Stati d’eccezione

STATI D’ECCEZIONE
– COSA SONO LE MICRONAZIONI

di Graziano Graziani
[Edizioni dell’Asino – 2012]

 

 

 

politica, goliardia, arte, tasse, idealismo, perfino truffa
di motivi per fondare una nazione ce ne sono tantissimi
questo libro racconta i casi più assurdi e suggestivi
di una pratica più diffusa di quello che si crede:
dichiarare indipendenti microscopiche porzioni di territorio

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Oltre 40 casi di micronazioni nel mondo, raccontati come piccole epopee dal gusto surreale. Dall’introduzione: “Questo libro parla di utopie, o almeno di un certo tipo di utopie. Qui sono raccolte delle storie, tutte rigorosamente vere anche quando possono sembrare inventate, che parlano di piccoli Stati autoproclamati, nazioni dai nomi pittoreschi e bizzarri e dalle radici iperboliche. Micronazioni: è questo il termine che descrive queste fantasiose entità. In qualche caso si tratta di vere e proprie anomalie statuali, in qualche altro caso di ingegnose dimostrazioni a sfondo politico. Alcuni di questi paesi sono stati inventati di sana pianta, altri derivano da controverse ricostruzioni di eredità dinastiche. Ma ciò che le accomuna tutte è la ricerca irriducibile, a volte surreale, di autonomia e indipendenza”.

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INDICE DEL LIBRO

1 – Storia: Talossa | Moresnet | Cospaia | Aracaunía e Patagonia | Isola Ferdinandea | L’imperatore degli Stati Uniti
2 – Isole Felici: Sealand | Minerva | Isola delle Rose | Oileán Thoraigh
3 – Anomalie storiche: Seborga | Redonda | Sark | Tavolara
4 – Opere d’arte: Ladonia | Kugelmugel | Likbekistan | Elgaland-Vargaland | NSK
5 – Quartieri liberati: Christiania | Užupis | Cihangir | Kalakuta
6 – Piccoli territori: Akhzivland | Elleore | Bosgattia
7 – Fantasia al potere: Mapsulon | Frigolandia | Alcatraz
8 – Azioni di protesta: Celestia | Waveland | Gay & Lesbian Kindgom | Malu Entu
9 – Contro l’autorità: Piani Sottani | Hutt River | Conch Republic | Caulonia
10 – Distopie e Truffe: Poyais | Dominio di Melchizedek | Lomar | Freedonia

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ascolta:

«UTOPIE – 10 storie di micronazioni»

ciclo di trasmissioni condotte da Graziano Graziani
su Radio 3 Rai – agosto 2010

1. L’imperatore degli Stati Uniti |:| 2. Sealand |:| 3. Redonda
4. Tavolara / Seborga |:| 5. Ladonia |:| 6. Akhzivland |:| 7. Uzupis
8. L’isola di Sark |:| 9. Kugelmugel / NSK State |:| 10. Isola della Rose / Bosgattia

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PRESENTAZIONI:

Roma – libreria Minimum Fax, Isola Tiberina (25 giugno 2012) – presenta Antonio Pascale
Roma – libreria Minimum Fax, San Lorenzo Estate (26 giugno 2012) – presenta Christian Raimo
Bergamo – spazio Polaresco (29 settembre 2012) – dialogo con Claudio Morganti
Parigi (Francia) – libreria Marcovaldo (04 ottobre 2012) – presenta Oreste Scalzone
Frascati – libreria Lotto 49 (12 ottobre 2012) – presenta Emiliano Sbaraglia
RomaIndiateca (20 dicembre 2012) – presenta Attilio Scarpellini
BolognaModo Infoshop (16 marzo 2013) – presentano Lorenzo Donati e Andrea Mochi Sismondi
Milano – spazio B**K (19 ottobre 2013) – presenta Alberto Saibene
Catanzaro – libreria Ubik (24 ottobre 2013) – presenta Nunzio Belcaro
SienaCorte dei Miracoli (26 ottobre 2013) – presentano Jacopo Figura e Giuseppe Gori Savellini
Firenze Frau Frisor Fosca (17 novembre 2013) – presenta Pietro Staglianò
Rimini – libreria Feltrinelli (23 novembre 2013) – presentano Fabio Biondi, Simone Bruscia, Roberto Naccari
Roma2N al Pigneto (01 dicembre 2013) – presenta Vins Gallico
Avellino – “Villani“, Villa Amendola (11 giugno 2014) – presenta Marco Ciriello
San GimignanoNotti Lucente (27 giugno 2014) – lettura
Hargeysa (Somaliland) – Hargeysa international book fair (12 agosto 2014) – presenta Giulia Liberatore

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Hanno scritto su STATI D’ECCEZIONE:

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«L’isola che non c’era» di Luciano Capone
apparso su Il Giornale – 27 agosto 2015

[…] La storia di Liberland è l’ultima arrivata nella famiglia delle micronazioni, piccoli stati autoproclamati, mai riconosciuti, sempre al limite tra la follia e l’utopia e nati dal desiderio di autonomia, dal Regno di Talossa che aveva come territorio la camera da letto di un quattordicenne del Wisconsin alla Repubblica di Minerva fondata da un milionario di Las Vegas che aveva trasportato chiatte di sabbia su un atollo del Pacifico per portare la terra sopra il livello del mare. Isole, case e quartieri sovrani, istituiti e regolati su basi diverse da come funzionano gli stati (una panoramica completa si trova nel libro “Stati d’eccezione. Cosa sono le micronazioni” di Graziano Graziani). Nel mondo ampio e variegato delle micronazioni, Liberland fa parte del sottoinsieme libertario, individualista e capitalista, uno dei più originali, che nella ricerca di spazi di autonomia si è spinto anche oltre la terraferma, in mare aperto. La stagione più vivace e rivoluzionaria è stata quella degli anni 60 in Gran Bretagna, con la lotta tra il governo e le radio private off-shore che, a largo delle coste inglesi, bombardavano a colpi di onde rock e pop il monopolio statale dell’etere difeso dai laburisti (quella insurrezione e quella guerra atipica ha ispirato il fortunato film di Richard Curtis “I love Radio Rock”). Uno dei principali pirati protagonisti di quella battaglia fu Oliver Smedley, un imprenditore liberale folgorato nel dopoguerra dal libro “The road to serfdom” e dalle idee di Friedrich von Hayek, che aveva già fondato negli anni 50 con Anthony Fisher l’Institute of Economic Affairs, uno dei primi think tank liberali. Smedley, che a differenza dell’amico Fisher era un uomo più di azione che di riflessione, si era messo in testa di smantellare il monopolio sulla comunicazione (e sulla pubblicità) della Bbc dalle acque internazionali con le sue radio Atlanta e radio Caroline. La repressione del governo contro le radio libere fu durissima, direttamente proporzionale al successo delle canzoni rock sparate dal mare nelle case dei giovani britannici, tanto che il Postmaster General (ministro delle Comunicazioni), il laburista Tony Benn, mise fuorilegge le emittenti private. Alcuni di questi produttori, avventurieri e dj cercano nuovi espedienti per sottrarsi al controllo politico-statale. Così il “pirata” dell’etere Paddy Roy Bates per continuare a trasmettere il rock della sua “radio Essex” decide di occupare la Roughs Tower, una fortificazione costruita durante la Seconda guerra mondiale e poi abbandonata. La piattaforma è fuori dalle acque internazionali e tanto basta a Bates per dichiararsi fuori dalla giurisdizione britannica e fondare su quei 500 metri quadrati il Principato di Sealand (nella sua rocambolesca storia Sealand ha anche subito un golpe interno e un controgolpe con un elicottero d’assalto e un esercito di mercenari che ha riportato il Principe Bates sul suo trono). Se Bates ha occupato una costruzione abbandonata, il sogno di vivere su un’Atlantide libertaria ha spinto più recentemente Patri Friedman – nipote del premio Nobel per l’economia Milton e figlio del filosofo David – a fondare il Seasteading Institute, una fondazione che ha lo scopo di costruire piattaforme nelle acque internazionali per ospitare comunità che vivano secondo gli ideali libertari, lontano dall’oppressione statale. Il progetto è ancora in alto mare, nel senso che niente di concreto è stato realizzato, ma ha già raccolto molte donazioni, tra cui 500 mila dollari da un boss della Silicon Valley come Peter Thiel, il fondatore di PayPal. […]

[link: www.ilfoglio.it/articoli/2015/08/27/isola-delle-rose-isola-che-non-c-era___1-v-132172-rubriche_c250.htm]

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«Stati d’eccezione. Cosa sono le micronazioni» di Silvio Dell’Acqua
apparso su Laputa.it – 30 giugno 2014

Le micronazioni – a differenza dei microstati, che sono entità sovrane internazionalmente riconosciute – sono piccole comunità che, con le più diverse motivazioni, si sentono, si ritengono una nazione e come tale chiedono di essere considerate: nazione, non necessariamente stato. La differenza è che non tutte pretendono di battere moneta, avere dei confini, un esercito che li difenda e tutte queste cose che caratterizzano gli “stati”. Una nazione è un popolo che cerca la propria identità, la propria autodeterminazione, e non sempre ciò coincide con una bandiera ed un governo. Nel caso delle micronazioni, però, questi “popoli” si riducono ad una manciata di persone, a volte una sola, lo spazio geografico si riduce ad un fazzoletto di terra, un’isoletta, quando non ad uno spazio virtuale come la rete. Ma uno spazio – reale o meno – aspramente rivendicato. Questa “ossessione” fa delle micronazioni dei simboli di libertà, delle isole felici che affascinano i sognatori e trovano sostenitori in tutto il mondo, per i quali la possibilità di risiedervi davvero è spesso irrilevante (come per i cittadini di Ladonia). Alcune riescono a diventare anche microstati con un proprio territorio, come la repubblica di Cospaia, Tavolara o il Principato di Sealand, altre sono solo quartieri le cui velleità indipendentiste sono tollerate dalle autorità che ne fanno un vantaggio turistico; altre ancora sono puramente culturali ed esprimono la propria simbolica territorialità solo su eventi come i concerti del “Neue Slowenische Kunst”. Non mancano infine controverse reinterpretazioni di eredità dinastiche o rocamboleschi tentativi di aggirare il diritto internazionale e ritagliarsi un propria minuscola nicchia nella quale «dichiarare la propria, insindacabile, sovranità». Il libro di Graziani, Stati d’eccezione, racconta in modo approfondito le motivazioni e le storie, eccentriche ai limiti del surreale ma tutte rigorosamente vere, di 41 micronazioni: «una sorta di continente sommerso, tutto da esplorare».

