ha fatto da contraltare una ricerca particolarmente “visionaria”, ha messo in un cono d’ombra la possibilità che ha il teatro di raccontare storie. Almeno in Italia e nell’Europa continentale. Negli U.S.A., invece – dove sono stato di recente per un progetto sulla traduzione di drammaturgie italiane intitolato “Italian Playwright Project” – il re è sempre stato l’autore e continua ad esserlo. Lì prevale un’idea funzionale di teatro – un testo è una storia, e quella storia se funziona può passare da Off Broadway a Broadway, trasformarsi da spettacolo a musical a film e scalare così la catena alimentare delle opere teatrali che vede in fondo il loro valore artistico e in cima il loro potenziale economico in qualità di “intrattenimento”.

Nella vecchia Europa del teatro pubblico (ancora per quanto?) le cose funzionano in modo un po’ diverso. Ma anche qui, con l’alba del nuovo secolo, il teatro ha ripreso a raccontare, o meglio: quella sua particolare forza espressiva sembra finalmente uscire dal cono d’ombra. Continua a leggere Il work in progress di Lucia Calamaro e il destino dell’editoria teatrale

Il teatro più bello del 2014, da vedere anche nel 2015

Ecco l’articolo con i consigli per i migliori lavori del 2014, da vedere anche nel 2015 (con un cappello e una conclusione finali non utilizzati nella versione per Internazionale.it)

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Di recente mi è capitato più di una volta che in una conversazione qualcuno mi dicesse: “Dai, fai il critico teatrale! Consigliami qualcosa da vedere”. Il teatro resta per tanta gente una terra magica in cui è difficile orientarsi. E una volta, in effetti, la funzione del critico era proprio quella. Ma oggi, e siamo in tanti a chiedercelo, è ancora così? Consigliare uno spettacolo non è come consigliare un libro, che pure se parli di un autore meno noto o di un editore minore ti basta cliccare su Amazon e farti spedire il pacchetto a casa (se non hai, cosa auspicabile, un libraio di fiducia). Salvo poche grandi produzioni, che fanno lunghe teniture, oggi le tournée sono a singhiozzo, sparse a macchia di leopardo lungo la penisola, e gli artisti – quelli che ancora fanno questo mestiere col cuore – appaiono e scompaiono come ectoplasmi di un’arte antica e modernissima. Vuoi vedere questo spettacolo? Io l’ho visto, è bellissimo. Sarà due giorni a Milano, uno a Vicenza e due a Bari. Prenota in fretta che sennò il prezzo del treno sale.

È ovvio che, a parte pochi “ammalati di teatro”, non siano in molti a seguire gli spettacoli lungo le loro discontinue apparizioni. Ma si può provare a giocare d’anticipo. Perché nella seconda metà del 2014 si sono “materializzati” diversi capolavori piccoli e grandi, e tutti in quella terra di mezzo che è il teatro d’arte – no, Carminati non c’entra nulla – ovvero quel teatro di sudore e passione che spesso si manifesta in luoghi periferici, si annida nei cartelloni dei teatri, tra le assi del palcoscenico, dietro, affianco e nonostante le programmazioni più visibili e luccicanti, ma trite e ritrite come il cenone di Natale a casa della zia. Alcuni di questi spettacoli memorabili avranno delle tappe nel 2015. Proviamo a farne una breve mappatura. Continua a leggere Il teatro più bello del 2014, da vedere anche nel 2015

Evocare l’invisibile. Il teatro di Daria Deflorian e Antonio Tagliarini

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Questo testo è l’introduzione al volume che raccoglie la Trilogia dell’invisibile (Titivillus) che raccoglie i testi di Deflorian/TagliariniIl progetto è in scena fino al 16 novembre al teatro India di Roma. 

