Il desiderio è una performance. Biancofango rilegge Lolita

ph Lorenzo Letizia

C’è una cosa che colpisce profondamente lo spettatore nella bella riscrittura di “Lolita” di Nabokov fatta dalla compagnia Biancofango, ed è il fatto che alla celebrazione di una giovinezza che fiorisce, sventata e sfrontata, maliziosa e innocente, ma pur sempre ricca di vita e di possibilità, si contrapponga con nettezza la grande difficoltà dell’adulto nell’accettare la propria progressiva marginalizzazione. Un gioco legato all’essere in potenza qualcosa che ancora non si è – la giovinezza è sempre uno scandalo per la vecchiaia, anche quando la si desidera; e l’essere adulto significa disporre della sicurezza che la giovinezza brama – i soldi, un ruolo nel mondo, l’aver accantonato le goffaggini dell’adolescenza – e che però, una volta raggiunta, è già una premessa di declino e di morte. Quello che colpisce di “About Lolita”, di questo lavoro che la compagnia formata Francesca Macrì e Andrea Trapani ha elaborato a partire da uno dei classici più “inquieti” del Novecento, è che questa contrapposizione, questo conflitto che polarizza invidia e desiderio galvanizzandoli in una dialettica senza soluzione, è relegato principalmente alla mimica dell’attore. Lo sforzo che si legge sul volto di Francesco Villano – uno dei migliori attori degli ultimi anni, impegnato anche nei lavori di Lisa Natoli – è il racconto visibile di un’angoscia interiore che ha a che vedere con la perdita del sé, della propria potenza di uomo adulto, prima ancora che dell’inconfessabilità morale del proprio desiderio. E questo sforzo si contrappone alle immagini estatiche di un corpo giovane – quello di Gaia Masciale – ritratto cinematograficamente (da Lorenzo Letizia) nell’esplosione della propria giovinezza, e poi trasposto sulla scena con grande cura e intensità dalla giovane attrice, che è molto brava nell’illuminare le goffaggini e l’irruenza di un’energia non ancora in grado di controllare se stessa, ma già pronta ad essere un oggetto lancinante di desiderio. C’è poi Andrea Trapani (che sfoggia un’energia recitativa sempre più intensa e matura): l’attore incarna una trasposizione di Quilty fortemente riscritta, che qui gioca il ruolo di un vecchio amico di Humbert-Villano che, a differenza di lui, fugge il desiderio; i due insieme danno vita a un confronto serrato – sempre straordinariamente indiretto, ricco di sottintesi – dove si rende palese la crisi dell’uomo adulto che non ha ancora davvero afferrato la propria identità e già vede sfumare il proprio posto nel mondo.

Il riferimento al tabù della sessualità degli adolescenti e dei preadolescenti è sempre presente, nella regia particolarmente raffinata ed elegante firmata da Francesca Macrì (autrice della drammaturgia assieme a Trapani). Ma sembrerebbe che in questa reinvenzione di Lolita il sesso e il desiderio siano solo il corollario di qualcos’altro, e cioè della difficoltà – in una società che chiede agli esseri umani la continua riconferma di sé stessi attraverso la propria affermazione sociale, erotica, esistenziale – di afferrare davvero sé stessi e trovare la propria collocazione nel mondo, il baricentro del proprio essere. Ogni desiderio – quello di un corpo giovane, quello del crescere in fretta – è promessa di miglioramento della propria indesiderata condizione, sempre migliorabile, secondo i suggerimenti infiniti della società dei consumi, dove ogni soggetto è tale solo in base alla performance che riesce a sostenere. La giovinezza che fugge e che si rincorre nel corpo dell’altro in “About Lolita” diventa dolorosa constatazione che ogni passo verso l’acquisizione del godimento è anche un passo verso il decadimento, e come una fata morgana l’orizzonte dell’appagamento – e della certezza del proprio io – si sposta all’orizzonte con ogni passo che facciamo per raggiungerlo.

Da questo punto di vista è straordinaria l’intuizione di ambientare questa storia in un campo da tennis (sport praticato anche dalla Lolita nabokoviana). È una soluzione tutt’altro che nuova per Biancofango, che ha esplorato lo sport in molti dei suoi precedenti lavori; ma che qui assolve a una funzione drammaturgia specifica: rappresentare l’agonismo che il protagonista, prima ancora che con il proprio desiderio, ingaggia con (e contro sé stesso). Vengono in mente le parole del filosofo sudcoreano Byung-Chul Han, che nella premessa alla sesta edizione del suo fortunato libro “La società della stanchezza”, dà un’immagine molto precisa dell’impasse in cui vive quello che lui chiama “soggetto di prestazione”: “Il mito di Prometeo si presta a essere interpretato anche come una rappresentazione dell’apparato psichico dell’odierno soggetto di prestazione, il quale usa violenza a se stesso, fa guerra a se stesso. Il soggetto di prestazione, che s’immagina libero, in realtà è incatenato come Prometeo. L’aquila, la quale si ciba del suo fegato che ogni volta ricresce, è il suo alter ego con cui egli è in guerra. Così inteso, il rapporto tra Prometeo e l’aquila è una relazione con il sé, un rapporto di autosfruttamento. Il dolore al fegato, di suo incapace di dolore, è la stanchezza. Prometeo viene colto così, come soggetto di autosfruttamento, da una stanchezza senza fine. Egli è l’archetipo della società della stanchezza”.

L’Humbert odierno, allora, è certamente ancora un soggetto desiderante senza un vero baricentro, come nel classico di Nabokov; ma il suo vagare di motel in motel, la fuga dalla morale del mondo inscenata nel romanzo, in “About Lolita” diviene fuga dalla consapevolezza di sé, ingaggiata da eterni Prometeo costretti a rivivere in eterno la propria condanna. Una condanna – sintetizzata dagli sforzi ginnici ed esistenziali che si disegnano sulla faccia di Humbert-Villano – che è anzitutto una guerra contro sé stessi.

[visto al Teatro Fabbricone di Prato]