[link: www.laputa.it/books/cosa-sono-le-micronazioni-graziani/]

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«Stati d’eccezione. Cosa sono le micronazioni» di Vittorio Frigerio
apparso su Belphégor – 12 giugno 2014

Vi è un detto comune in inglese : “no man is an island”, nessun uomo è un’isola. Come succede sovente con i proverbi e la saggezza ereditata dalla tradizione, è sbagliato. Ogni uomo vorrebbe essere un’isola. Questa è forse la lezione da trarre da questo bel libro pubblicato in un volume compatto e ben fatto dalle Edizioni dell’asino, che tratta di uno dei sogni più frequenti e meno frequentemente realizzati che abbiano mai agitato le notti degli uomini: quello dell’indipendenza.

Diviso in dieci sezioni, ognuna consacrata a una materializzazione particolare, nel tempo e nello spirito, di questo inarrestabile desiderio di autonomia, il volume parte da una concisa introduzione, che confessa l’attrazione sentita dall’autore per le “microscopiche epopee” che marcano lo sviluppo dei talvolta impercettibili stati dei quali ha condensato qui il destino. Seguono, a ritmo serrato e in numero variabile da tre a sei per sezione, le storie inverosimili, ma sempre affascinanti, della nascita, del decorso e in alcuni casi della fine, di nazioni dall’estensione variabile e dalla durata imprevedibile. Si va dalle pretese estreme di Celestia, che unisce sotto la sua bandiera l’universo intero al di fuori di quella che C.S. Lewis chiamava “the silent planet” (e che in quanto tale è indubbiamente la più grande micronazione che si possa immaginare), alle esperienze ben più modeste dell’Isola delle Rose – paese artificiale ingiustamente invaso dallo stato italiano malgrado si trovasse al di là delle sue acque territoriali – fino ai gesti fieri e disperati che hanno portato alla creazione del regno di Auracanía e Patagonia, o alla Repubblica dei Piani Sottani. Megalomania, avventurismo, idealismo, protesta ostinata, goliardia, provocazione estetica, disprezzo dell’autorità, semplice voglia di tagliare i ponti con il mondo; numerosissime ragioni alla base della creazione di territori dai nomi stravaganti ed evocatori: Talossa, Sealand, Impero degli Stati Uniti, Cihangir, Bosgattia, Freedonia, Mapsulon, Waveland e molti altri ancora. Stati virtuali accanto a stati mentali, isole sperdute in compagnia di paesini isolati, regioni ribelli accomunate a gesti provocatori. Ognuno di essi con in comune un’attitudine di sfida ostinata e beffarda verso le pretese antiche delle nazioni che si ostinano a far passare per veritiere genealogie spesso non meno fragili, e rivendicazioni che la forza o l’età unicamente sorreggono. Artisti e contadini. Pazzi o ritenuti tali e cacciatori di fortuna. Originali e poeti. Ribelli ognuno, chi più, chi meno, ma sempre disposti a ergersi ostinatamente contro la schiacciante autorità di nazioni che alternano nei loro confronti seccata insofferenza, sopportazione condiscendente e aperta ostilità. Parodie di autorità: francobolli e biglietti di banca fatti a mano, nazionalità in vendita, passaporti sovraccarichi di tutti i crismi dell’ufficialità dirottati poi da falsari nigeriani in cerca di un bel colpo gobbo. Migliaia di pachistani che acquistano inconsapevoli il sogno di una cittadinanza scandinava. Deliri e speranze su carta stampata.

Sarebbe piaciuto, accanto a questi paesi sconosciuti o dimenticati, ignorati o sottostimati, vedere anche le nazioni immaginarie che hanno tracciato i loro labili confini sulle cartine della letteratura. La Ruritania di Anthony Hope, la Pavonia di Chesterton, il dominio precario del generale Sutter di cui narrava Cendrars, la Magellania del Kaw-djer di Giulio Verne o magari perfino la Syldavia di Hergé, il creatore di Tintin, o il Bretzelburg di Franquin, il papà di Spirù. Ma non conviene chiedere troppo. Né chiedere altro di quanto si è voluto dare, e si è dato con chiarezza, con simpatia e con compassione. Nel suo pellegrinaggio tra nazioni impossibili e utopie generose, Graziani ci fa riflettere su cosa vuol dire il vivere in comune, sulle motivazioni che portano talora certuni a rinunciare ai legami imposti per proporne di nuovi, e di meno pesanti. Un bel libro, ben scritto, che fa riflettere. È già tanto, e basta così.

[link: http://belphegor.revues.org/486]

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«Errori storici, proteste e truffe: le micronazioni» di Andrea Pira
apparso su il manifesto – 24 novembre 2013

Negli ultimi due anni le acque del Mar cinese meri­dio­nale sono state tra i luo­ghi più irre­quieti al mondo. La situa­zione ha a che fare con le con­tese ter­ri­to­riali che coin­vol­gono Cina, Viet­nam, Filip­pine, Malay­sia e Bru­nei, oltre che Tai­wan, per la sovra­nità di quelli che sono poco più che sco­gli o iso­lotti disa­bi­tati, ma in posi­zione stra­te­gica per il con­trollo delle rotte e i cui fon­dali sono ric­chi di risorse energetiche.

In almeno una di que­ste dispute, quella sulle isole Spra­tly, e per uno dei Ppaesi, le Filip­pine, le pre­tese di esten­dere il pro­prio con­trollo su que­sto tratto di mare si affi­dano all’epopea di Tomas Cloma (1904–1996), ammi­ra­glio auto­pro­cla­mato, avven­tu­riero, navi­ga­tore e fon­da­tore del Libero Ter­ri­to­rio di Freedomland.

Nel 1947 Cloma sco­prì alcuni iso­lotti sui quali nove anni dopo cercò di fon­dare una pro­pria nazione, san­cendo la presa di pos­sesso di quei ter­ri­tori con una «dichia­ra­zione al mondo», che ancora è citata nei docu­menti sulla disputa attorno alle Spratly.

Il destino di Cloma fu finire in car­cere nel 1974 per «usur­pa­zione di auto­rità». La legge mar­ziale impo­sta nel 1972 dal regime di Fer­di­nand Mar­cos «cam­biò molte cose», scrive lo sto­rico Ambeth Ocampo. All’ammiraglio, com’era chia­mato dagli amici di bevute al Natio­nal Press Club, fu impu­tato l’uso di que­sto titolo, in realtà legato sem­pli­ce­mente al fatto di aver fon­dato un acca­de­mica nau­tica. Tra­scorsi alcuni mesi in cella, fu scar­ce­rato con l’impegno di rinun­ciare a ogni riven­di­ca­zione sulle isole che aveva sco­perto, annesse for­mal­mente alle Filip­pine con un ordine pre­si­den­ziale nel 1978.

«Tomas Cloma, con­ti­nua Ocampo, è stato dipinto come un eccen­trico auto­pro­cla­mato ammi­ra­glio, sul modello del Colon­nello San­ders del Ken­tucky Fried Chic­ken. Ma prese pos­sesso e riven­dicò le isole con­tese che oggi chia­miamo Kala­yaan, che fanno parte del ter­ri­to­rio filip­pino. La sto­ria di Kala­yaan è lunga e com­plessa. Ci sono signi­fi­cati diversi a seconda delle ver­sioni che si leg­gono e que­sto fa sì che sia ancora rilevante».

Anche la sto­ria di Free­dom­land, come altre vicende di quel par­ti­co­lare tipo di uto­pie che sono le micro­na­zioni ha carat­teri sur­reali e parodistici .

Gra­ziano Gra­ziani, che al tema ha dedi­cato il volume Stati d’eccezione, cosa sono le micro­na­zioni, (ed l’Asino, 15 euro), spiega come a gio­care un ruolo fon­da­men­tale sia spesso la per­ce­zione. Nes­suno prese ini­zial­mente sul serio le riven­di­ca­zioni di Cloma, men­tre tutto cam­biò con Mar­cos. Lo stesso avviene dal pas­sag­gio dalla con­di­zione di micro­na­zioni, spesso rele­gate a curio­sità per amanti della numi­sma­tica e della fila­te­lia, a una scala più grande, quella delle rela­zioni tra Stati e di poli­tica internazionale

D’altronde è per come fu per­ce­pito e con­si­de­rato dai con­cit­ta­dini di San Fran­ci­sco che Joshua Abra­ham Nor­ton, una delle figure base della sto­ria micro­na­zio­na­li­sta, si fre­giò del titolo di impe­ra­tore degli Stati Uniti. Cor­reva l’anno 1858 e il gesto di Nor­ton fu un atto di con­te­sta­zione con­tro il sistema giu­di­zia­rio sta­tu­ni­tense. A lui è dedi­cata anche una pagina di Non sequi­tur, tum­blr che rac­co­glie “allu­ci­na­zioni eccen­tri­che, ricrea­zioni pre­ten­ziose per ric­chi stram­pa­lati, for­bite fantascienze”.

Come ricor­dano gli autori «la sua riven­di­ca­zione ebbe un esito impre­ve­di­bile; i cit­ta­dini di San Fran­ci­sco comin­cia­rono a rivol­gersi a lui col titolo impe­riale, i poli­ziotti ben accol­sero di fare il saluto al suo pas­sag­gio, fu ospi­tato gra­tis dai prin­ci­pali hotel e risto­ranti della città, non pagò mai i mezzi pub­blici e comin­ciò per­sino a a stam­pare delle note di cre­dito da 5 e 10 dol­lari, che i negozi accet­ta­vano di buon grado come forma di paga­mento. Joshua diventò effet­ti­va­mente l’Imperatore Nor­ton, l’intera città lo trattò da sovrano, e lui come tale visse». Un potere e un’autorità tale da essere capace di sedare uno scio­pero dei portuali.

Que­stione di per­ce­zione è anche la vicenda del re di di Tavo­lara. Di fatto un’anomalia sto­rica, frutto di un incon­tro tra Carlo Alberto di Savoia e Giu­seppe Ber­to­leoni, navi­ga­tore e pastore che aveva occu­pato l’isola al largo di Olbia e cui asse­gnò il titolo di re, cer­ti­fi­cando il modo in cui l’uomo si auto­pro­cla­mava ed era cono­sciuto dai locali. I docu­menti di que­sto lascito si sono ormai persi, ma riman­gono testi­mo­nianze sui gior­nali dell’epoca e una foto per i reali britannici.

