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Il teatro più bello del 2014, da vedere anche nel 2015

Ecco l’articolo con i consigli per i migliori lavori del 2014, da vedere anche nel 2015 (con un cappello e una conclusione finali non utilizzati nella versione per Internazionale.it)

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Di recente mi è capitato più di una volta che in una conversazione qualcuno mi dicesse: “Dai, fai il critico teatrale! Consigliami qualcosa da vedere”. Il teatro resta per tanta gente una terra magica in cui è difficile orientarsi. E una volta, in effetti, la funzione del critico era proprio quella. Ma oggi, e siamo in tanti a chiedercelo, è ancora così? Consigliare uno spettacolo non è come consigliare un libro, che pure se parli di un autore meno noto o di un editore minore ti basta cliccare su Amazon e farti spedire il pacchetto a casa (se non hai, cosa auspicabile, un libraio di fiducia). Salvo poche grandi produzioni, che fanno lunghe teniture, oggi le tournée sono a singhiozzo, sparse a macchia di leopardo lungo la penisola, e gli artisti – quelli che ancora fanno questo mestiere col cuore – appaiono e scompaiono come ectoplasmi di un’arte antica e modernissima. Vuoi vedere questo spettacolo? Io l’ho visto, è bellissimo. Sarà due giorni a Milano, uno a Vicenza e due a Bari. Prenota in fretta che sennò il prezzo del treno sale.

È ovvio che, a parte pochi “ammalati di teatro”, non siano in molti a seguire gli spettacoli lungo le loro discontinue apparizioni. Ma si può provare a giocare d’anticipo. Perché nella seconda metà del 2014 si sono “materializzati” diversi capolavori piccoli e grandi, e tutti in quella terra di mezzo che è il teatro d’arte – no, Carminati non c’entra nulla – ovvero quel teatro di sudore e passione che spesso si manifesta in luoghi periferici, si annida nei cartelloni dei teatri, tra le assi del palcoscenico, dietro, affianco e nonostante le programmazioni più visibili e luccicanti, ma trite e ritrite come il cenone di Natale a casa della zia. Alcuni di questi spettacoli memorabili avranno delle tappe nel 2015. Proviamo a farne una breve mappatura. Continua a leggere Il teatro più bello del 2014, da vedere anche nel 2015

Claudio Morganti, Gianni Celati e la vita errabonda dell’attore Vecchiatto

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Radio 3 dedica il mese di novembre al teatro: vi segnaliamo il programma completo e pubblichiamo una recensione di Graziano Graziani allo spettacolo La recita dell’attore Vecchiatto nel teatro di Rio Saliceto di Claudio Morganti e Elena Bucci. (L’immagine è di Ilaria Costanzo. Fonte.)

«La recita dell’attore Vecchiatto nel teatro di Rio Saliceto» messo in scena da Claudio Morganti e Elena Bucci è un piccolo capolavoro. “Piccolo” per la sua dimensione scenica – io ho avuto la fortuna di vederlo nella cripta del Magnolfi, a Prato, per il festival Contemporanea, con poche altre decine di persone sedute ai tavolini che sorseggiavano un vino offerto dalla compagnia – ma nella sostanza si tratta di uno dei più bei lavori degli ultimi anni, nonostante stiamo parlando di una lettura scenica. Come succede a diversi gioielli della scena contemporanea degli ultimi anni, complice un sistema teatrale ingessato e perennemente “a due velocità”, il lavoro di Bucci e Morganti non è stato visto da un grande numero di persone – cosa a cui ha posto parzialmente rimedio Radio 3, che ha scelto di inaugurare il suo “mese del teatro”, che si svolge tradizionalmente a novembre, proprio con questo lavoro prezioso. Continua a leggere Claudio Morganti, Gianni Celati e la vita errabonda dell’attore Vecchiatto

