Esperia

esperia-coverEsperia è composto da una serie di racconti e narrazioni che si ricollegano all’interno di una storia più grande, quella della città di Esperia, città leggendaria che non ha luoghi né confini, ma si materializza – spesso inavvertitamente – lungo il cammino di viaggiatori ignari. Con il pretesto di una valigia di appunti “dimenticata” sul treno, una serie di storie, appunti, considerazioni vengono accostate e creano una geografia spezzettata e multiforme, proprio come Esperia. Quando si attraversano i confini irrequieti di questa città errante, il viaggiatore viene preso da inquietudine, strane sensazioni fisiche e mentali di cui non si conosce l’origine, a volte persino visioni, che distorcono la realtà “normale” e aprono nuove possibilità. Un’esperienza che può affascinare o spaventare. Esperia è dunque metafora di una realtà irrequieta, che straripa dalle coordinate abituali e “normali” della vita di tutti i giorni, delle regole del vivere sociale. E viaggiatori sono tutti coloro che sperimentano questa inquietudine sulla propria pelle, dal desiderio impellente di fuga al sentimento di disadattamento.

ESPERIA
di Graziano Graziani
[Gaffi editore – 2008]

una città che non ha luogo
un luogo che non ha nome
una storia che è molte storie

Dalla quarta di copertina

“Scrivere, inventare, non è mai nulla di meno che allargare lo spazio d’una mappa; articolare qualcosa come un luogo ‘oggettivo’, lasciandolo emergere dal fondo-magma dell’immaginare. Esperia è, anche, la psico-cartografia di quel diaframma u-topico, ibridante iper-luogo di confine, in cui l’immaginativo riaffiora come filigrana d’un inatteso Vero. Con sensibile equilibrio del disordine, tassonomica placida furia di sovvertimenti, questa illuminata opera d’esordio inoltra al tessuto dell’invisibile, che luccica tra le giunture del reale. Riaprendo a quell’altrove, che è lo spazio, a tutti gli effetti politico, dell’inventare possibilità di mondi. [Tommaso Ottonieri]

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Esperia a RicercaBo 2008

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Hanno scritto su ESPERIA

  • Vincenzo SparagnaFRIGIDAIRE – 11 maggio 2011
  • Luca CasadioMPnews.it – 11 maggio 2011
  • Renato GabrielliRENATOGABRIELLI.it – 02 gennaio 2010
  • Simone NebbiaANTIMERIDIANO – 22 luglio 2009
  • …………………. – LIBERAZIONE – 27 giugno 2009
  • Azzurra D’AgostinoLETTERA 22 – 27 aprile 2009
  • Azzurra D’AgostinoRADIO CITTA’ DEL CAPO – 28 marzo 2009
  • Attilio ScarpelliniLA DIFFERENZA – 23 marzo 2009
  • …………………. – L’UNITA’ – 22 febbraio 2009
  • Francesco ForlaniNAZIONE INDIANA – 13 febbraio 2009
  • Attilio ScarpelliniCARTA – 06 febbraio 2009
  • Eva KentMARTE Magazine – 27 gennaio 2009
  • Daniela PandolfiDRAMMA.it – … gennaio 2009
  • Daniele BarbieriRADIO CITTA’ FUJIKO – 20 gennaio 2009
  • Sergio RotinoIL DOMANI di Bologna – 16 dicembre 2008

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«Esperia di Graziano Graziani» di Vincenzo Sparagna
apparso su Frigidaire – 11 maggio 2011

Esperia è una regione, un mondo parallelo, abitato da esseri invisibili, di cui possiamo avvertire solo la presenza riflessa. Esperia non ha confini, o meglio il suo confine non è segnato, il “viaggiatore” lo passa senza saperlo e si trova immerso in un’altra dimensione, pur vivendo la sua normale vita quotidiana, circondato dai suoi buffi e bizzarri abitanti, osservato, seguito, influenzato senza accorgersene. Su questa tela di fondo, peraltro dipinta come uno scenario teatrale, con finta precisione, giocando sull’illusione delle parole che permettono ai corpi di introdursi silenziosamente l’uno nell’altro senza difficoltà, nella naturale immaterialità della scrittura, Graziano Graziani mette in scena una serie di piccole pièces curiose, a metà strada tra Raymond Roussel e Jonesco. Sono racconti sugli abitanti di Esperia e sulle loro relazioni invisibili con gli umani o racconti puri e semplici di persone, cui però sempre accadono avventure insolite. Si potrebbero definire racconti di confine, tra realtà e parodia, fantasia e divertissement gratuito, filosofia e cinema di fantascienza. D’altra parte il libretto dalla grafica pulita ed elegante è uno pseudo trattato scientifico, come di un antropologo alle prese con una relazione su una terra ignota. Ci sono così le popolazioni di confine, come gli Accompagnatori, gli Enumeratori, i Temporeggiatori, gli Allorquando e storie di confine su Il divoratore di libri, Il killer ideale, Il poliglotta… Nè manca l’oggettistica di Esperia, Il frigo, Il telefono, La porta ecc. La scrittura obbedisce al progetto: piana, tranquilla, dettagliatissima, tipica di un osservatore oggettivo, che si limita a de/scrivere. Una lettura piacevolissima, da non perdere.