Vittorio Giacopini, durante un intervento alla fiera della piccola e media editoria di Roma di qualche anno fa, individuava un elemento di debolezza della letteratura italiana contemporanea, quello che lui definiva “deficit di esperienza”. Se la gente passa la maggior parte del suo tempo tra casa e ufficio, se si informa attraverso un computer e sempre attraverso un computer legge, guarda film, comunica, stabilisce delle relazioni, la parte della vita in cui si fa esperienza diretta del reale si riduce drasticamente. È un effetto evidente, quasi lapalissiano, delle società del terziario avanzato, che la contemporaneità – con la sua accelerazione tecnologica e l’erosione costante del tempo libero a favore di quello lavorativo – ha portato alle estreme conseguenze. E se uno scrittore non ha esperienza diretta della realtà, di cosa può mai scrivere nei suoi libri? Ecco allora l’avanzata vittoriosa e inarrestabile della letteratura di genere, dove il racconto finzionale deve seguire o variare quello che, a tutti gli effetti, è una sorta di “canone”; oppure lo sviluppo, ben più minoritario, di una letteratura minimale e di autofiction che restringe il campo visivo a quella parte di esperienza che è ancora possibile praticare. Continua a leggere Evocare l’invisibile. Il teatro di Daria Deflorian e Antonio Tagliarini

La vertigine di Alcesti. Civica firma un lavoro di grande intensità

Alcesti-Daria-Deflorian-Monica-Piseddu-Monica-Demuru-7-ph-Duccio-Burberi-okL’Alcesti pone lo spettatore davanti a una vertigine. Il fulcro della tragedia di Euripide mette lo spettatore di fronte a un interrogativo che, al di fuori dell’espediente narrativo, riguarda profondamente ognuno di noi: per cosa si vive e, soprattutto, per “chi” si vive. Admeto, amato da Apollo, riceve da questi il dono più prezioso e anelato dall’uomo, la possibilità di scampare dalla morte. Ma questo dono innaturale ha un prezzo: qualcuno dovrà morire al posto suo per pareggiare i conti con la Morte. Non lo faranno i suoi genitori, i candidati più ovvi, che hanno vissuto una vita lunga e piena e potrebbero sacrificarsi per la vita del figlio uscendone anche con tutti gli onori. Lo farà la sua sposa Alcesti, che sacrifica la sua vita giovane e la possibilità di veder crescere i propri figli perché senza il suo sposo e Re tale vita non avrebbe più senso.
Massimiliano Civica, con la sua messa in scena della tragedia euripidea, di cui ha curato anche una traduzione ad hoc per il progetto, insiste con sguardo limpido e radicale su questa vertigine. E lo fa inserendo il suo spettacolo in un luogo altrettanto vertiginoso, il semiottagono dell’ex-carcere delle Murate, antica prigione del centro di Firenze oggi riqualificata con la realizzazione di bar, ristoranti e appartamenti di edilizia popolare. Nascosto in questo contesto moderno e gradevole si apre, proprio come una vertigine, il panopticon del semiottagono, testimonianza di un passato di dolore che pure appartiene a questo spazio. Non è una scelta neutra. Civica è un regista di grande sapienza, che nella sottrazione che caratterizza i suoi spettacoli riesce ad evocare con estrema precisione atmosfere di grande potenza. La vertigine del luogo prepara all’ascolto della vertigine del dramma. Così come la scelta di ammettere solo venti spettatori per replica, e di tenere lo spettacolo in scena per un mese senza prevedere ulteriori tappe, è una scelta radicale che il regista romano propone allo spettatore per poter entrare in contatto con il suo lavoro. Continua a leggere La vertigine di Alcesti. Civica firma un lavoro di grande intensità

Daria Deflorian e Antonio Tagliarini su Rai5 – Roma: la nuova drammaturgia

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DEFLORIAN/TAGLIARINI – Daria Deflorian ha attraversato il teatro in molti modi, dall’assistere alla regia un maestro come Eimuntas Nekrošius al lavoro di interpretazione che la ha valso premi prestigiosi. Antonio Tagliarini proviene invece dal mondo della danza contemporanea, a livello internazionale. Nel lavoro insieme, cominciato nel 2008, i due artisti hanno scoperto una vena drammaturgica che li ha portati a diventare autori dei propri testi. Una scrittura dialogica come è la loro scena, in grado di essere allo stesso tempo concettuale ed estremamente quotidiana. Nei loro lavori partono spesso da un’immagine, un’oggetto artistico immaginato da altri artisti – Pina Bausch, Andy Warhol, Mariusz Szczygieł, Petros Markaris – che viene usata come detonazione per una scrittura personalissima, in grado di declinare in modo autonomo le tensioni della scrittura post-drammatica, dove il confine tra l’autore, il performer e il personaggio evapora progressivamente e sempre di più. Continua a leggere Daria Deflorian e Antonio Tagliarini su Rai5 – Roma: la nuova drammaturgia

Breve ritratto della scena italiana

[Questo articolo è stato realizzato per il giornale del Théâtre de la Ville, per raccontare le dinamiche, le risorse e le difficoltà della scena teatrale italiana degli ultimi anni al pubblico francese].