La vertigine di Alcesti. Civica firma un lavoro di grande intensità

Alcesti-Daria-Deflorian-Monica-Piseddu-Monica-Demuru-7-ph-Duccio-Burberi-okL’Alcesti pone lo spettatore davanti a una vertigine. Il fulcro della tragedia di Euripide mette lo spettatore di fronte a un interrogativo che, al di fuori dell’espediente narrativo, riguarda profondamente ognuno di noi: per cosa si vive e, soprattutto, per “chi” si vive. Admeto, amato da Apollo, riceve da questi il dono più prezioso e anelato dall’uomo, la possibilità di scampare dalla morte. Ma questo dono innaturale ha un prezzo: qualcuno dovrà morire al posto suo per pareggiare i conti con la Morte. Non lo faranno i suoi genitori, i candidati più ovvi, che hanno vissuto una vita lunga e piena e potrebbero sacrificarsi per la vita del figlio uscendone anche con tutti gli onori. Lo farà la sua sposa Alcesti, che sacrifica la sua vita giovane e la possibilità di veder crescere i propri figli perché senza il suo sposo e Re tale vita non avrebbe più senso.
Massimiliano Civica, con la sua messa in scena della tragedia euripidea, di cui ha curato anche una traduzione ad hoc per il progetto, insiste con sguardo limpido e radicale su questa vertigine. E lo fa inserendo il suo spettacolo in un luogo altrettanto vertiginoso, il semiottagono dell’ex-carcere delle Murate, antica prigione del centro di Firenze oggi riqualificata con la realizzazione di bar, ristoranti e appartamenti di edilizia popolare. Nascosto in questo contesto moderno e gradevole si apre, proprio come una vertigine, il panopticon del semiottagono, testimonianza di un passato di dolore che pure appartiene a questo spazio. Non è una scelta neutra. Civica è un regista di grande sapienza, che nella sottrazione che caratterizza i suoi spettacoli riesce ad evocare con estrema precisione atmosfere di grande potenza. La vertigine del luogo prepara all’ascolto della vertigine del dramma. Così come la scelta di ammettere solo venti spettatori per replica, e di tenere lo spettacolo in scena per un mese senza prevedere ulteriori tappe, è una scelta radicale che il regista romano propone allo spettatore per poter entrare in contatto con il suo lavoro. Continua a leggere La vertigine di Alcesti. Civica firma un lavoro di grande intensità

Breve ritratto della scena italiana

[Questo articolo è stato realizzato per il giornale del Théâtre de la Ville, per raccontare le dinamiche, le risorse e le difficoltà della scena teatrale italiana degli ultimi anni al pubblico francese].

Theatre de la VilleMassimiliano Civica, uno dei migliori registi della nuova generazione e già direttore del Teatro della Tosse di Genova, alcuni anni fa commentò l’effervescenza della nuova scena romana sottolineando che chi lavora in condizioni di difficoltà, senza supporto istituzionale e ai margini delle grandi piazze del teatro, quasi per forza sviluppa un linguaggio ruvido e forte, prepotentemente necessario. Ma, con lungimiranza, chiosava poi che questa dialettica può essere positiva per cinque, al massimo per dieci anni: dopodiché, di povertà si muore.

La sintesi proposta da Civica coglie il senso del fare teatro nel XXI secolo in Italia, e può tranquillamente essere estesa all’intera scena nazionale emergente. Ovviamente, per comprenderla, bisogna calarla nella realtà di un Paese in genere diffidente verso il nuovo e le nuove generazioni. L’élite teatrale, come per molti altri campi della cultura, è saldamente e in mano alle generazioni più vecchie, ogni tanto trova spazio qualche rarissima eccezione come nel caso di Mario Martone. In generale, chi è riuscito a imporre al grande pubblico il proprio teatro e la propria poetica lo ha fatto “contro” e “fuori” dalle principali istituzioni teatrali, come Ascanio Celestini o Emma Dante, e anche quelli che hanno trovato un supporto produttivo nei principali teatri italiani, come Pippo Delbono e Antonio Latella, sono arrivati a questo soprattutto grazie a una intensa frequentazione della scena estera, che ha fornito loro la legittimità che a volte in Italia faticavano a trovare.