[da Frigidaire n°234 – maggio 2011]

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«Esperia di Graziano Graziani» di Luca Casadio
apparso su MPnews.it – 11 maggio 2011

Esperia è un paese misterioso, impalpabile, proprio come i suoi abitanti: un insieme di individui diversi, ognuno con una sua caratteristica. Una carrellata di personaggi improbabili che popolano un luogo al di fuori dell’ordinario.
Questo perché gli abitanti di Esperia sono anime trasparenti, figure che solo per un attimo vanno alla ribalta, e mai per raccontarsi, ma solamente per svelare una piccola porzione di un mondo fantastico e irreale.
Fin dalle prime pagine del romanzo di Graziano Graziani veniamo catapultati in un territorio ambiguo, rarefatto, in un luogo privo di una propria lingua, dove è impossibile ritrovare le solite coordinate.
L’autore – novello David Linch – si fa architetto per costruire un intreccio fantastico, una serie di accadimenti insoliti e inaspettati.
Nel territorio di Esperia il dettaglio si fa figura, centro, fuoco di un’ipotetica cinepresa che conduce il lettore attraverso un percorso dai contorni sfumati. La realtà usuale si perde, si diluisce in lontani rimbombi per calarsi nel paesaggio molteplice e indefinito dell’irrazionale. Uno spazio dove le leggi usuali non sembrano attecchire.
Potrebbe quasi essere un romanzo settecentesco che, però, appare perfetto anche per i nostri strani giorni, per questa terra di mezzo che attraversiamo e che ci lascia solo un vago mal di testa. Qualcosa che sempre più facciamo fatica a definire.
Insieme ai diversi personaggi, nascono e muoiono piccoli racconti dell’assurdo. Epifanie che si compongono giusto per qualche pagina e che immediatamente si disfano, tornando ad essere solo una riga di inchiostro su di una pagina bianca.
Il resto è solo gioco e mistero di un libro sofisticato e intrigante, perfetto per chi ama le atmosfere sospese del fantastico.

[link: www.mpnews.it/index.php?section=articoli&category=51&id=6892/cultura/arte-e-libri/Esperia-di-Graziano-Graziani]

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«Appunti di lettura: Esperia» di Renato Gabrielli
apparso su Renatogabrielli.it – 02 gennaio 2010

E’ una scrittura piacevolmente fuori moda quella di Graziano Graziani, uomo di teatro al suo debutto narrativo: elegante, sorvegliata anche nel registro colloquiale, evocatrice di un “fantastico” ben radicato nell’osservazione della realtà. L’Esperia del titolo è una città immaginaria, indefinita, inquietante, l’esplorazione dei cui “viscidi” confini è l’oggetto di un trattatello che, riproponendo un classico espediente, Graziani finge di avere trovato su un treno notturno, dopo che l’avrebbe lì smarrito un misterioso professore. La struttura è dunque quella di un saggio, ironico e solo in apparenza divagante, sul mondo comico e perturbante che ci si dischiude quando vacillano le quotidiane coordinate della nostra percezione del tempo e dello spazio: lì allignano popolazioni infide e sfuggenti come i Pixeliti, i Replèiadi o gli Allorquando; alle descrizioni dei loro bizzarri costumi si alternano storie esemplari di gente comune “sconfinata” dall’altra parte – insomma di lunatici, per usare un termine caro a Ermanno Cavazzoni. Di fatto, il libro è composto da una trentina di racconti brevi, in sé conchiusi ma ricchi di reciproci rimandi. Leggendolo, mi è successo di pensare a certo Calvino, al Cavazzoni di Cirenaica, al Fosco Maraini della Gnosi delle Fànfole (per le poesie-nonsense in chiusura di volume): sono tutti dei gran bei pensieri, ed è per questo che consiglio questo libro a chi cerchi un po’ di respiro dalla sciatteria stilistica di gran parte della nostra “nuova” narrativa. Esperia è pubblicato da Gaffi, una piccola casa editrice di Roma.

[link: www.renatogabrielli.it/?p=105]

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«Esperia, negli interstizi dell’usuale» di Simone Nebbia
apparso su Antimeridiano – 22 luglio 2009

Come un abile donna delle pulizie sa vedere e scovare annidamenti di polvere, impossibili all’occhio meno accorto, simile è la qualità di un scrittore, che compie una sorta di diagnosi pre-chirurgica, che svela con inesorabile esattezza dove e come intervenire. Questo il sentimento che mi coglie leggendo con estremo gusto questo piccolo libro cui Graziano Graziani, che è scrittore, ha voluto dare nome “Esperia”, cercando negli angoli della vita, non solo materia narrabile, ma forse il senso di quello che c’è attorno.