Il feno­meno delle micro­na­zioni, ricorda Gra­ziani, è più dif­fuso di quanto si possa cre­dere. Si tratta di errori sto­rici, atti di pro­te­sta, pro­getti arti­stici, quar­tieri libe­rati –come Chri­stia­nia a Cope­na­ghen o Cihan­gir a Istan­bul– ini­zia­tive truf­fal­dine. Oppure sono «isole felici», spesso piat­ta­forme arti­fi­ciali, come fu l’isola delle Rose al largo dalla costa di Rimini nel 1968 o come è Sea­land, nel mare del Nord, cui l’avventuriero Paddy Roy Bates diede sta­tus di prin­ci­pato nel 1967, prima micro­na­zione a rice­vere il rico­no­sci­mento da due Stati sovrani. O almeno così la vedeva Bates.

Nel 1978, men­tre con la moglie Joan si tro­vava in viag­gio in Austria, il giu­ri­sta tede­sco Ale­xan­der Gott­fried Achen­bach, di fatto uno dei padri costi­tuenti del prin­ci­pato attuò un colpo di Stato, soste­nuto da uomini d’affari olan­desi, e rapì il figlio della cop­pia, Michael.

Bates rispose con un riu­scito contro-assalto in eli­cot­tero assieme a lea­li­sti e mer­ce­nari. I gol­pi­sti furono dete­nuti come pri­gio­nieri di guerra. I governi di Ger­ma­nia e Paesi Bassi si mos­sero allora con Lon­dra che disse di non avere com­pe­tenza e si appellò a una sen­tenza del 1968, quando un tri­bu­nale bri­tan­nico rifiutò di ascol­tare il caso di alcuni ope­rai inglesi ber­sa­glio delle fuci­late dei Bates men­tre sta­vano posi­zio­nando una boa, per­ché il fatto si era veri­fi­cato fuori dalle acque ter­ri­to­riali. Quello che di fatto era stato il primo rico­no­sci­mento inter­na­zio­nale per Sealand

Scar­ce­rati gli olan­desi, Achen­bach, che pos­se­deva un pas­sa­porto di Sea­land, fu invece trat­te­nuto come tra­di­tore. La Ger­ma­nia inviò allora una dele­ga­zione a trat­tare. Per i Bates fu un secondo rico­no­sci­mento, indi­retto, dell’indipendenza dello Stato.

Nes­sun rico­no­sci­mento, almeno prima che se ne appro­priasse Mar­cos arrivò invece per Cloma, nono­stante i ten­ta­tivi sia con la Cina comu­ni­sta di Mao sia con quella nazio­na­li­sta di Chang Kai-shek. Com­plica il qua­dro nel Mar cinese meri­dio­nale una riven­di­ca­zione che risale al 1870, quando il capi­tano bri­tan­nico James George Meads sbarcò e fondò una pro­pria nazione sulle Spra­tley: la Repub­blica di Morac –Songhrati-Meads.

Ancora nel 1992 il Los Ange­les Times rife­riva delle riven­di­ca­zioni dei discen­denti dei fon­da­tori della repub­blica, che nei primi anni subì anche una seces­sione monar­chica per mano del figlio di Meads. Alcuni di essi con­ti­nua­vano a voler far valere senza suc­cesso i pro­pri diritti su quelli che non erano più con­si­de­rati sem­plici sco­gli, ma punti stra­te­gici e fonti di risorse. Con buona pace dei pro­clami sulla «sacra­lità dei ter­ri­tori dell’invincibile repubblica».

[link: ilmanifesto.info/errori-storici-proteste-e-truffe-le-micronazioni/]

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«Utopia o affari» intervista di Tommy Cappellini
apparso sul Corriere del Ticino – 03 ottobre 2013

CORRIERE DEL TICINO - intervista (03-ott-2013) bassa

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«Cosa sono le micronazioni» intervista di Francesca Quattrocchi
trasmesso su Radio 1 Rai / Start – 06 agosto 2013

–––» ascolta l’intervista: www.youtube.com/watch?v=wckMqGjuHAk

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Segnalazione a cura di Joan Jordi Miralles (in catalano)
all’interno di Postal literaries d’estiu, rubrica di Jordi Estrada – luglio 2013

Joan Jordi – SDE segnalazione

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«Graziano Graziani parla di Stati d’Eccezione» intervista di Iaia Barzani
trasmesso su Radio Orizzonti – 20 marzo 2013

–––» ascolta l’intervista: www.youtube.com/watch?v=yDADUXulrXk

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«Stati d’eccezione. Cosa sono le micronazioni» di Arturo Gallia
apparso su Rivista Giuridica del Mezzogiorno (ed. Il Mulino) – marzo 2013

Le micronazioni sono quelle fantasiose entità, quegli stati che si sono autoproclamati, assumendo nomi pittoreschi e bizzarri. Il termine fu coniato negli anni 70 del Novecento per definire le realtà, spesso effimere, che in quegli anni si dichiaravano indipendenti. In questo volume, solo una delle ultime interessanti proposte delle Edizioni dell’Asino, Graziano Graziani si sofferma su di esse, analizzandone l’evoluzione storica e sud- dividendole in categorie.

In questa suddivisione appaiono evidenti alcuni elementi, come la ridotta dimensione del territorio nazionale e il carattere ideologico e utopico dell’impresa. Per quanto riguarda l’aspetto geografico, la ridotta dimensione della neoproclamata nazione fa sì che su di essa insistano gli aspetti e gli effetti causati dall’insularità e dell’insularismo [1]. Questi aspetti sono validi non solo per i territori insulari, per i quali la condizione propria di Isola stabilisce queste dinamiche, ma anche per quei territori continentali con de- terminate caratteristiche, sia fisiche che socio-politiche. Le micronazioni, per l’esiguità del territorio, per l’alto valore ideologico, per la netta e, spesso, improvvisa separazione dai territori circostanti, sono soggetti alle dinamiche dell’insularismo. Graziani riporta una quarantina di esempi, alcuni dei quali sono sorti come atto di protesta nei confronti di un’istituzione, altri come esperimento artistico, altri ancora approfittando di situazioni politiche e diplomatiche poco chiare. Sebbene il fenomeno di autoproclamazione di una micronazione abbia avuto il suo apice negli anni 70 del Novecento, l’autore ci sottopone alcuni esempi, anche nella penisola italiana, di proclamazione di piccole realtà nazionali, sorte negli interstizi della diplomazia e dei confini tra i più grandi antichi Stati italiani.
Ad esempio, per un’imprecisione nel definire il fiume di confine tra la Repubblica di Firenze e lo Stato della Chiesa, nel 1484 sorse la Repubblica di Cospaia, piccolo lembo di terra tra i due Stati che contava un’estensione di appena 330 ettari. «I suoi abitanti non erano soggetti alle tasse dei due stati confinanti, né le merci ai dazi doganali. Questo garantì una certa prosperità a Cospaia, soprattutto verso la fine del Cinquecento, quando fu introdotta la coltivazione del tabacco» (p. 15). Nell’Ottocento, divenuta ricettacolo di contrabbandieri, si concluse la storia della più piccola Repubblica indipendente della storia: i suoi abitanti fecero atto di sottomissione al Papa e nel 1826 Cospaia fu annessa allo Stato della Chiesa.

Oltre a queste realtà interterritoriali o interstiziali, la maggior parte dei processi di autoproclamazione avvenne su territori insulari, quasi sempre di ridottissime dimensioni. Circa la metà degli esempi riportati, infatti, racconta esperienze di autonomismo avvenute su isole, naturali o artificiali. Piattaforme militari o di perforazione ormai dismesse sono state il supporto fisico su cui fondare i nuovi stati. L’esempio più famoso al mondo è quello di Sealand, al largo della costa britannica, che di recente è tornato agli onori della cronaca per l’annuncio da parte degli eredi di voler vendere l’isola, che «pur essendo la dimora di un principe non evoca certo scenari fiabeschi» (p. 31). Per quanto riguarda l’Italia, l’esempio più famoso di nazione indipendente su un’isola artificiale è quello della Repubblica delle Rose [2], sorta nel 1965 su una piattaforma al largo di Rimini. Nata grazie all’idea dell’ingegnere Giorgio Rosa, l’isola aprì al «pubblico» nel 1967 e l’anno successivo dichiara formalmente la sua indipendenza dallo Stato italiano. L’idea dell’isola extraterritoriale inizia a suggestionare gli italiani: «si favoleggia di night club, di un futuro casinò, qualcuno parla di prostituzione, altri di una radio pirata L..J mentre l’unica attività godereccia che vi si svolge, stando a quanto racconta il suo creatore, sono delle “grandi mangiate”» (p. 50). Nascono diverse attività di natura artistica e culturale e viene pubblicata una rivista, «La bussola. Rivista di cultura e informazione dell’Isola delle Rose», che pro- seguirà le pubblicazioni anche dopo la fine dell’esperienza indipendentista. L’indipendenza dell’isola dura, infatti, solo cinquantacinque giorni: il 25 giugno 1968 Carabinieri e Guardia di Finanza la circondano e occupano militarmente. L’Italia ha applicato un trattato internazionale (non ancora ratificato all’epoca) che prevede l’estensione della giurisdizione per ulteriori 6 miglia marine in caso di sicurezza nazionale, minata dalla presenza di questa nazione indipendente. Nel febbraio del 1969 la piattaforma fu fatta affondare dalla Marina militare.

Sebbene non tutti ne siano a conoscenza in Italia vi sono state molte esperienze micro nazionalistiche, soprattutto su piccole isole. Tra queste, è possibile ricordare il Regno di Tavolara, la Tamisiana Repubblica di Bosgat- tia, su un isolotto nel Po, la Repubblica di Malu Entu (Mal di Ventre).