Theatre de la VilleMassimiliano Civica, uno dei migliori registi della nuova generazione e già direttore del Teatro della Tosse di Genova, alcuni anni fa commentò l’effervescenza della nuova scena romana sottolineando che chi lavora in condizioni di difficoltà, senza supporto istituzionale e ai margini delle grandi piazze del teatro, quasi per forza sviluppa un linguaggio ruvido e forte, prepotentemente necessario. Ma, con lungimiranza, chiosava poi che questa dialettica può essere positiva per cinque, al massimo per dieci anni: dopodiché, di povertà si muore.

La sintesi proposta da Civica coglie il senso del fare teatro nel XXI secolo in Italia, e può tranquillamente essere estesa all’intera scena nazionale emergente. Ovviamente, per comprenderla, bisogna calarla nella realtà di un Paese in genere diffidente verso il nuovo e le nuove generazioni. L’élite teatrale, come per molti altri campi della cultura, è saldamente e in mano alle generazioni più vecchie, ogni tanto trova spazio qualche rarissima eccezione come nel caso di Mario Martone. In generale, chi è riuscito a imporre al grande pubblico il proprio teatro e la propria poetica lo ha fatto “contro” e “fuori” dalle principali istituzioni teatrali, come Ascanio Celestini o Emma Dante, e anche quelli che hanno trovato un supporto produttivo nei principali teatri italiani, come Pippo Delbono e Antonio Latella, sono arrivati a questo soprattutto grazie a una intensa frequentazione della scena estera, che ha fornito loro la legittimità che a volte in Italia faticavano a trovare.

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Il teatro italiano tra “post” e “post”. Riflessioni sulla scrittura teatrale

scritturaLorenzo Pavolini, in un articolo apparso su questa rivista, notava come le differenze tra la scrittura teatrale e quella narrativa si fossero nel tempo assottigliate. L’utilizzo sempre più diffuso della prima persona e il diradarsi della letterarietà della lingua a favore di una lingua sempre più parlata ha reso, tendenzialmente, molti romanzi simili a dei monologhi. Allo stesso tempo molto teatro, compreso quello che proviene dalla cosiddetta ricerca, ha ripreso a “raccontare storie” e in forma tutt’altro che episodica (anche se deve scontrarsi con la tradizionale allergia ai nuovi nomi di parte del pubblico e degli operatori). Lo fa, per altro con una certa libertà compositiva che a volte si fa fatica a trovare nella narrativa degli ultimissimi anni, condizionata da esigenze commerciali (il genere, la scansione, la leggibilità) che sono essenziali per gli editori ma del tutto ininfluenti per chi scrive per il teatro. Tutto questo, per altro, avviene in un’epoca in cui invece si continua a vivere la letteratura e il teatro come due mondi separati (grazie anche al ponte fecondo che, nei decenni scorsi, si è invece venuto a creare tra arte contemporanea e teatro, spostando di molto l’accento sulle dinamiche della performance). Continua a leggere Il teatro italiano tra “post” e “post”. Riflessioni sulla scrittura teatrale

La crisi che non si può tacere e non si può raccontare. L’ultimo lavoro di Deflorian-Tagliarini