Graziani mostra, in questo percorso nei meandri del pianeta terrestre di Esperia, uno straordinario e riuscito desiderio di riformulare, creare nuovamente sul già creato, e non come mero esercizio di stile si badi, ma come voler dare nome all’innominabile, sviluppare un singolare appetito per ciò che, di contro, ci ha ormai annoiato il palato. Suo merito è dar vita a un universo che mi riporta a una velocità più sobria, umana, che si riprende il tempo dalla fretta dissipato in una sorta di vorticosa dipendenza. Di un certo rilievo anche un modo di trattare emarginazione e diversità, soprattutto nella seconda parte in cui più si lascia andare alla narrazione, riscattando di queste parole la qualità nobile, che le rende sinonimi di esclusività, di una bellezza di pochi ad altrettanti mostrabile.
C’è in questo libro un acume affilatissimo nel disvelamento, minore invece l’impatto della resa stilistica e contenutistica, come fosse una sua vergogna al narrare, una inibizione coatta (tranne appunto nella seconda parte), perché credo invece ne abbia le forze e le qualità; non mi piace trovarmi di fronte di continuo a parole che mi aspetto pronunciate in quel contesto, come fossero locuzioni surgelate, a servire per il momento opportuno, quando niente di fresco è stato trovato: è questo quel limite stilistico, non solo formale ma ontologico, là dove la forma palesa un contenuto, ma tuttavia siamo ancora nel pre-letterario troppo-letterario, quasi fisiologico per un esordio, che Graziani mi auguro tradisca a futuri risultati. Assai evidente, ai limiti dell’ossessivo, la spersonalizzazione dei luoghi, la perdita di segnali noti sottomessi alla violenza di nuovi e ignoti simboli; tutto è orchestrato con estrema efficacia e fascino, mi piacerebbe però gli spunti avessero vita più lunga, vorrei affezionarmi a personaggi di cui sento una certa estendibilità.
Esperia è stato detto appartenere alla sfera del fantastico, contrariamente e in accordo con il suo autore che ne difende invece altra matrice, mi pare trattarsi di un esempio di iper-realismo, per il semplice fatto che c’è un obiettivo ben definito, e che è reale al di sopra del reale – di qui la definizione. Ne è un esempio l’importanza cardinale della dimensione magica, onirica, che non tradisce il reale ma appunto lo completa: non è un gioco di gusto che scompone e ricompone solo per farlo, ma c’è il fine di svelare della realtà quella parte nascosta che sfugge costantemente all’occhio umano, così da accrescerne il peso, fino a raggiungere la completezza di senso.

[link: simonenebbia.splinder.com/post/21009168/Esperia%2C+negli+interstizi+dell]

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«Esperia, la piccola antologia fantastica di Graziano Graziani»
apparso su Liberazione – 27 giugno 2009

Graziano Graziani, giornalista e scrittore, già caposervizio della cultura del settimanale Carta ed autore di testi per il teatro, è, con Esperia, al suo esordio come autore di narrativa. Lo fa con un racconto, o meglio una serie di racconti, che rasenta, se non proprio la fantascienza, il fantastico. Una sorta di piccola antologia del fantastico appunto, condensata in quasi 160 pagine. Il protagonista di queste storie di viaggio surreale, trova un libro abbandonato sul notturno per Trieste, Esperia appunto. Una serie di narrazioni vere che rimandano a una cornice più grande che li contiene tutti: quella della città di Esperia, città leggendaria che non ha luoghi né confini, ma si materializza – inavvertitamente – lungo il cammino di viaggiatori ignari. Il viaggiatore si addentra nella lettura iniziando il viaggio attraverso stanze metafisiche, ognuna rappresenta un’esperienza da superare, quasi un deja-vu. Esperia è un confine, una frontiera, che si attraversa e si riconosce per lo più in modo inconsapevole.

[link: www.liberazione.it/a_giornale_index.php?DataPubb=27/06/2009]

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«La realtà perturbata di Esperia» di Azzurra D’Agostino
apparso su Lettera22 – 27 aprile 2009

Ci sono figure nella storia dell’umanità che sono come dei cunei e assieme dei pungoli, dei motori del pensiero. Una di queste, restando in Occidente, è quel filosofo napoletano che visse tra Sei e Settecento di nome Vico. Giambattista Vico fu un pensatore controcorrente, che in epoca di cartesianesimo imperante individuò proprio in Descartes l’antagonista del proprio pensiero; un filosofo inattuale, che non riconobbe la portata epocale della rivoluzione scientifica, restando legato a un ideale del sapere di stampo decisamente umanistico. Mentre il mondo andava ordinandosi secondo l’efficace incrocio degli assi cartesiani in cui noi siamo in qualche modo ancora impigliati, Vico si divincolava, non accettava le coordinate che avrebbero dovuto contrassegnarlo. Irrequieto davanti al potere dell’intelletto, dava maggior credito all’immaginazione, considerandola anzi la forma primaria del pensiero umano. Giunse persino a dire che questa facoltà, deprecata dai suoi contemporanei rapiti dal furore scientifico e razionalista, sta alla base della società umana, in quanto generatrice dei miti coi quali l’uomo accede alla civiltà. Ossessionato dalla verità – al pari del suo collega francese – invece di pretendere di dominarla, la relegò a un regno altro, al sapere divino, scrivendo nero su bianco che non la verità, ma solo il verosimile, è accessibile alla conoscenza umana. Proprio dal verosimile si può partire per parlare di Esperia, l’esordio narrativo di Graziano Graziani pubblicato dall’editore Gaffi. L’autore, in una sorta di precisazione terminologica che percorre per inserti la narrazione in varie tappe del volume, ci indica possibili significati del nome di una città che non è una città e che dunque a partire dalla parola che la contraddistingue (Esperia, appunto), può essere identificata solo in modo del tutto convenzionale. L’autore, per precisarla, procede per ipotesi: “c’è chi parla di una non casuale vicinanza con l’esperanto”, chi ricorda l’assonanza con “speranza”, chi fa derivare il lemma dal verbo latino “experior” che significa “sperimentare, mettersi alla prova” – dunque, in un certo senso, anche “smarrirsi”. Al di là del fatto che esiste effettivamente un paesello in provincia di Frosinone denominato proprio con tale toponimo, non pare casuale che, dal nome dell’astro Espero, gli antichi greci designassero la penisola italica e le terre d’occidente. E qui salta nuovamente fuori la questione del verosimile. Perché in questa serie di racconti dal volto surreale e tragicomico, legati tra loro non da un tema ma da un modo di vedere, ovvero il dare risalto all’intercapedine che nel quotidiano lascia spazio all’invisibile, al sovvertimento, all’inatteso, c’è come un’aria di casa. Un’aria perturbante, è vero, fatta di oggetti quotidiani che assumono tratti spettrali (un frigorifero, una coperta), ma che proprio grazie a tale dettaglio imprevedibile si rendono riconoscibili. Poco importa, in fin dei conti, che si citino il Brasile, il Portogallo, o il Nord Europa: perché tutti questi luoghi in qualche modo si somigliano e si rendono familiari, collegati come sono – sotterraneamente – da una serie di gallerie che nel racconto affacciano immancabilmente su un centro commerciale, o una metropolitana. Come sottolinea Ottonieri, “iper-luoghi” che vanno a tracciare un immaginario che, stravolgendo il reale, lo lascia riaffiorare in filigrana. In effetti, un centro commerciale è un centro commerciale, in Esperia come nella realtà. E i poveri disgraziati che ci si perdono, descritti in modo bonario e giocoso, spesso presi per pazzi dagli “altri”, in verità richiamano stati e impressioni da tutti esperibili. Che, forse, nessuno ha mai avuto la sensazione, guidando nella propria città, di un palazzo all’improvviso spuntato dal nulla? O di un senso unico che solo fino a ieri era doppio? O, magari, che in un supermercato non fossero in realtà presenti specialisti pagati per marciare a un ritmo sostenuto, in modo da mettere un’ansia placabile solo con l’acquisto? Di tanti romanzi esplicitamente dedicati all’Italia (al mondo?) di oggi e alle sue nevrosi, alle sue contraddizioni, pochi sembrano calzanti come questo, che all’apparenza parla di tutt’altro. Graziani si occupa del verosimile, dei confini più sottili, del disordine, dello scarto, lasciando così trasparire – senza presunzione alcuna – proprio ciò che più da vicino ci riguarda. Un’opera d’esordio onesta, spassosa e densa di pensiero che, nell’essere un fatto – parafrasando Vico – attiene al vero.