Infine, degna di nota, per quanto riguarda l’Italia, è la vicenda dell’Isola Ferdinandea [3], che esula in parte dal fenomeno della proclamazione di indipendenza di micronazioni, ma che sicuramente merita di essere raccontata, perché rientra in quei casi dove «quando si tratta di estendere o consolidare il proprio dominio, gli Stati si sentono liberi di proclamare la propria sovranità su qualunque territorio non ricada sotto l’influenza altrui. Il che a volte dà origine a dispute internazionali con risvolti paradossali» (p. 21). Nel 1831, nel tratto di mare tra Pantelleria e la costa di Sciacca (AG), emerse un’isola a causa dell’intensa attività vulcanica (giugno-luglio). «L’apparizione della nuova terra destò l’immediato interesse delle potenze europee, che vedevano in quel piccolo avamposto una posizione strategica nel Mediterraneo» (pp. 21-22). Il 24 agosto gli inglesi, di stanza in quelle acque, piantarono l’Union Jack e la battezzarono Isola di Graham. Un mese dopo (26 settembre) la Francia inviò una spedizione scientifica diretta dal geologo Constant Prévost, che, oltre a piantare il tricolore francese e a denominarla Iulia, mise in luce la facile erodibilità dei materiali di cui era composta l’isola, che quindi si sarebbe potuta inabissare con la stessa facilità con sui era emersa. A quel punto Ferdinando II delle Due Sicilie intervenne reclamandone la sovranità perché sorta nelle acque del Regno. Il capitano Corrao fu inviato sull’isola per piantare il vessillo reale e fu ribattezzata Ferdinandea. Tuttavia, 1’8 dicembre dello stesso anno l’isola era completamente inabissata, ma riapparve più volte nel 1846 e nel 1863. Quando nel 1968, con il terremoto del Belice, si pensò che l’isola potesse riemergere, gli inglesi si affrettarono a posizionare alcune navi in posizione strategica, mentre alcuni sommozzatori locali posero una targa su cui è inciso: «L’Isola Ferdinandea era e resta dei siciliani» (p. 23). Oggi, la disputa sulla sovranità dell’isola in caso di sua nuova emersione sarebbe un semplice esercizio ludico: il diritto internazionale, infatti, secondo il concetto di «piattaforma continentale», ne riconosce la pertinenza allo Stato costiero nelle vicinanze sui cui fondali marini, naturale prosecuzione del territorio nazionale, insiste l’isola.

NOTE:
1. A tal proposito, cfr. A. Gallia, La valorizzazione dei beni culturali e ambientali per lo sviluppo delle isole minori italiane, in questa «Rivista», p. 867.
2. A tal proposito, esiste una copiosa bibliografia, tra cui P. Paone, Il caso dell’Isola delle Rose, Milano, Giuffrè, 1968; W. Veltroni, L’isola e le rose, Milano, Rizzoli, 2012.
3. Anche in questo caso, esiste un’ampia bibliografia, tra cui B. Marzolla, Descrizione dell’isola Ferdinandea nel mezzogiorno della Sicilia, Napoli, Reale Off. Topogr., 1831; C. Ciaccio, L’Isola Ferdinandea o Giulia. Documenti storie, iconografia, esplorazioni, vicende, Palermo, Industria grafica nazionale, 1970; S. Mazzarella, Dell’Isola Ferdinandea e di altre cose, Palermo, Sellerio, 1984; G. Allotta, Ferdinandea. L’isola che non c’è, Agrigento, Siculo grafica, 2000.

[link: www.mulino.it/riviste/issn/1120-9542]

PDF: www.asinoedizioni.it/wp-content/uploads/Arturo-Gallia-Rivista-Giuridica-per-il-Mezzogiorno-3-2013.pdf

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«Stati così piccoli che non esistono» di Giorgio dell’Arti
apparso su La Stampa – 16 febbraio 2013

LA STAMPA - DellArti (16.02.2013)

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«Geografia delle micronazioni» di Andrea Pira
apparso su L’Unione Sarda e Lettera22.it – 23 dicembre 2012

Nella geografia delle micronazioni di Graziano Graziani, il caso di Malu Entu ricade tra le azioni di protesta. La repubblica fondata da Salvatore “Doddore” Meloni e dai suoi compagni del Partidu sardu pro s’indipendenzia nell’agosto del 2008 ha in prospettiva un obiettivo più alto: l’indipendenza dell’intera Sardegna. Il regno di Tavolara è invece una di quelleanomalie storiche uscite dall’incrociarsi di eredità dinastiche, trattati e congressi che hanno disegnato le nazioni europee e dagli errori che ne conseguono Graziani, giornalista e autore di Stati d’eccezione, cosa sono le micronazioni (edizioni dell’Asino), si è avvicinato a questa sorta di utopie in modo quasi casuale, ha spiegato all’Unione Sarda.

Lo ha fatto occupandosi di diritti digitali e del caso del sito di file-sharing The Pirate Bay che nel 2007, tra le varie iniziative, portò avanti una raccolta fondi per comprare un luogo dove spostare i propri server per tutelarsi e sfuggire alla lobby del copyright. Il posto scelto era il territorio di Sealand, messo in vendita dal principe reggente ormai stanco della vita su una piattaforma in metallo e cemento in mezzo al mare del Nord cui il padre, l’avventuriero Paddy Roy Bates, aveva dato status di principato quarant’anni prima.

Non un caso isolato come si scopre da una rapida ricerca su Internet. Ma se la rete offre spazio a chiunque per formare una comunità, scegliersi una bandiera e proclamarsi Stato, le scelte di Graziani ricadono su quelle esperienze che hanno avuto anche un’estensione territoriale, se pur minima, il cui ricordo deve molto a numismatici e filatelici.

È in queste realtà che si sperimentano forme di gestione alternativa del territorio e si arriva a uno scontro con lo Stato da cui si vogliono staccare. Si tratta di anomalie che cercano un riconoscimento e in rari casi riescono a ottenerlo. L’unica deroga è concessa ai progetti artistici, dove pur senza appartenenza territoriale si cerca di studiare a fondo l’idea di cittadinanza e sovranità.

Le storie delle micronazioni hanno spesso caratteri surreali e parodistici. Tuttavia, “la percezione gioca un ruolo fondamentale”, sottolinea Graziani. Le stesse rivendicazioni non susciterebbero ilarità se applicate su scala più grande alle relazioni tra gli Stati e alla politica internazionale. Questione di percezione come nel caso di Tavolara. I documenti che attestano il lascito dell’isola alla famiglia Bortoleoni sono scomparsi. Forse tutto è stato frutto di una battuta di spirito di Carlo Alberto di Savoia che nella prima metà dell’Ottocento riconobbe a Giuseppe Bortoleoni il titolo di re. Tuttavia fonti di seconda mano, testimonianze, articoli di giornali, una foto per i reali britannici attestano che Tavolara fu considerato veramente il più piccolo regno al mondo.

Ancora più rilevante è il caso di Joshua Norton, la cui storia è alla base della cultura micronazionalista. Per contestare il sistema giudiziario Usa nel 1858 si proclamò imperatore degli Stati Uniti e pur non avendo reali poteri fu considerato tale dai suoi concittadini di San Francisco che gli tributarono tutti gli onori.

[link: www.lettera22.it/showart.php?id=12386&rubrica=141]

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«Stati d’eccezione» di Vincenzo Sparagna
apparso su Frigidaire – 15 novembre 2012

Con la precisione rigorosa del cronista e l’elegante ironia dello scrittore, Graziano Graziani ci fa conoscere in questo delizioso volumetto quelle micronazioni che sono fuori dalla casistica degli Stati propriamente detti. E’ un viaggio affascinante alla scoperta di realtà quasi sempre ignote o ignorate. Si comincia dal Regno di Talossa (in finlandese la parola vuol dire “in casa”), fondato nel 1979 dal quattordicenne Robert Ben Madison a Milwakee negli Stati Uniti, un regno il cui territorio si limitava alla camera da letto del ragazzo, e si finisce, traversando le più singolari e curiose esperienze, con la Repubblica di Freedonia, creata da un gruppo di tredicenni texani capitanati da John Kyle, studente di Huston. Nel mezzo esperienze storiche come il Regno di Tavolara, fondato al principio dell’800 su un’isoletta sarda dal re pastore Giuseppe Bertoleoni Poli, o come Christiania, la celebre comunità hippie danese. Non manca neppure un capitolo sulla nostra piccola Repubblica di Frigolandia. Sono esperienze che a volte si presentano come invenzioni artistico-letterarie, altre come piccolissime comunità che proclamano la propria indipendenza. Queste micronazioni possono non avere nemmeno un microterritorio, oppure essere estesissime, come il Regno di Aracaunia e Patagonia, fondato dal francese Orélie Antoine de Tounens per difendere l’indipendenza degli indios Mapuche. Un libro da leggere d’un fiato, ricco di decine di racconti, che ci fa apprezzare la voglia di libertà dei singoli o gruppi in lotta per fuggire dalla gabbia degli antichi e moderni Stati Moloch.

[da Frigidaire n°244 – novembre 2012]

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«Micronazioni, non ci vivo ma ci credo» di Tommaso Giartosio
apparso su Gli Altri – 26 ottobre 2012

_____ [Visualizza il Pdf –––» GLI ALTRI – Giartosio – 26 ottobre 12] _____

Nel selciato di Sproul Plaza, la piazza centrale del campus di Berkeley, è incassato il monumento dedicato al Free Speech Movement, il movimento di protesta del 1964-65. È stato disegnato dall’artista Mark Brest van Kempen nel 1990. Si tratta di una lastra circolare di granito, lungo il cui bordo corre la scritta: “Questo spazio e l’aria sopra di esso non faranno parte di nessuna nazione e non saranno soggetti alla giurisdizione di nessun ente”.

Per due distinti motivi (che dirò tra poco) mi è tornato in mente il Free Speech Monument leggendo Stati d’eccezione. Cosa sono le micronazioni, di Graziano Graziani (Edizioni dell’Asino). Cosa sono le micronazioni? Sono parecchie decine di piccolissimi stati (al massimo qualche chilometro quadrato),
 nati qua e là
per il mondo soprattutto
negli ultimi
decenni. Alcuni
esistono ancora,
altri sono scomparsi, come l’Isola delle Rose (di
cui si torna a par
lare in queste set
timane per via del
romanzo che le ha dedicato Walter Veltroni). Si chiamano Sealand, Bosgattia, Melchize- dek, Talossa, Elgaland-Vargaland, Impero degli Stati Uniti, Gay and Lesbian Kingdom of the Coral Sea Islands… fino a Lomar e Freedonia, di cui ancora non so nulla. Parlo di questo libro senza averlo ancora finito, un po’ ubriaco per la lettura di queste minuscole storie nazionali che sono una vera lezione di utopia, ma (stranamente) anche di realismo.