Deflorian-Tagliarini - ce ne andiamoQuattro anziane signore greche che, in modo composto e dignitoso, si tolgono la vita. Si sono viste dimezzare la pensione, la mutua non paga più le loro medicine e loro decidono di farla finita e, in questo modo, di lasciare quel poco destinato a loro a chi ne ha bisogno. È da questa immagine che parte «Ce ne andiamo per non darvi altre preoccupazioni», il nuovo lavoro di Daria Deflorian e Antonio Tagliarini in collaborazione qui con Monica Piseddu e Valentino Villa. Anzi, che “non parte”, perché lo spettacolo inizia con l’ammissione di un fallimento: l’impossibilità di mettere in scena questa storia, che anche se inventata (è tratta dall’incipit di un romanzo giallo di Petros Markaris) tratteggia in modo incredibilmente preciso il nodo di disperazione che si avvita nelle biografie dei cittadini più poveri dell’Europa erosa dalla crisi economica. Di quel “vero”, sembrano dire i quattro attori, non si può parlare. Non lo si può fare con i mezzi dello spettacolo, cercando di costruire il drammatico attraverso il retorico, cercando la celebrazione nella scontata adesione “politica” del pubblico, nei meccanismi di un dramma che essendo confratello della nostra attuale condizione – l’Italia finirà come la Grecia? – non può che far leva sulle nostre insicurezze quotidiane. Continua a leggere La crisi che non si può tacere e non si può raccontare. L’ultimo lavoro di Deflorian-Tagliarini

«Agoraphobia» di Lotte van den Berg

Agoraphobia - Lotte van den berg - Daria Deflorian (foto Ilaria Scarpa)La performance urbana dell’olandese Lotte van den Berg, che tanta perplessità aveva suscitato al Festival di Santarcangelo questa estate, ha dispiegato tutta la sua qualità situazionista – senza però abdicare alla costruzione di un chiaro filo drammaturgico, per quanto magmatico e post-drammatico – una volta inserita in un luogo di reale anonimato, attraversamento e stasi come la piazza di una grande città. “Agoraphobia” è un progetto intimamente metropolitano, questo raffronto lo dimostra in modo inoppugnabile, così come metropolitano è il personaggio interpretato egregiamente dal Premio Ubu Daria Deflorian, conciata come una della tante “solitudini” che popolano le nostre città: capelli scarmigliati, giacca anti pioggia quando c’è il sole, zaino e marsupio, il tutto assemblato con studiata trascuratezza che lascia pensare che la donna che si accosta ai passanti, snocciolando ragionamenti sconnessi solo in apparenza, lo sia davvero “un po’ tocca”. Continua a leggere «Agoraphobia» di Lotte van den Berg

DDB 42 – Giorno 18: “La perdita del benessere”

testata DDB India 42

35. La perdita del benessere

La terza e ultima conferenza organizzata da Veronica Cruciani e Christian Raimo, nel tentativo di far dialogare letteratura e teatro sui temi del presente, ha come focus la “Perdita del benessere” e si apre con una breve introduzione di Daria Deflorian e Antonio Tagliarini, che ricalca nell’esposizioni gli stilemi dei loro spettacoli “post-drammatici”, dove non c’è un personaggio e apparentemente nemmeno una drammaturgia preesistente. Per parlare della perdita del benessere il duo Deflorian-Tagliarini sceglie di partire da un saggio di Byung-Chul Han, «La società della stanchezza» (Nottetempo), dove il filosofo tedesco di origine coreana analizza gli effetti della vita in accelerazione e multitasking che caratterizza le società odierne. Deflorian-Tagliarini si concentrano sull’idea di “potenza”, che secondo Byung-Chul Han può avere due declinazioni: la potenza positiva (il fare qualcosa) e la potenza negativa (il non fare qualcosa). La potenza negativa è diversa dall’impotenza, perché mentre quest’ultima è caratterizzata dall’impotenza ad agire, la prima ha invece a che vedere con al “scelta di non fare”. Il sottrarsi volontario alla logica del fare. Quello che, nella società iper-produttivista, sta assumendo i contorni di un’ancora di salvezza: per Byung-Chul Han se noi possedessimo solo la potenza positiva il nostro destino sarebbe quello di morire per la troppa attività. Tracciato questo contesto, la coppia di attorti recita un pezzo dello spettacolo che hanno cominciato ad abbozzare qui a Perdutamente, «Ce ne andiamo per non darvi altre preoccupazioni», che parte dall’immagine di un romanzo dove quattro anziane signore greche si tolgono la vita in modo discreto perché non sono più in grado di far quadrare i magri bilanci delle proprie esistenze. Continua a leggere DDB 42 – Giorno 18: “La perdita del benessere”