[link: www.lettera22.it/showart.php?id=10416&rubrica=16]

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«Quando il surreale confina con la realtà: “Esperia”» di Azzurra D’Agostino
apparso su «Mompracem», Radio Città del Capo – 28 marzo 2009

Graziano Graziani, giornalista, presenta il suo esordio in narrativa: “Esperia” per Gaffi Editore è un libro snello ma denso, che parla del nostro mondo in termini surreali e spassosi ma senza mai perdere una estrema, inquietante, lucidità. Libro composito, con inserti quasi saggistici, giochi linguistici, racconti, si presenta con una struttura articolata ma coesa, che rende la lettura piacevole e stimolante. Ascolta l’intervista radiofonica al link qui sotto

[link: www.romanzototale.it/mompracem/files//2009/03/graziniesperia.mp3]

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da «Intrappolati nella zona franca» di Attilio Scarpellini
apparso su La Differenza – 23 marzo 2009

Esperia è una città “analoga”, come il famoso monte di Réné Daumal che, guardata da vicino, rivela la natura sintomatica delle sue finzioni. Le popolazioni di confine che la abitano somigliano a grumi di infezioni […]. All’opposto della loro pseudo-organicità, tutto ciò che nella cartografia allucinata di Graziani è soggettività, esperienza, racconto sprofonda nella deriva poetica di un’alienazione senza rimedio. […] Smarrito nell’Agarthi del commercio mondiale, Hans diventa il fantasma dell’unica città che si appresta a divenire reale (quella dei “filamenti urbani” che secondo Marc Augé legano metropoli a metropoli in un solo groviglio) e dell’unica libertà che si appresta a divenire impossibile: uscire dal continuum delle merci, dall’identità del brand e delle sue moltiplicazioni, per ritrovare il limes di una diversità spaziale, storica, dove l’esperienza della cittadinanza sia ancora possibile. Così, più che un libro sul confine in quanto limite dell’identità, soglia di comunicazione tra gli spazi – e dunque apertura alla diversità – Esperia è un libro sull’apeiron della virtualità che trasforma il confine in una specie di heisenbergiano principio di indeterminazione dello spazio, celebrando la sua fine o, come direbbe Paul Virilio, la sua “sparizione”.

[link: www.differenza.org/articolo.asp?ID=478]

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«Esordi – Esperia»
apparso su l’Unità – 22 febbraio 2009

Esperia, città leggendaria senza luoghi né confini, si appropria del protagonista che non resiste alla tentazione di aprire una valigia abbandonata  su un treno da un misterioso professore. È l’esordio narrativo di Graziano Graziani, che ci accompagna in un viaggio caleidoscopico.

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da «Ora Pro Anobii: Graziano Graziani/Simona Vinci» di Francesco Forlani
apparso su Nazione Indiana13 febbraio 2009