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Per un nuovo corso della cultura a Roma. Lettera a sindaco e governatore

Teatro Roma (littlepoints)Cari Sindaco Marino e Presidente Zingaretti,

scrivo a voi e ai vostri assessori alla Cultura (la signora Ravera e chi occuperà quel posto al Comune) perché Roma e il Lazio si trovano oggi in una situazione straordinaria, con due giunte di centro-sinistra che partono praticamente insieme e hanno davanti cinque anni per cambiare davvero le cose. Questo è vero in molti settori, ma io vi scrivo per uno in particolare: il teatro. Che sarà anche un “piccolo mondo”, come lo definiva Ingmar Bergman, soprattutto oggi che tendiamo a credere importante solo quello che passa nei mass media. Il teatro invece non è un media di massa e non lo sarà mai, ma proprio per questo costituisce non solo un patrimonio artistico e culturale immenso ma anche un’occasione di socialità e confronto del tutto diversa da quelle che le logiche di mercato ci impongono oggi.

Tuttavia, non mi rivolgo a voi per difendere genericamente un settore in crisi o una categoria. Dire che il teatro ha bisogno urgente di risorse per sopravvivere è scontato, per quanto drammaticamente vero. Vi scrivo perché oggi Roma esprime una delle scene teatrali più importanti a livello nazionale e in qualche caso anche internazionale, e questo patrimonio del nostro territorio rischia di venire desertificato. Oggi invece, forse anche grazie alla crisi che sta mettendo in discussione equilibri e rendite di posizione che hanno purtroppo infettato anche il mondo della cultura, le vostre due giunte insieme hanno l’opportunità di cambiare le cose. Continua a leggere Per un nuovo corso della cultura a Roma. Lettera a sindaco e governatore

Soprattutto l’anguria. Civica mette in scena Pirozzi

Eravamo abituati alle regie in sottrazione, eppure precise e illuminanti, di Massimiliano Civica. Un approccio che, andando a eviscerare i contenuti profondi delle parole è riuscito, nel caso di classici shakespeariani come “Il mercante di Venezia”, a ripulire il testo dalle polveri del tempo (e della recitazione classica) e metterlo sotto una nuova luce. La domanda che però nasceva di seguito è: come funzionerebbe tutto questo con un testo contemporaneo? La risposta ce la fornisce Soprattutto l’anguria, una drammaturgia di Armando Pirozzi messa in scena da Civica al Teatro Argentina, per il Romaeuropa festival. Ed è una risposta di grande livello artistico. Continua a leggere Soprattutto l’anguria. Civica mette in scena Pirozzi

Fahrenheit – Radio 3 :: Tutto Esaurito!

Conversazione con ERMANNA MONTANARI, ENRICO CASTELLANI, MASSIMILIANO CIVICA per il mese del teatro di Radio 3

Da oggi, a Radio 3, comincia «Tutto Esaurito!», un mese di programmazione dedicata al teatro con serate in diretta, spettacoli delle ultime stagioni appositamente registrati, preziosi frammenti di archivio, repertorio, radiodrammi originali e voci con interviste e commenti dei protagonisti del palcoscenico. E’ l’occasione per Fahrenheit di soffermarsi sulla nuova drammaturgia italiana su quella scrittura  contemporanea, che indaga su tematiche relative al nostro tempo, mettendone in luce le tensioni, le contraddizioni, le fratture sociali, e umane, i tanti disagi del nostro mondo e della nostra civiltà. Con Ermanna Montanari, autrice, attrice e scenografa che nel 1983 insieme a Marco Martinelli, Luigi Dadina e Marcella Nonni, ha fondato il Teatro delle Albe, con Enrico Castellani, drammaturgo e direttore di Babilonia Teatri, e con Massimiliano Civica regista, dal 2007 direttore Artistico del Teatro della Tosse di Genova. Continua a leggere Fahrenheit – Radio 3 :: Tutto Esaurito!