Di uno di questi paesi (Bosgattia: dalle parti di Rovigo) conoscevo già i deliziosi francobolli rossi ornati di pesci e aironi e tende e barche a vela. La questione dei bolli, della valuta, del fisco, in Stati d’eccezione è onnipresente. Le micronazioni nascono spesso da obiettivi almeno in parte economici. Intendono proporsi come mete turistiche, mercati dell’artigianato tipico, zone di contrabbando, paradisi fiscali, Eldorado filatelici e numismatici. Sono osteggiate dal governo centrale ma spalleggiate dalle amministrazioni locali circostanti, che godrebbero delle ricadute positive di una presenza simile. La loro storia ci ricorda continuamente che uno Stato è sì un progetto politico e civile, un sistema di valori condivisi, una cultura e una storia, ma prima ancora è sovrano, è una struttura di potere che negozia con altre strutture simili i limiti del proprio dominio. Per questo è cruciale il suo controllo sul territorio: tutto il territorio: anche pochi metri quadri a Vienna, anche un angolo sperduto di una riserva naturale svedese, anche l’Isola Ferdinandea che emerge di tanto in tanto dal Canale di Sicilia. Cercare di ritagliarne una parte significa fare realisticamente i conti con la materia prima della convivenza umana.

Ma anche cercare utopisticamente di rimodellarla. Molte di queste nazioni hanno alle spalle, in un modo o nell’altro, il pensiero libertario degli anni sessanta, interpretato in senso neoliberistico o più spesso solidaristico. Si oppongono esplicitamente a ogni forma di reale o presunto autoritarismo statale, a cominciare da quello del “vero” paese che li circonda: la Turchia per Cihangir, la Svezia per Ladonia… (Ma ovviamente nascono solo in stati relativamente democratici: un’autentica dittatura le spazzerebbe via in quattro e quattr’otto.) Possono nascere da progetti artistici: una delle micronazioni più affascinanti è il Regno di Redonda, nelle Antille, il cui sovrano è lo scrittore Javier Marìas, che ha insignito Pedro Almodòvar del titolo di Duca di Trémula. Una parte importante della loro vita istituzionale si svolge su Internet: perché sono esse stesse virtuali, ma anche perché devono pubblicizzare la propria indipendenza e la loro stessa esistenza. Ma il punto è proprio questo: la battaglia, raramente vinta, per ottenere un riconoscimento formale da parte degli stati “veri”, e così comparire sulle mappe. Graziani osserva che questo è «l’obiettivo primario delle micronazioni». Non è un’osservazione scontata, perché molte di esse sembrano accontentarsi di un’esistenza liminare, mentre altre mirano senza dubbio a una critica dello stato-nazione condotta con le armi dell’ironia e della provocazione. Ma poi, al dunque, tutte si danno una moneta: sia pure con il disegno di una foglia di marijuana (Christiania). Tutte si danno un inno nazionale: poco importa che lo si esegua lanciando un sasso nell’acqua (Ladonia). Tutte si disegnano una bandiera: anche se è solo la bandiera dello stato ospitante disegnata a rovescio (Kugelmugel). Tutte si danno una costituzione: magari sancendo, accanto allo storico diritto alla ricerca della felicità, il diritto a essere infelici (Uzupis). Tutte istituiscono dei ministeri: dedicati per esempio agli “incontri sentimentali”, alle “situazioni imbarazzanti” (Lizbekistan)…

Saranno pure gesti ironici, questi, oppure di “sovra-identificazione” critica, come osserva finemente Graziani – che è uomo di teatro e conosce bene le dinamiche della performance. Ma alla fine hai la sensazione che alla semantica dello Stato non si sappia opporre nulla di realmente alternativo. In fin dei conti è molto più facile fare una rivoluzione in una nazione storica che fondare in un territorio vergine un’entità politica realmente innovativa.

Per questo mi era venuto in mente il Free Speech Monument, che formula la più radicale rivendicazione di uno spazio extragiudiziario di libertà integrale, ma lo fa chiudendosi entro un confine ben preciso e usando ancora il linguaggio cauto e sobrio dei tribunali. Allo stesso modo, le istituzioni politiche e sociali delle giovanissime micronazioni sono quelle tradizionali, a cui si affianca al massimo qualche collettivo e qualche comune. C’è anzi uno scivolamento all’indietro: alcuni di questi stati, come il principato di Seborga, rivendicano un reale o fittizio passato di autonomia (evidentemente per mettersi sullo stesso piano di San Marino o Andorra); ma anche tra quelli di nuova formazione si conta un numero imbarazzante di monarchie, principati, imperi, ben foderati di enfasi nazionalista. È solo un gioco? O le sparate e gli scherzavo della micronazione sono la lingua metaforica del debole, che si affretterebbe a diventare letterale qualora il rapporto di forza si modificasse? Date al sultano di un “regno” dadaista un regno vero: per prima cosa si prenderà un vero harem. Del resto, con buona pace degli adorabili sognatori di Oileàn Thoraigh e Frigolandia, uno “stato d’eccezione” è un luogo in cui ci sono meno democrazia e meno diritti che in uno stato normale.

Ma pensavo al Monument anche per un altro motivo. Le micronazioni sono, più che veri e propri esperimenti politici, straordinarie occasioni di sbrigliare un’immaginazione politica sfrenata. L’importante è sapere che questi stati esistono: non viverci davvero. Ogni nuovo arrivato a Berkeley che visita Sproul Plaza non può fare a meno di piazzarsi in quel cerchio extraterritoriale: per scoprire che, da dentro quel luogo eccezionale, non si vede nulla di eccezionale. È molto più interessante – anzi, necessario – vederlo da fuori.

[da www.glialtrionline.it]

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«Stati d’eccezione o Stati a tutti gli effetti?» di Danilo Supino
apparso su Fuori le Mura – 1 ottobre 2012

Molto probabilmente, mesi fa avete sentito parlare del Principato di Filettino (anche noi di Fuori le Mura ce ne siamo occupati). Il piccolo comune del frosinate si è dichiarato uno Stato sovrano indipendente, con una sua moneta, una sua giurisdizione e un suo apparato amministrativo, retto da un principe (nominato tale), l’avvocato Carlo Taormina, e da un primo ministro, il regista Pasquale Squitieri. Recentemente ha formalizzato la richiesta di riconoscimento sia allo Stato Italiano che alla Città del Vaticano. Ebbene, questo tipo di entità statuale viene definita Micronazione. Di esperimenti come il Principato di Filettino se ne registrano numerosi, alcuni hanno una storia lunga secoli, altri un percorso recente o hanno avuto vita breve.

Graziano Graziani ha iniziato ad occuparsi di tale argomento nel 2005, attraverso reportage, articoli e brevi saggi. Dalla mole di informazioni raccolte ne è uscito il libro, Stati d’eccezione. Cosa sono le micronazioni, pubblicato da Edizioni dell’Asino. Il libro vanta un attento piglio giornalistico e cronachistico. Ogni “stato” analizzato riporta la sua origine, la localizzazione geografica, una minuziosa storia e le motivazione che ha spinto uno o più cittadini del vecchio stato di appartenenza a definirsi indipendenti. Già, perché non sempre è un movimento o un gruppo di liberi cittadini a condurre la secessione dalla madre patria. Alle volte accade che aspirazioni indipendentiste siano nella mente di un solo individuo, come accaduto nel 1979 per la nascita del Regno di Talossa, frutto delle idee del quattordicenne Robert Ben Madison di Milwaukee, che dichiarò l’indipendenza della sua camera da letto.

Questo fu il primo caso di Stato-individuo. Ovviamente, si registrano episodi più seriosi delle simpatiche mire di un adolescente. L’Isola delle Rose è una reazione al tutto il marcio italiano e un’opera ingegneristica moderna. L’ingegnere Giorgio Rosa, stanco della farraginosità della burocrazia italiana, decise di costruire un’isola artificiale al largo di Rimini. S’informò sulla normativa allora vigente e iniziò i lavori in acque extraterritoriali. Il 1° maggio del 1968 l’isola artificiale dichiarò l’indipendenza. Il nuovo Stato però avrà vita breve. Il 25 giugno dello stesso anno, carabinieri e marina militare italiana circondarono l’isola e la occuparono coercitivamente, sebbene fuori dalla loro giurisdizione. La questione divenne anche motivo di disputa in Parlamento. A confermare la tesi di extraterritorialità fu la risposta del Consiglio Europeo al ricorso di Rosa, che dichiarò di non avere giurisdizione perché non Europa. Sulla vicenda si disse di tutto, comprese illazioni su appoggi sovietici.

Provocazioni, utopie, distopie e progetti artistici. Questi sono solo alcune delle tipologie di micronazioni presenti nel libro di Graziani. Un termine sinonimo per indicare tali insoliti Paesi è Quinto Mondo, appunto per definire quanto ci si spinga oltre i confini della geopolitica.
Il libro, proprio per l’argomento singolare, che a tratti può sembrare avere del fantasioso, lo si legge tutto di un fiato, e in maniera leggera. La cura nei particolari permette di vivere questi stati eccezionali.
Un’idea potrebbe essere acquistare il libro per l’autunno, annotarsi alcune micronazioni e andare a visitarle in estate. Sempre che quelle scelte esistano ancora.

[link: www.fuorilemura.com/2012/10/01/stati-deccezione-o-stati-a-tutti-gli-effetti/]

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«Le micronazioni di Graziani sbarcano al Festival della Letteratura di Viaggio» intervista di Rocco Bellantone
apparso su Paese Sera – 30 settembre 2012

Superpotenze, metropoli e micronazioni nell’era della globalizzazione, dello spread e dei governi tecnici. Se ne discuterà oggi pomeriggio alle 16 a Villa Celimontana, nel corso della giornata conclusiva della quinta edizione del Festival della Letteratura di Viaggio. Ospiti dell’incontro  Giampaolo Visetti di Repubblica, Oliviero Bergamini della Rai, lo scrittore Tommaso Giartosio e l’attore e scrittore Andrea Mochi Sismondi. A prendere le parti delle decine di micronazioni che all’insaputa dei più popolano il pianeta da un polo all’altro, sarà Graziano Graziani, giornalista e critico teatrale, collaboratore di Nuovo Paese Sera e autore del volume «Stati d’eccezione. Cosa sono le micronazioni» (Edizioni dell’Asino).

Allora Graziani, ci spieghi anzitutto che cosa sono le micronazioni?

“Le micronazioni sono dei tentativi di dichiarare indipendenza, fondando nuove nazioni o recuperando diritti statutari perduti. Queste pratiche si sono sviluppate soprattutto tra gli anni Sessanta e Settanta, riguardano territori molto piccoli, per i quali però quasi mai è stato raggiunto un riconoscimento. A volte si tratta di rivendicazioni amministrative, altre di proteste politiche o artistiche, in altri casi ancora sono invece degli escamotage per compiere delle truffe”.