Perché non c’è un cazzo da fare, i libri, come il respiro hanno una misura precisa, sono disciplina atletica più che arte della meditazione – quella appartiene a chi i libri li legge non a chi li scrive.
E l’atletica, si sa è regina della disciplina, contempla velocità, perduranza, agilità, ostacoli. In ogni caso comporta armonia di piedi e mente. Ecco perché l’arte del romanzo è podistica, innanzitutto, e quella di un autore come un atleta consiste nel definire il proprio campo, duecento, quattrocento, ottocento fino agli ottomila metri.
Graziano Graziani mette su, con Esperia, un dispositivo narrativo complesso, in cui si articolano sprint, respiro, fatica, percezione del mondo. In genere chi corre non si guarda attorno, e la mascella del velocista è l’unica a tremare in terraferma. Eppure, un atleta trascina con sé ogni mondo possibile, ogni esperienza vissuta. da come corre sai che cosa ha visto, cosa rende quella sua corsa unica, irripetibile. Così ogni volta che leggi un capitolo, che poi è una storia, una corsa contro il tempo in cui ogni incipit rimbomba nel lettore come un colpo di pistola dello start, è sempre diverso l’esito, mai la stessa ti pare quella storia. La cartografia che tenta di disegnare Graziano sembra inafferrabile quanto l’oggetto che si vorrebbe decifrare: Esperia appunto, che è l’unica città – ma è un’isola, un territorio, un’idea?- che comporta l’uso della maiuscola. E già. Nelle istruzioni per l’uso che l’autore offre in seconda di copertina viene indicata come scelta quella di non rendere i nomi delle città come “noms propres”, con la maiuscola appunto. Perché in tutto il libro, che è romanzo, raccolta di racconti, di poesie, guida e diario, allo stesso tempo quelli che mancano sono i nomi. Dei personaggi innanzitutto. Come gli atleti che portano sulla pettorina solo un numero qui i protagonisti si identificano a una funzione, a una professione, l’archivista, il mistico, il collezionista, e appaiono solo a metà del libro, dopo che attraverso una complessa e riuscita operazione da travelling, Graziano ha tracciato segni e simboli di questa ignota terra: le lingue parlate, la metropolitana, il museo, l’insonnia, i centri commerciali. Che non sono si badi bene l’unico non luogo della modernità, il non luogo è il mondo, in tutte le sue sfaccettature, e non sai, alla fine, se è sempre stato così o qualcosa è accaduto, magari nemmeno tanto tempo fa perché le cose perdessero il loro nome e la parola diventasse un urlo disperato come di chi chiama, per nome, una persona cara, un luogo, una città.
Libro che risuona delle opere di grandi maestri, più Kafka che Calvino, più Boris Vian che Borges, in una corsa, o maratona, che nel momento stesso in cui è cominciata, è una gara già vinta. […]

[link: www.nazioneindiana.com/2009/02/13/ora-pro-anobii-graziano-graziani-simona-vinci/]

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«Ai confini dell’utopia» di Attilio Scarpellini
da Carta – 6 febbraio 2009

Cosa resta dell’utopia in un’epoca di transiti, nonluoghi e fughe senza fine nel virtuale? «Esperia» (Gaffi editore) è la risposta di Graziano Graziani: un mondo interstiziale e inafferrabile che si apre al confine di ogni città, da Sarajevo a Tirana, da Parigi a Roma, come una svolta inaspettata ed imprevista sistemata in un punto indefinito della curva spazio-temporale. “Può capitare di imbattercisi”, scrive Graziani all’inizio del libro, “ad esempio lungo le strade che si snodano dalla bastiglia, che serpeggiano tra i palazzi come le vene di una mano nervosa, e tutto a un tratto fioriscono di negozi e portoni dai colori accesi, blu cobalto, verde mela. Finchè ti accorgi all’improvviso che la strada è diventata un ponte…” Può capitare, nel parossismo dell’esperienza, che una crepa metta in comunicazione la parete di un frigorifero con la piazza Rossa di Mosca o che imboccando l’’uscita della metro Père Lachaise a Parigi ci si ritrovi, slittando tra gli eteronimi, nelle strade di Lisbona. Le città, come dice Franco Lacecla, si sognano una con l’altra. Ma può anche non capitare mai. Esperia è un luogo che si annida ovunque ma “non è nessuna delle città in cui la si può trovare”, e in questo senso è l’immagine più esatta – letterariamente parlando – di quella metacittà vagheggiata dai Bauman, dagli Augè, dai Virilio. Instabile, sfuggente, uno spazio inquieto ricalcato sul modello delle reti che non si lascia intrappolare in alcun confine poiché è essa stessa il confine. E il confine, scrive Graziani, ha una natura “viscida”. Come il tempo. Fosse ancora tra noi l’Hegel vistosamente taroccato nell’exergo (“Tutto quel che è reale è irrazionale. Tutto quel che è razionale è irreale”) direbbe che Esperia è cattiva infinità. Ma nella sua turbolenza infingarda, questa città che si restringe e si dilata nel respiro di chi la incontra, che a sua volta viene e va attraversando il flaneur – lo smarrimento caro al Benjamin di Immagini di Città è una delle condizioni necessarie per urtare contro le sue soglie ubique – non si limita a localizzare il transito e a precarizzare il luogo: accade, “capita” appunto, annunciandosi come un evento nel tempo e nel corpo, quasi sempre perturbato, del visitatore che si ritrova trasformato in “varcatore di confini”. Alla base del suo essere romanzesco, frammentato in un lessico – in una tassonomia fantastica, borgesiana – c’è la qualità performativa della sua utopia o della sua distopia. Sotto una coltre di idioletti letterari, filtrata da una scrittura che finisce volutamente per parodiare gli stilemi del genere in cui si iscrive (quello dell’enciclopedismo fantastico), «Esperia» è un libro “analogo”, come il famoso monte di Réné Daumal che, guardato da vicino, rivela la natura sintomatica delle sue finzioni. Le popolazioni di confine che la abitano somigliano a grumi di infezioni: gli Accompagnatori, i Temporeggiatori, i Pixeliti, gli Allorquando, si comportano come sciami di parassiti lillipuziani intenti a pervertire e a sovvertire la percezione (sia essa fisica o mentale, sensoria o linguistica) di una realtà sottoposta a un continuo quanto fatale processo di destrutturazione. All’opposto della loro pseudo-organicità, tutto ciò che nella cartografia allucinata di Graziani è soggettività, esperienza, racconto sprofonda nella deriva poetica di un’alienazione senza rimedio. Il centro commerciale da cui il giovane Hans non può uscire, perché ogni volta si ritrova all’interno dello stesso ipermercato ma in una città diversa, non è una costruzione kafkiana, perché non ha nulla di metafisico: è la proiezione tentacolare di un’identità, quella delle merci, che travalica il tempo e lo spazio per unificare il mondo in un solo mitico non-luogo dove siamo tutti imprigionati ma ciascuno per sé. Smarrito nell’Agarthi del commercio mondiale Hans diventa il fantasma dell’unica libertà divenuta impossibile: uscire dal continuum delle merci. Nel rovescio del fantastico di Graziani, tra i rivoli lucidi di quella “placida furia di sovvertimenti” che Tommaso Ottonieri riscontra nel suo esordio narrativo, insiste lo struggente controcanto di una solitudine globale: una sorta di luce frattale, invariabilmente solitaria, rompe e rimodula le sue “antropologie di confine” con il dettaglio acuminato di un’esistenza paradossale, misteriosamente sopravvissuta alla deiezione di un qualsivoglia senso comune. Il signor Carlos, l’uomo che in ogni idioma sente risuonare l’edenica identità delle lingue, risulta essere l’unico parlante di una lingua che nessuno è in grado di decifrare. L’archivista della Mamministrazione (una figura che sarebbe piaciuta a Ivan Illich) piange nella fine della carta e nell’avvento del computer il tramonto musicale del welfare burocratico. Mentre la donna che nello specchio vede dissolversi un’identità fatta di particolari imitati vampirizzando le immagini degli altri scopre a sue spese che il soggetto è la più concreta delle illusioni. Dal killer ideale al divoratore di libri (à la lettre), dal mistico al collezionista, ogni esperide sembra ironicamente intento, per parafrase Ulrich Beck, a “fornire soluzioni biografiche a problemi sistemici”, a interporre il calore di un corpo anche laddove – come in uno dei racconti più belli, Il frigo – c’è solo la freddezza di un oggetto. C’è del metodo in questa follia e, più che altro, del senso in eccedenza in questi non-sense. Come è umana e dolente la post-umanità che si affaccia dai confini di Esperia, così lontana così vicina…

