Giorni felici, giorni feroci

ph Duccio Burberi

Non lo si direbbe guardando alla forma iconica di Winnie, donna grassottella (come da didascalia) interrata dalla vita in giù, assurta a simbolo femminile dell’universo beckettiano, quasi tenera e così strampalata da essere quasi considerabile un fumetto. Eppure “Giorni felici” è un testo feroce. Non solo perché con questo lavoro – non accolto da subito con entusiasmo (debuttò nel 1961) ma finito per diventare uno dei lavori più noti di Samuel Beckett – è forse il testo in cui il drammaturgo irlandese porta all’estremo la sua opera di deflagrazione delle forme del dramma borghese, che aveva già scardinato nel decennio precedente con “Aspettando Godot” e “Finale di partita”, prosciugando anche il dialogo che sorregge ritmicamente gli altri lavori, e cancellando persino la parvenza di azione insita nell’aspettare qualcosa che non avverrà mai. “Giorni felici” è un testo feroce perché attraverso la surreale giulività della protagonista, immobile e immensamente felice per ogni giorno che dio le manda in terra, Beckett costruisce un dispositivo che mette assieme una condizione disperata con l’illusione costruita di ricordi, di oggetti personali, di elementi quotidiani, di garbato racconto della propria vicenda e di entusiastica accettazione. È, si potrebbe, un inno all’amarezza, tratteggiato in modo divertito fin dal titolo. La parodia ultima di ogni autoinganno.

Massimiliano Civica, regista noto per la sua essenzialità, con la quale è riuscito in più di un’occasione a far brillare le parole delle tragedie classiche e dei drammi shakespeariani, come un osso che risplende dopo essere stato spogliato dei residui incrostati dal tempo e lucidato a dovere, a rivelare la sua struttura più profonda e la sua natura di “calcificazione culturale”, ha deciso di confrontarsi con questo testo estremo. Beckett è un autore per definizione “intangibile” per come congegna gli spettacoli, e la sua vicinanza temporale a noi rende la sua scrittura qualcosa di inscalfibile, anche se piena di rilievi poetici, come la superficie brulla della Luna, sterile e bellissima. Proprio per questo lo si sarebbe detto un autore molto distante dalla poetica di Massimiliano Civica, che invece ha trovato anche stavolta una chiave di essenzialità. Alla tendenza (nostrana, a dire il vero) di concepire l’universo beckettiano e i personaggi che lo popolano come delle incarnazioni del surreale, come maschere un po’ grottesche e livide, esasperando un tratto “metafisico” delle ambientazioni che, pur presente nei testi, può finire per diventare caricaturale, Massimiliano Civica sostituisce una pulizia della recitazione – affidata alla bravura di Monica Demuru, coadiuvata da un Roberto Abbiati “lunare” e divertente – che riesce a portare il testo a un livello inedito di comprensione. Tanto che (ovviamente per un riflesso condizionato di chi ascolta) finisce per risuonare con il presente: la pandemia, ovviamente, vista l’immobilità della protagonista interrata fino al busto; persino la guerra, quando tra un ombrello e una borsa, Winnie finisce per accarezzare una pistola; e, su tutto, il senso di soverchiamento che ci offre questo presente saturo di eccezionalità.

Guardare “Giorni felici” non è semplice, perché si rischia di perdersi nel labirinto di piccole reazioni e considerazioni con cui Winnie infarcisce il suo soliloquio, mentre il marito Willie compie sporadici e muti gesti. Christian Raimo – che era alla prima, al Teatro Metastasio – alla fine degli abbondanti applausi con cui lo spettacolo è stato accolto, ha commentato “non vedevo l’ora che finisse e allo stesso tempo speravo non finisse mai”. Osservazione acuta, perché in effetti la radicalità del testo finisce per impattare sullo spettatore, ma la pulizia e la musicalità con cui Monica Demuru ha reso il discorso di Winnie permettevano di seguire tutte le sue piccole variazioni, consentendo a chi ascolta decine di piccoli cortocircuiti col presente. A me è successo di tornare con la mente a una pagina di un libro che stavo leggendo quel giorno, “Nonostante tutte”, in cui Filippo Maria Battaglia ha tentato l’esperimento di cucire in una storia unitaria i frammenti dei diari di oltre cento donne custoditi dall’Archivio diaristico di Pieve Santo Stefano. Uno di quei frammenti dice così: “Mah! Che stupida la vita. Io tutti quelli che inneggiano alla vita, l’amore per le piccole cose, che bella la vita, che bella un’altra giornata, che belle le prime violette, che bello, che bello questo che bello quello, che bello quest’altro! Uffa. Ma questi qui la merda non la vedono mai?”. Sembrava un contrappunto perfetto. Ma quello che rende feroce il testo di Beckett è il fatto che la giulività di Winnie non è affatto una manifestazione di idiotismo, quando un dispositivo con cui il drammaturgo irlandese ci mette di fronte alla noncuranza con cui noi tutti camminiamo sull’orlo dell’abisso. Winnie la “merda” la indica in continuazione, ma lo fa con il suo cinguettio di ricordi, considerazioni, oggetti del quotidiano. Rendere questo equilibrio è tutt’altro che semplice e Monica Demuro è davvero magistrale nel costruirlo sottraendo (toni grotteschi, esagerazioni, paradossi) per far si che tutto quello che sottrae emerga dal testo. Non una sottrazione neutra, ma una profonda energia che si galvanizza grazie all’essenzialità. Mentre Roberto Abbiati (che è un grandissimo illustratore, oltre che attore, e che qui firma anche le scene, dominate da un “cretto” alabastrino che caratterizza il cumulo di terra in cui Winnie è mezza sepolta) si muove attorno a lei con una grazia pierrottesca, che rende ancora più lieve la pesantezza del discorso, esaltandone il cortocircuito.

Già Peter Brook con i suoi “Fragments” ci aveva dimostrato che l’anima profonda di Beckett è (come quella di Kafka) per certi versi comica – che le sue visioni apocalittiche poggiano su una risata beffarda. Scegliere quindi due artisti della leggerezza, qualità che sanno dominare con intensità e poesia, è già di per sé un’operazione di inquadramento del testo Beckettiano rivelatrice e di grande impatto. Beckett amava il cinema muto, i personaggi un po’ fumettistici, per così dire, che da quell’immaginario scaturivano: tradurre quella sensibilità nel presente, con due attori che sono già, a loro modo, personaggi (e mai sopra le righe), assieme all’essenzialità con cui viene portato il testo, rendono “Giorni felici” di Civica un lavoro di notevole intensità, politico e poetico come deve essere ogni ritorno ai classici.

[visto al Teatro Metastasio di Prato]

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