Come è nata l’idea di scrivere questo libro?

“Nel 2006 ero redattore al settimanale Carta e in quel periodo mi occupavo di diritti digitali. Seguivo il processo “The Pirate Bay”, da cui sarebbe nato successivamente il Partito Pirata che rivendica  il rispetto di principi come la libertà digitale e il free sharing. Questo partito partecipò, senza riuscirvi,  all’acquisto di Sealand, una struttura artificiale creata durante la Seconda guerra mondiale e occupata nel 1967 da Paddy Roy Bates, che la proclamò principato con sovranità indipendente. Da qui ho iniziato a interessarmi a questa e a tante altre realtà simili che solo con l’avvento di internet hanno iniziato a dialogare fra loro”.

Che ci dice invece di Christiania, la micronazione più conosciuta al mondo?

“Il caso è interessante perché molto connotato dal punto di vista politico. Le strategie di regolamentazione odierne hanno portato al braccio di ferro tra governo e occupanti, conclusosi con l’acquisto da parte di quest’ultimi con il pagamento di un canone. In pratica si è trattato di un compromesso per non alienare Christiania rispetto allo stato danese. La vicenda deve comunque far riflettere: se prima le zone temporaneamente autonome erano tollerate e rispettate poiché rappresentavano delle sacche di diversità, oggi questo non è più possibile”.

Quali micronazioni ha avuto modo di visitare in Italia?

“In Liguria c’è il principato di Seborga, tra Bordighera e Ventimiglia, che rivendica la propria indipendenza per non essere stato annesso né al Regno dei Savoia prima né al Regno d’Italia dopo. Sono stato a Bologna a parlare con Giorgio Rosa, fondatore dell’isola delle rose, di cui ha scritto anche Walter Veltroni nel suo ultimo libro, romanzando il tutto e rendendolo, a mio parere, meno interessante (L’isola e le rose, Rizzoli). Poi c’è Frigolandia, dove ha sede la redazione della rivista Frigidaire, mentre nel frusinate c’è il caso di Filettino, che si è autodichiarato principato per protestare contro la norma “tagliacomuni”.

Chiudiamo con un azzardo: può l’esperienza del Teatro Valle Occupato essere assimilata alla fonazione di una micronazione?

“C’è certamente un afflato utopico condiviso. Ma rispetto a una micronazione che vuole rendersi autonomia rispetto a uno Stato, il Valle punta a concretizzare un’idea diversa di gestione di un bene pubblico per diventare però un esempio legislativo per tutto il Paese”.

[link: www.paesesera.it/Cultura-e-spettacolo/Libri-fumetti/Le-micronazioni-di-Graziani-sbarcano-al-Festival-della-letteratura-di-viaggio]

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Intervista a Graziano Graziani su «Carta Vetrata»
in onda su Radio Città Futura – 23 settembre 2012

–––» ascolta l’intervista su youtube: www.youtube.com/watch?v=tbf7kL9aZfQ

–––» Scarica la puntata (MP3)

[link: www.gaffi.it/carta-vetrata.shtml]

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«Graziano Graziani. Stati d’eccezione» di Piero Gaffuri
apparso su Themadjack.com – 17 settembre 2012

Questo libro racconta una moltitudine di storie che hanno per oggetto gli Stati d’eccezione, cioè micro nazioni sorte per volontà di singoli, di piccoli gruppi, oppure frutto di scherzi della storia, prodotto delle amnesie di grandi potenze trascurando l’annessione di lembi di territorio, isole sperdute e piattaforme costruite per scopi militari o anche opere della fantasia. L’autore, nell’introduzione, spiega che la sua ricerca è stata svolta in gran parte sul web, del resto la rete è una miniera d’oro in materia d’informazioni e suggestioni che in modi diversi è praticamente impossibile reperire. Un lavoro importante, perché certifica l’uso del web come strumento creativo, Internet è ambito nel quale è possibile navigare in libertà, fare scoperte, a dispetto della sua apparente dimensione irreale, entrare in relazione con entità sociali e culturali, cercare e trovare forme di contaminazione artistica e letteraria.

Le micro nazioni comunque non sono tutte eguali. Graziani le distingue utilizzando alcune categorie di riferimento che diventano, infine, utili items per comporre l’indice. Vi sono isole felici come Sealand, la Repubblica di Minerva e l’Isola delle rose;  anomalie storiche, il principato di Seborga, Redonda, Tavolara dei re pastori; opere d’arte, fisiche e virtuali, Ladonia, Kugelmugel, Likbekistan; i quartieri liberati, i piccoli territori, le azioni di protesta, le rivolte contro l’autorità e per finire le Distopie, cioè quelle realizzazioni utopiche negative a tutti gli effetti, micro stati canaglia o virtualità truffaldine. Un quadro vasto e completo, dal quale forse sfuggono alcuni esemplari minori, che offre la possibilità di scoprire autentiche curiosità, entrare in grandi leggende, una per tutte quella dei templari di Seborga, e soprattutto sognare mondi alternativi, liberi dalle oppressioni burocratiche degli stati, piccole comunità autogestite. Il tutto raccontato usando uno stile lieve e preciso, per nulla ridondante, anche nei casi in cui la singolarità dei fatti o le stranezze riscontrate condurrebbero inevitabilmente nel campo dell’ironia.

In un mondo nel quale imperano le leggi dell’economia globale e dove le agenzie di rating influenzano profondamente la stabilità economica e socio politica degli stati sovrani sembra impossibile possano esistere luoghi diversi, fisici e virtuali, in cui vigono leggi particolari, la moneta si chiama “capezzolo” o l’inno nazionale si esegue semplicemente gettando un sasso nell’acqua. Come non approvare, del resto, fino in fondo, il dettato dei sedici articoli della costituzione del Regno di Elgaland-Vargaland e soprattutto l’ultimo, il sedicesimo, cha sancisce il “diritto alla vita eterna”? Territori reali o fantastici, luoghi un tempo approdo di baleniere e pirati, spicchi di volontà e immaginazione, sono ancora oggi lì, con le loro bandiere, a raccontarci che la voglia di libertà dell’uomo è davvero un sentimento inestirpabile e ancorato strettamente nei gangli della sua intima essenza.

[link: themadjack.com/2012/09/17/graziano-graziani-stati-deccezione]

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Citazione in «Ingiustamente bruno, ovvero: analizzare ‘L’isola e le rose’, l’ultimo romanzo di Walter Veltroni» di Christian Raimo
apparso su Minima&Moralia.it – 05 settembre 2012

Qualche giorno fa è uscito l’ultimo romanzo di Walter Veltroni, L’isola e le rose. Ne hanno parlato già in molti prima che uscisse o appena il libro è stato disponibile. […] Mi è capitato di pensare di essere uno dei lettori più attenti della sua opera in Italia (dai romanzi agli pseudosaggi alle poesie), tanto da averne fatto un bilancio, di questo rapporto critico. Questa continuità forse mi dà la possibilità di leggere a vari livelli il suo nuovo romanzo, L’isola e le rose, vicenda romanzata ispirata a quella vera e abbastanza straordinaria dell’Isola delle rose, raccontata molto bene da Graziano Graziani in un libro recente sulle micronazioni [Graziani ha il pregio di far notare tra l’altro l’ambiguità politica dei protagonisti della vicenda, tutt’altro che scanzonati vitelloni di sinistra, come appare dal romanzo veltroniano]. […]

[link: www.minimaetmoralia.it/?p=9339]

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«Geografie dell’utopia. Gli stati d’eccezione descritti da Graziani» di Chiara Valerio
apparso su L’Unità – 08 agosto 2012

[link: http://cerca.unita.it/ARCHIVE/xml/2450000/2445041.xml?key=Valerio&first=61&orderby=1&f=fir]

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«Micro Utopie. Cosa sono le micronazioni» di Gaetano Farina
apparso su Linkiesta – 05 agosto 2012

Grazie al web e a un nuovo libro pubblicato da Edizioni dell’Asino intitolato Stati d’Eccezione, si è riaccesa l’attenzione sull’infinita galassia di quelle che, dagli anni ’60 in poi, furono definite “micronazioni”. Oggi diremmo che sono piccole patrie per vivere una vita sostenibile. Una micronazione è un’entità, creata da un ristretto numero di persone, che pretende di essere considerata come nazione o stato indipendente, ma non viene riconosciuta dai governi e dalle maggiori organizzazioni internazionali. Un fenomeno che ha quasi sempre prodotto realtà di piccole dimensioni, di esistenza effimera, ma, in molti casi, con rimessa in discussione dello status quo. Sfruttando le nuove potenzialità offerte da internet, questi progetti sono usciti dall’anonimato, hanno trovato sostenitori e simpatizzanti, perfino nuovi cittadini. In Italia, è il giornalista Graziano Graziani ad aver esplorato più di qualsiasi altro questo universo così frastagliato, tanto da aver accumulato una mole di documentazione e testimonianze riordinate nel libro Stati d’Eccezione.

Il termine micronazione, come illustrato da Graziani, etichetta un certo tipo di utopie, fantasiose entità dalle radici iperboliche, alcune più artistiche, altre più politiche, accomunate dalla ricerca irriducibile di autonomia e indipendenza. Ci sono comunità politiche, sociali ed economiche; alcune sono ricostruzioni storiche, specialmente del mondo romano o del mondo medievale, altre hanno solo un fine dichiaratamente ludico o sono funzionali all’esaltazione di un personaggio a dir poco megalomane. Altre nascono come veicolo di propaganda o di protesta sociale, o addirittura a scopo fraudolento. Le ludo nazioni, per esempio, non superano i pochi mesi di vita: di solito servono a fornire ai fondatori i simboli araldici derivati dalla tradizione feudale europea. In genere conducono “guerre” e “attività diplomatiche” con altre micronazioni in continenti e pianeti fantasiosi. Le micronazioni sono così tante e sfuggenti che si è sviluppata una correnti di studi a loro dedicata ribatezzata micropatrologia. A molte, in verità, manca proprio un territorio e, quindi, spesso vengono definite Stati di carta o virtuali. Per esempio, Celestia ambisce a estendere il proprio dominio su tutto ciò che sta sopra la terra (il cielo): in realtà, esiste solo nella mente del suo eccentrico creatore, James Mangan, che per anni ha lottato invano affinchè Celestia fosse riconosciuta dalla comunità internazionale.