[link: www.carta.org/ozio/16459]

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«Il magico mondo di Esperia» di Eva Kent
dalla rubrica «L’illetterata», MArteMagazine – 27 gennaio 2009

Mi chiamano dalla redazione e mi dicono: “che cosa ti fa venire in mente la magia?”. E’ un parola mi verrebbe da rispondere, non perché mi manchino le idee, piuttosto perché mi servirebbe una rubrica a puntate per poterne parlare come si deve, in modo esaustivo, completo, senza tralasciare nulla. Però, eccomi qua a prendere una decisione che spero non sia impopolare: impalmare l’articolo della mia rubrica alla causa di un libro appena uscito che, a modo suo, mi ha fatto venire in mente più e più volte la parola magia. Il romanzo in questione si intitola Esperia, è edito dalla Alberto Gaffi editore, ed la pseudo opera d’esordio di Graziano Graziani, già autore di testi teatrali e giornalista.

Esperia è un romanzo non romanzo molto particolare, che parte dall’artificio letterario del ritrovamento di una raccolta di “testimonianze […] attorno a una strana leggenda che [mi] suonava stranamente familiare” e si dipana nel racconto di questa presunta terra di mezzo dal nome di Esperia che più che essere costituita da una geografia dettagliata di luoghi ben definiti, fa capo più ad una geografia di esseri paradossali, di sensazioni non meglio catalogabili e di evidenti incontri sovradimensionali. Esperia è un mondo di impressioni, di oggetti che hanno una funzionalità alterata e di popolazioni di confine che offrono al lettore una serie infinita di curiosità e ironiche versioni ipotetiche della realtà.
Ed è così che ci imbattiamo nei Pixeliti, “popolazione dedita al culto dell’immagine” e che “si annida[no] dietro gli specchi ma non disdegna[no] altri tipi di superfici riflettenti”; negli Accompagnatori, “esseri piuttosto solitari […] soliti puntare un viaggiatore qualunque e accompagnarlo per un tratto di strada nel più perfetto silenzio, o magari fargli compagnia in casa, coricarsi con lui nel letto, sedergli accanto quando decide di sedersi, leggere con lui appoggiandogli amorevolmente il mento sulla spalla”; negli Enumeratori, squadra affiatata che ha come unico scopo quello “di ridurre tutto a schemi razionali e numerabili”; nei Temporeggiatori, “popolazione numerosa , divisa in molte tribù, ognuna con le proprie strane ritualità, [dedite a] far girare gli orologi in modo anarchico e imprevisto”; nei Replèiadi, “una delle popolazioni di confine che più amano interagire coi viaggiatori ignari, tanto che c’è addirittura chi parla di simbiosi […] anche per anni”; e gli Allorquando, popolazione dedita “a scardinare la struttura di frasi e discorsi […] esserini d’incerta forma che s’infilano come un fluido nelle orecchie dei viaggiatori e lasciano pruriti d’inspiegabile natura”.