Le armi di pezza del teatro. «Seppure voleste colpire» di Roberto Latini

Libertà di dilatare il tempo e lo spazio del teatro oltre il teatro. O meglio, oltre lo spettacolo: spezzando la sua articolazione chiusa, la sua grammatica coerente, per recuperare la dimensione teatrale all’incontro. Incontro dell’inatteso, incontro tra gli artisti, incontro col pubblico. C’è tutto questo in «Seppure voleste colpire», programma di battaglie per la resistenza teatrale ideato da Roberto Latini, in scena al Teatro Argot fino al 14 ottobre. Latini lo definisce un “sit-in artistico, e quindi politico e culturale”. La definizione è calzante a ciò che avviene in scena: un gruppo di artisti invitati (musicisti teatranti e registi) si alternano in brevi presentazioni di qualcosa, sia esso già un oggetto scenico o una semplice conversazione, nello spazio candido delimitato da un linoleum bianco, dove il sipario è in fondo – a voler simboleggiare che anche noi del pubblico, disposti a semicerchio, siamo “al di qua” della scena.

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Il teatro è un atto di magia. Massimiliano Civica mette in scena Armando Pirozzi

Uno degli eventi di punta dell’apertura della nuova stagione è certamente “Soprattutto l’anguria”, un testo di Armando Pirozzi che va in scena al Teatro Argentina per la regia di Massimiliano Civica. Parliamo di “evento” non tanto per il suo valore mondano, quanto perché si tratta di un’operazione insolita, ma importante: due grandi soggetti teatrali – Il Teatro di Roma e il Romaeuropa Festival – si coordinano per sostenere uno spettacolo di drammaturgia contemporanea italiana. “Soprattutto l’anguria” è infatti un lavoro inedito, per quanto finalista al Premio Riccione, scritto da un giovane drammaturgo ancora sconosciuto al grande pubblico. E questo tipo di spettacolo non ha molta cittadinanza nei palcoscenici di grande caratura dell’odierna Italia teatrale. Come mai? Perché troppo spesso viviamo nell’illusione che solo il repertorio e la tradizione (o, in mancanza, il grande nome) siano in grado di solleticare l’attenzione del grande pubblico – una convinzione insipida, che di solito ne nasconde una più pericolosa, quella cioè che il teatro non sia più in grado di parlare del presente.

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Una scuola senza scuola. L’intuizione di Nico Garrone

Tre anni fa, nel febbraio del 2009, se ne andava Nico Garrone, critico del quotidiano La Repubblica e attento interprete e conoscitore della scena teatrale contemporanea già a partire dagli anni delle cosiddette “cantine”, di cui fu privilegiato testimone anche grazie ai suoi preziosi video-appunti e documentari che meglio di tanti saggi sono stati in grado di raccontare quella stagione. Poco prima di ammalarsi Garrone, a quasi settant’anni di età, era ancora uno dei critici più attenti e curiosi del panorama capitolino e nazionale, ed era facile incontrarlo nelle sale off come quella del Rialto Santambrogio – che all’epoca dirigevo – con la telecamera in mano, inseguendo il progetto di raccontare quella stagione che si stava condensando nel primo decennio degli anni Duemila, o anni Zero, fatta di nuovi luoghi e nuovi artisti. Non ce ne fu il tempo. Ciò nonostante, dalle pagine del quotidiano Off con cui aveva iniziato a collaborare, Garrone tracciò le linee di una compagine di artisti che secondo lui avevano qualcosa in comune, qualcosa che stava creando uno scarto rispetto alla precedente generazione dei Teatri 90 – così battezzati dal nome di una fortunata rassegna milanese – orientati all’ibridazione dei linguaggi artistici e una deriva estetica fortemente visionaria. Quella che lui chiamò la “non-scuola romana”, invece, era caratterizzata da mezzi poveri, scenografie scarsamente estetizzanti, e da un recupero della teatralità in una chiave imprevista. Continua a leggere Una scuola senza scuola. L’intuizione di Nico Garrone