Il Principato di Sealand, è la più famosa per longevità e per il riconoscimento ottenuto da altre nazioni vere (www.benvenutiasealand.it.). È stata fondata nel 1967 da un avventuriero inglese, Paddy Roy Bates, che s’insediò in un fortino della seconda guerra mondiale installato su uno spuntone di roccia nel gelido mare del Nord. La sua intenzione era di replicare una radio pirata come andava di moda in Inghilterra; fallito l’esperimento, optò per un progetto ancor più ambizioso: fondare un principato e diventarne il reggente. Certo, per lui e la sua famiglia la vita non era affatto facile, visto che Sealand si presenta come una microscopica isola sperduta in mezzo al mare e avvolta costantemente dal buio e dal freddo. Ciononostante, Bates e famiglia sono riusciti a sopravvivere grazie alla pesca e al merchandising, inventando oggetti di culto come passaporti, francobolli, monete e altro ancora a marchio Sealand. Quarantacinque anni di vita in un posto del genere, però, oltre un vero e proprio colpo di Stato respinto faticosamente, sono davvero troppi tanto che Sealand è stata messa in vendita nel 2007: finora però le richieste di acquisto sono state scarse e poco attraenti.

A livello sociopolitico tuttavia altri esperimenti sono ben più interessanti. Finito male è quello della Repubblica di Minerva che ha dovuto addirittura subire l’attacco militare di Tonga che ne rivendicava l’annessione. L’utopia era stata lanciata dal naturalizzato americano Michael Oliver il quale, anche se reso milionario dalle sue attività immobiliari, è ancora alla ricerca di potenziali paradisi terrestri. Alcuni sono da considerarsi azioni di protesta come Waveland, formata dagli attivisti di Greenpeace sull’isola britannica di Rockall, nell’Oceano Atlantico a nord dell’Inghilterra contro l’esplorazione petrolifera. In Italia esiste Malu Entu, che coincide geograficamente con l’isola di Mal di Ventre presso la costa occidentale della Sardegna. Prima disabitata, è stata occupata e proclamata repubblica indipendente il 27 agosto 2008 da un gruppo di indipendentisti sardi guidati da Salvatore Meloni che ha assunto il titolo di presidente. Il 16 gennaio 2010 il medesimo gruppo di attivisti ha occupato l’isolotto di Serpentara, presso Villasimius.

Ma in Italia, come approfondisce Graziani nel suo libro, il caso più ricordato è quello dell’Isola delle Rose, nome assegnato a una piattaforma artificiale di 400 m² che sorgeva nel mare Adriatico a 11,612 km al largo delle coste dell’ allora provincia di Forlì a 500 metri fuori delle acque territoriali italiane. Venne costruita dall’ingegnere bolognese Giorgio Rosa che la autoproclamò Stato indipendente il primo maggio 1968. Si diede una lingua ufficiale (l’esperanto), un governo, una moneta e un’emissione postale, ma non fu mai riconosciuta da alcuna nazione. Occupata dalle forze di polizia il 26 giugno venne sottoposta a blocco navale fino alla sua completa demolizione nel 1969. Il sogno utopistico di una vita sostenibile al di fuori dei conflitti ideologici dell’epoca durò quindi solo 55 giorni.

Tuttavia il vero precursore italiano delle micronazioni è Michele Mulieri, un contadino di Grassano (Matera) che negli anni ’50 ebbe numerose controversie con personaggi pubblici ed enti vari, tanto che decise di dichiararsi “repubblica”, rifiutandosi di partecipare al censimento, di iscrivere il proprio figlio all’anagrafe e via dicendo (vedi libro edito da Galzerano La Vera Storia di Michele Mulieri). Altri ribelli in stile Mulieri sono Hutt River con un territorio di 75 km², situato geograficamente in Australia (595 km a nord di Perth), proclamatosi provincia autonoma il 21 aprile 1970 per opporsi ai limiti di produzione di grano fissati dal governo centrale e Conch Republic, frutto della protesta dei residenti e degli esercizi commerciali delle isole delle Florida Keys contro il blocco stradale dello United States Border Patrol, che rimane una grande attrazione turistica.

[link: www.linkiesta.it/blogs/leggere-il-mondo/microutopie]

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«Viaggio nelle micronazioni di tutto il mondo» di Paolo Bottiroli
apparso su NoBorders Magazine – 24 luglio 2012

Andando in libreria, o consultando siti come Amazon o Ibs, è possibile trovare guide turistiche per quasi tutti i Paesi del mondo. Quasi, perché non tutte le nazioni ne hanno una. Non per mancanza di dovizia, o perché nessun editore l’abbia ritenuta adeguatamente interessante, ma perché ci sono Stati particolari, “Stati d’eccezione”, come li chiama Graziano Graziani. Cosa sono? Piccoli stati autoproclamati, nazioni dai nomi pittoreschi e bizzarri e dalle radici iperboliche. Il termine esatto per indicarli è “Micronazioni” e di cosa precisamente si tratta lo sintetizza nell’introduzione al volume lo stesso Graziani: “in qualche caso vere e proprie anomalie statuali, in qualche altro caso di ingegnose dimostrazioni a sfondo politico contro la propria (ex) nazione di appartenenza. Alcuni di questi paesi sono stati inventati di sana pianta come progetti artistici, altri derivano da controverse ricostruzioni di antiche eredità dinastiche, o da tentativi di forzare il diritto internazionale per far scaturire un interstizio nel quale proclamare la propria, insindacabile, sovranità. Ma ciò che le accomuna tutte è la ricerca irriducibile, a volte surreale, di autonomia e indipendenza.”

Queste minuscole utopie restano quindi spesso tra i pochi “Paesi” inesplorati del mondo e difficilmente i loro timbri compariranno in qualche passaporto. Il libro di Graziani è un utile saggio per conoscere queste realtà e le loro storie, spesso una molto diversa dall’altra, visto che differenti sono le radici da cui hanno preso vita. Graziani si concentra sulle storie anomale “quelle che mettono in luce una delle mille contraddizioni e assurdità di cui sono fatte le relazioni tra Stati, che la maggior parte della popolazione mondiale considera normali solo perché viene attribuito loro il nome di ‘politica internazionale’.”

Graziani ne passa in rassegna una dopo l’altra, partendo da Talossa, fondata dal tredicenne Robert Ben Madison nel 1979, quando proclamò la sua camera da letto stato indipendente, e passando a “isole felici” come il Principato di Sealand, una “piattaforma” in mezzo al mare creata durante la Seconda guerra mondiale, quando una chiatta venne rimorchiata sopra la secca di Rough Sands, e occupata, più di venti anni dopo, dalla famiglia di Paddy Roy Bates e dai suoi compagni.

Ci sono poi vere e proprie “anomalie storiche” (come il comune di Seborga, in provincia di Imperia, dove, a partire dagli anni ’50, alcuni membri hanno rivendicato un’indipendenza dalla Repubblica Italiana, ritenendo non valida l’antica annessione al regno di Sardegna) e quartieri che rispondono a leggi diverse da quelle della città in cui si trovano, come lo storico Christiania, un’oasi verde nel bel mezzo di Copenaghen, assolutamente da visitare per chiunque passi da lì.

Piccoli stati fantasiosi che nascono da cavilli, eccezioni o dall’ardita fantasia dei loro creatori, e che per qualche motivo, in un caso diverso dall’altro, sono riusciti ad avere una risonanza mediatica in grado di sancirne una seppur precaria esistenza.

[link: www.nobordersmagazine.org/2012/07/graziano-graziani-stati-eccezione-micronazioni/]

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«Qui Comincia» di Attilio Scarpellini
in onda su Radio 3 Rai – 13 luglio 2012

Riascolta la puntata di Qui Comincia, trasmissione di apertura di Radio 3, dedicata a «Stati d’eccezione» di Graziano Graziani. Per aprire direttamente il pod cast CLICCA QUI.

–––» ascolta l’intervista su youtube: www.youtube.com/watch?v=xjz5C3puUM8

[link: http://www.radio3.rai.it/dl/radio3/programmi/puntata/ContentItem-80e95328-d1ed-436c-84e7-98aa23e70ce9.html]

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«Che cosa sono le micronazioni?» di Niccolò De Mojana
apparso su RollingStone magazine – 06 luglio 2012

Graziano Graziani è giornalista e critico teatrale. Scrive per Paese Sera ed è caporedattore del mensile Quaderni del Teatro di RomaEdizioni dell’Asino ha appena pubblicato un suo saggio intitolato Stati d’eccezione. Cosa sono le micronazioni. Un libro che parla “di utopie, o almeno di un certo tipo di utopie”. Che cosa sono infatti le micronazioni? “Fantasiose entità, piccoli stati autoproclamati, nazioni dai nomi pittoreschi e bizzarri e dalle radici iperboliche, alcune più artistiche altre più politiche”… Un argomento di cui si sa poco, insomma, ma assolutamente affascinante. Per saperne di più, abbiamo fatto a Graziani qualche domanda.

Come nasce l’idea di occuparsi della storia delle micronazioni in un saggio dedicato?
“Nel 2005 stavo scrivendo un articolo su The Pirate Bay, la piattaforma di hacker svedesi, che in quel periodo era alla ricerca di un luogo fuori dalla giurisdizione europea in materia di copyright. Su internet era stata lanciata una colletta per acquistare il Principato di Sealand, che sembrava il luogo ideale. Sealand? E che cos’è? Non l’avevo mai sentito nominare. Così ho scoperto che si trattava di un forte militare inglese abbandonato, una piattaforma fuori dalle acque territoriali, occupato dal 1968. Batteva moneta, emetteva passaporti e aveva una propria bandiera. Era la prima micronazione di cui venivo a conoscenza e la sua storia mi sembrò pazzesca. Poi, approfondendo, ho scoperto che Sealand non era un caso isolato: di micronazioni ne esistevano o ne erano esistite a centinaia, sparse in tutto il mondo. Allora ho cominciato a raccogliere più storie possibili, e alcune di queste sono diventare materiale di un programma su Radio 3 Rai, nel 2010. L’idea di ampliare il lavoro e farne un libro è venuta in modo automatico, anche perché le storie che ho raccolto hanno una forte componente narrativa: sono delle vere e proprie epopee, per quanto microscopiche e spesso paradossali. E poi mi piaceva l’idea di poter realizzare una sorta di libro di viaggio sui generis (anche se non sono stato fisicamente in tutte i luoghi raccontati nel libro). Mi piace molto la letteratura di viaggio, ma mi chiedevo: come è possibile raccontare di posti sconosciuti nel mondo del turismo globalizzato? Le micronazioni erano la risposta”.