Il romanzo è diviso in due grandi blocchi: Geografie con una struttura a piccoli episodi e/o testimonianze, inframmezzate da pseudo spiegazioni delle particolarità che animano Esperia e le sue popolazioni di confine; e Storie di confine, raccolta di racconti dell’assurdo che però poco hanno a che fare con la terra di mezzo di Esperia (o forse sì?).
La prosa di Graziani è straordinariamente corretta anche nei suoi nonsense linguistici (Grammatiche di confine) ed ha la particolarità di essere decisamente paradossale, fortemente ironica e satirica, strettamente intelligente, ma pecca un po’ di continuità: si perde il filo conduttore tra i racconti, il viaggio ipotetico nell’assurdo della terra di Esperia è frammentario e, spesso, il sensibile equilibrio del disordine che ci accompagna nella lettura si sovverte prendendo il soppravvento.
Nonostante questo appunto, il risultato che si ottiene è quello della fantastica esperienza che si prova ogni volta che ci si inoltra nella terra di Fantasia, dove tutto è concesso, anche creare un mondo senza senso, dove inventare è l’unica possibilità e dove possiamo per un attimo tornare bambini, seppure adulti eruditi ed intellettualmente attivi. La Magia che trasuda da questi racconti è quella invisibile della creatività spinta oltre ogni confine fisico e linguistico e ve ne consiglio la lettura per non perdere l’abitudine a saper guardare anche nel tessuto intricato dell’invisibile: il reale non è l’unica possibilità che abbiamo…

[link: http://martelive.org/content/view/3414/1239/]

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da «Terrorismo semiotico e resistenza civile: note ‘sul’ margine» di Daniela Pandolfi
dalla rubrica «Il biglietto sotto la porta», Dramma.it – gennaio/febbraio 2009

[…] L’impressionante crisi di rappresentanza in ambito politico si rovescia in una crisi di rappresentabilità sul piano teatrale e l’immoralizzazione del Paese implica una urgente ricerca di verità sul piano rappresentativo spettacolare. “Dalla metà degli anni ’90 il flusso delle informazioni a mezzo stampa e mediatiche si è andato riducendo bruscamente, a misura che Berlusconi intraprendeva un’operazione mediatica impressionante, capace di ribaltare in pochi anni la realtà prima e la stessa capacità di percezione poi. Operazione riuscita grazie soprattutto alla mancanza di resistenza offerta dalla sinistra e dai mezzi di comunicazione nazionali” (Travaglio). Viene in mente la storiella degli Allorquando (contenuta in “Esperia”, curiosa quanto geniale raccolta di racconti di Graziano Graziani per Gaffi Editore conosciuta grazie a un passaparola), che narra di «esserini di incerta forma che si infilano come un fluido nelle orecchie dei viaggiatori e lasciano pruriti d’inspiegabile natura».
Minime subliminali creature che «amano ruzzolare nelle parole scritte e parlate, palleggiare con le lettere e invertire le punteggiature». Sicchè dopo il loro passaggio «si trovano qua e là pezzi di parole smontate e rimontate, e lo stesso vale per i significati, che vengono rivenuti a brandelli, o addirittura fusi con altri significati che nulla hanno a che vedere con quello originale». Un sorridente «terrorismo semiotico». […]

[link: www.dramma.it/articoli/rubriche/biglietto9.htm]

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«Nella fantastica Esperia di Graziano Graziani» di Daniele Barbieri
da «Futuri», Radio Città Fujiko – 20 gennaio 2009

«La Sèllera drillava nel gibonzio / e lillera trocchiava i saltarelli / quando s’apperta un Sàrchiapo a guidelli / che frusco frusco incalla un sonibonzio. // “Boffa che ti riboffa, Selleretta!” / narisca drillo il Sàrchiapo lignoso / e clòrida la Sèllera al trangoso / lo gnasca e poi s’arrulla fragnoletta. // Un Trallo che lì andava zanigando / s’apperta allora rallo ai floridizi, / e frusco anch’egli sfungica nel brando // sguinciando tralleroni nei quintini. / E il Sàrchiapo bitonto, tonfolando / dà al Trallo ed alla Sèllera i canizi».
Avete capito qualcosa? Un dialetto ignoto – o è Ascanio Celestini con raceudine? – quanto ritmico? O forse un’epidemia colpisce le parole che conoscete? Fuochino, vi state avvicinando alla verità. Questa poesia [per l’esattezza «Il Sàrchiapo, la Sèllera ed il Trallo»] è nelle pagine finali di «Esperia» [Gaffi editore: 164 pagine per 8 euri e 50 centesimi] di Graziano Graziani. Con il successivo poema degli Allorquando è la seducente e palese dimostrazione dell’esistenza di «esserini di incerta forma che si infilano come un fluido nelle orecchie dei viaggiatori e lasciano pruriti d’inspiegabile natura». In particolare gli Allorquando «amano ruzzolare nelle parole scritte e parlate, palleggiare con le lettere e invertire le punteggiature […] Dopo il passaggio degli Allorquando si trovano qua e là pezzi di parole smontate e rimontate, e lo stesso vale per i significati, che vengono rivenuti a brandelli, o addirittura fusi con altri significati che nulla hanno a che vedere con quello originale». Un sorridente «terrorismo semiotico».
Anche se la fantascienza non c’entra, la città di Esperia appartiene alle mappe del fantastico. «Ha molti nomi. Uno per ogni lingua […] e infine uno per ogni linguaggio interno di ogni singolo uomo». Ma le zone di confine, i «varchi» fra Esperia e gli altri luoghi «vengono spesso scambiati dai viaggiatori per qualcos’altro: stordimenti momentanei, stati di irrequietezza o confusione, addirittura per piccole allucinazioni». Qui vivono esseri misteriosi e invisibili come appunto gli Allorquando, i Pixeliti o gli Enumeratori. Ben difficile raccapezzarsi nella non-geografia di Esperia visto che la frontiera talvolta «si spande a chiazze» sul corpo dei viaggiatori ma fortunatamente i più coraggiosi potranno ora farsi guidare da Graziani sino allo scopo finale di ogni vero esploratore: perdersi finalmente nel davvero incomprensibile.
Esperia è anche il contenitore di altre storie che si svolgono nei centri commerciali, nei frigoriferi, in una coperta, in un telefono o in una poltrona. O in una porta dove il terrore è assoluto proprio perché fatto di nulla. Conoscerete il Poliglotta, il Divoratore di libri, la «Mamministrazione», un tenero Inquilino ma soprattutto i Corridori e «il killer ideale» dove davvero Graziani tocca la genialità.
Due critiche sono possibili, a essere cattivelli. Non tutti i micro-racconti sono della stessa intensità e novità. Forse le troppe cornici nuocciono alla lettura. Però questi due difettucci si dimenticano subito perché quelle 7-8 volte che Graziani centra il bersaglio ha la genialità di un Cortazar [quello dei racconti di Cronopios e Fama….] e/o la leggerezza di un Calvino. E vi garantisco che in queste ultime frasi non hanno messo il becco gli Allorquando. Che io abito purtroppo a Imola mica a Esperia.
Una domanda maligna: ma questo Graziani non collabora a Carta e dunque Barbieri non si sarà fatto influenzare dalla conoscenza-vicinanza? La risposta è: questo esordio di Graziani io lo trovo eccellente; se non mi fosse piaciuto avrei taciuto, odio le marchette.