Il primo esempio di micronazione che fai nel libro è quello del Regno di Talossa, fondato inizialmente da un quattordicenne all’interno della sua cameretta. Puoi raccontarci brevemente questa storia?
“Quella di Talossa è una delle epopee micronazionali più longeve e articolate. Talossa – che in finlandese significa ‘in casa’ – è stata fondata negli anni Settanta e resiste tutt’ora. Ha una sua costituzione, una bandiera, una sua lingua e persino una letteratura. Nel corso degli anni ha subito un colpo di stato di ispirazione comunista e anche diverse secessioni: alcuni cittadini si sono staccati per fondare ulteriori stati utopici. Tutto questo, però, è rimasto relegato alla fantasia dei ‘padri fondatori’ e, dagli anni Novanta, sul web. Talossa è uno dei casi più famosi di quello che è stato definito il Quinto Mondo, ovvero il consesso delle micronazioni virtuali, che sono poco più che giochi di ruolo in cui piccole comunità di eletti si spartiscono fantasiosi titoli nobiliari. Ho inserito la storia di Talossa per aprire una finestra su questa realtà, che in rete conta centinaia e forse migliaia di casi, ma che tuttavia non è l’oggetto del libro.
In Stati d’eccezione ho preferito concentrarmi sulle micronazioni con base territoriale. Volevo raccontare di luoghi in cui, almeno in linea teorica, si può andare fisicamente. Raccontare quelle storie in cui piccole comunità sono riuscite ad ottenere, di fatto o di diritto, l’indipendenza di una piccola porzione di territorio: una ricerca irriducibile di automia, utopica ma assolutamente concreta. L’unica deroga sono gli ‘stati artistici’, che alle volte hanno una base più concettuale che territoriale. In quei casi, però, l’elaborazione è così sofisticata da risultare interessante, perché produce lo stesso effetto delle storie ‘concrete’: e cioè la messa in crisi, paradossale e ironica, tanto del concetto di stato-nazione che dell’idea di secessione”.

Anche sulla base dell’esempio del Regno di Talossa, la domanda che sorge spontanea è: chiunque può, in linea teorica, fondare una micronazione?
“Se stiamo parlando di una micronazione goliardica, artistica o dell’autonomia de facto, ma non de iure, di una piccola porzione di territorio, assolutamente sì. Se invece qualcuno volesse dichiarare l’indipendenza ed essere riconosciuto sul piano del diritto internazionale, oggi incontrerebbe qualche problema. Le leggi sono cambiate. Ad esempio, il trattato di Montego Bay ha stabilito il concetto di placca oceanica, assegnando la giurisdizione allo Stato di cui quella placca è considerata il naturale prolungamento. Che vuol dire? Che nessuno oggi può costruirsi un’isola artificiale in acque internazionali, poggiando sul fondale, e vedersi riconosciuta l’indipendenza. Chi cerca l’indipendenza per motivi economici (per esempio per non pagare le tasse), oggi non pensa più a fondare una nazione. Ma non per questo si è smesso di cercare scappatoie. Peter Thiel, uno degli inventori di PayPal, ha investito di recente decine di milioni di dollari in una fondazione che studia il ‘seastading’, e cioè la possibilità di creare città galleggianti autosufficienti in navigazione perpetua, così da potersi sottrarre alla giurisdizione degli Stati (e anche alle loro imposte)”.

A quale micronazione avresti voluto partecipare?
“Partecipare non so. Ma mi sarebbe piaciuto visitare alcune micronazioni che non esistono più. Su tutte Kalakuta, la comune del musicista nigeriano Fela Kuti, e l’Isola delle Rose, l’isola artificiale costruita al largo di Rimini nel 1968”.

Il web può favorire la nascita di micronazioni? E come?
“Il web ha favorito la riscoperta di storie che erano andate perdute, dimenticate. Ed è grazie a Internet se si è condensata una consapevolezza micronazionale, con tanto di riferimenti storici ed epici condivisi. Oggi, attraverso la rete, le micronazioni siglano trattati di mutuo riconoscimento e stabiliscono momenti di incontro, come la conferenza mondiale delle micronazioni che si terrà a Londra il 14 e 15 luglio prossimi”.

Pensi che in un futuro anche lontano le micronazioni possano estendersi fino a diventare le uniche vere società di appartenenza?
“Alcuni micronazionalisti auspicano l’avvento di una federazione mondiale di micronazioni individuali in cui ogni individuo abbia piena cittadinanza su se stesso. Un bel proclama che tuttavia suona piuttosto utopico. Non credo che in futuro si potrà fare a meno di autorità sovraindividuali simili allo Stato. Ma, se guardiamo al presente, non possiamo non constatare che gli stati-nazione sono oggi in forte crisi. Le banche e i mercati hanno eroso una buona parte della loro sovranità, e le democrazie per lo più bipolari rappresentano sempre meno la cittadinanza e i suoi interessi, e quindi sono sempre meno democrazie. D’altra parte, secessioni di stampo ‘egoistico’ e isolazionista non sono certo la soluzione possibile in un mondo globalizzato. Siamo in un impasse epocale, che qualcuno non da oggi ha definito una ‘dittatura delle maggioranze’.
Io credo che le epopee micronazionaliste, con il loro carico di goliardia e paradosso, possano mettere in evidenza in modo ironico e illuminante questo impasse. E, allo stesso tempo, fornire una suggestione: all’ombra delle maggioranze totalizzanti, nelle minoranze risiedono gli unici spazi possibili di senso. In ciò che è marginale, che cerca di sottrarsi alle logiche imperanti senza però isolarsi, restando connesso con un mondo di monadi che cerano di non soccombere a un nuovo ordine mondiale che lascia sempre meno spazi di autonomia”.

[link: www.rollingstonemagazine.it/cultura/notizie/che-cosa-sono-le-micronazioni/55330/]

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«Dai quartieri alle isole, viaggio nelle micronazioni» di Gianluigi Ricuperati
apparso su Repubblica – 01 luglio 2012

Le micronazioni sono Stati inventati, auto-proclamati, spesso adagiati su un fazzoletto di terra, un’ isola, un quartiere, un isolato, talvolta perfino un appartamento o una stanza. Sono parodie serissime – non sempre serissime – della meccanica del potere, e della diplomazia, e del diritto ad esistere come soggetti riconosciuti. A volte battono moneta, quasi sempre hanno una bandiera dalle fogge bizzarre o significative. Da qualche anno fiorisce una pubblicistica piuttosto intrigante intorno alle micronazioni, culminata nel 2006 con la splendida guida Lonely Planet dedicata proprio a questi territori assurdi e microbici, paradossali e avventurosi. In passato persino un autore eminentemente letterario come Javier Marías ha dedicato tempo e prosa alla parabola del Regno di Redonda, un’ isola disabitata dei Caraibi. Lo scrittore spagnolo racconta in Nera schiena del tempo la sua investitura a sovrano di Redonda, e forse basta leggere quei passaggi per rendersi conto del fascino magmatico che le micronazioni esercitano sulla mente contemporanea. Ma chi vorrà documentarsi potrà da oggi misurarsi con un volume appena uscito, Stati d’ eccezione (euro 15, Edizioni dell’ Asino/I libri dello Straniero, piccolo editore che ci sta abituando a grandi titoli, n.d.r. ), di Graziano Graziani, una densa odissea controllata intorno al mondo che separa la realtà della Terra e del Mare (per usare l’ antinomia caraa Carl Schmitt, tanto per non citare solo Agamben) dalla necessità utopica di cominciare da zero, inventare nuove geografie per inventare una nuova Storia. Il libro di Graziani, dopo una breve prefazione in cui specifica efficacemente l’ essenza del problema (“Piccoli stati indipendenti non riconosciuti dall’ Onu”), costruisce una vera e propria tassonomia, distinguendo le micronazioni in gruppi narrativi in capitoli con titoli come “isole felici”, “quartieri liberati”, “fantasia al potere”, “azioni di protesta”, “contro l’ autorità”. Le storie sono molte, e tutte interessanti: Sealand, costruita su una ex Piattaforma, ma anche Christiania, famosissima meta danese amata soprattutto dai ragazzi dell’ Interrail, oppure Repubblica Rossa di Caulonia, che nel 1945 ebbe vita breve in provincia di Reggio Calabria, tra la Resistenza e la Liberazione. Due cose mancano a questa guida. La prima: le immagini, un apparato iconografico, ed è un’ assenza importante. La seconda: qualche grammo di sprezzatura, di felice distanza da entusiasmi ideologici, che addirittura riusciva ad accomunare un romanzo di Marías a una guida Lonely Planet.

[link: http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2012/07/01/dai-quartieri-alle-isole-viaggio-nelle-micronazioni.html]

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«Io e te su un’isola: quanto basta a proclamare l’indipendenza» di Davide Rota
apparso su PostCardCult.com – 29 giugno 2012

Lo sapevate che nel 1968, al largo delle coste riminesi, un gruppo di persone autoproclamò la propria indipendenza dall’Italia e fondò una nazione autonoma. Si chiamava L’Isola delle Rose ed aveva la progenitura dell’ingegner Giorgio Rosa, un tale che lavorava nel settore edile ed era stufo – già allora – della burocrazia italiana. L’esperimento di questo isolotto artificiale nell’Adriatico durò appena 55 giorni, prima che il governo intervenne e costrinse i suoi occupanti ad evacuare.
Come questo caso di autoindipendenza ne troviamo moltissimi in tutto il mondo e la storia di queste cosiddette “micronazioni” viene raccontata in “Stati d’Eccezione”, geniale libro di Graziano Graziani ed in vendita, per le edizioni dell’Asino al prezzo di 15 euro.
Utopie, fantasiose entità dalle radici iperboliche, accomunate dalla ricerca irriducibile di autonomia e indipendenza. In questo viaggio scopriremo cos’è il Regno di Talossa, andremo alla Christiania, l’area di Copenaghen in cui nemmeno la polizia poteva entrare e poi ancora il Lizbekistan, Frigolandia, il Gay & Lesbian Kingdom e tantissimi altri.
Isole felici, stati estemporanei, esperimenti sociali. Il tutto in un’analisi sociologica e anedottica, che soddisfa il palato dei più curiosi.

[link: www.postcardcult.com/articolo.asp?id=4512&sezione=22]

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2 pensieri su “Stati d’eccezione”

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