[il link della trascizione: www.carta.org/ozio/futuri/16336]

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da «Le strenne di Natale» di Sergio Rotino
apparso su Il Domani di Bologna – 16 dicembre 2008

[…] Inizia tutto con una valigia abbandonata su un treno che un viaggiatore decide di aprire. Dalla montagna di appunti che vi trova all’interno ecco apparire la città di Esperia, che viene descritta attraverso i suoi confini, le popolazioni che li abitano, le loro abitudini, le loro lingue, ecc. E proprio Esperia (Gaffi editore, pp.160, euro 8,50) si intitola il romanzo con cui Graziano Graziani, trentenne romano, esordisce come narratore. Un romanzo fantastico – genere poco frequentato in Italia – con agganci-omaggi alle Città Invisibili di Calvino, ma non solo, che lascia felicemente sorpresi per trovate narrative e ironia del linguaggio. Un piccolo gioiello. […]

[link: www.ildomanidibologna.it]

Un pensiero su “Esperia”

  1. Quando ho letto Esperia mi sono immalinconita. è un sentimento che mi appartiene molto, la sento mia la malinconia, la sento dentro, forte spesso. e leggendo la malinconica nostalgia dei tanti personaggi ho avuto modo di osservali fino a capire, fino a sentirmi qualche volta qualcuno di loro. Li ho spiati.
    Il feticismo per i libri, la nostalgia di una piazza rossa mai vista, l’ascolto profondo dei rumori dei tubi.
    Perfino i dolori sembrano farmi pensare che sono in una zona di confine con qualche popolo di confine attaccato al mio corpo.
    Sopra ogni cosa mi ha colpita la mancanza di rivolta.
    Non ci sono personaggi in rivolta, tutti si rassegnano allo stato delle cose, ne percepiscono una forma ineluttabile ma senza la tragica struttura da tragedia di Eschilo. Semplicemente è così.
    L’unico personaggio che si ribella viene recluso come matto.
    Tutti soli, in fondo, tutti chiusi in un piccolo mondo che è quello, che non cambia. Che non ha vie di fuga.
    Innamorarsi del telefono o attraverso il telefono… innamorarsi del frigo o della moglie soprano… innamorarsi degli oggetti per poi bruciarli, innamorarsi dell’essere che parla l’alfabeto morse e si nasconde in un tubo.
    Amore, amori.
    Sembra che tutti finisca, qualche volta a tratti mi ha commossa. Il poetico archivista che pensa che farà un nuovo lavoro, la coraggiosa donna che cerca nella poltrona l’amore del marito che non c’è più.
    L’idea del luogo senza luogo o che li contiene tutti, dove potersi perdere senza la necessità di ritrovarsi, mi ha affascinata. Forse paradossalmente ho sperato che esista davvero. Forse vorrei incontrare il professore di matematica in metro con vestiti di 20 anni fa e un giovane atleta in un centro commerciale.
    chissà.
    Leggendo Esperia ho trovato spunto per una riflessione sul concetto di spazio e di tempo, sulla coincidenza mancata di spazio e tempo nella contingenza, quella cosa che permette alla malinconia di diventare corrosiva, che non consente più di avere quello che era. In uno spazio che resta uguale in un tempo che non può restare tale. La perdita di un luogo come proprio. La perdita di un riferimento come luogo proprio. Il senso di straniamento che accade semplicemente quando spazio e tempo si allontanano nel reale. Questo scarto con il mondo l’ho ritrovato in molti personaggi di Esperia, uno scarto che sento forte sulla mia pelle e che me li ha fatti apparire spesso come “compagni di viaggio”.

    tutto qui.
    suggestioni sparse.
    spero di incappare prima o poi in un confine e di conoscere gli Allorquando.

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