L’illusione del nido

ph Andrea Macchia

Per la famiglia si farebbe tutto. Quella rete d’affetti che regge ancora oggi, in buona parte, la struttura sociale, è anche una rete di protezione dove gli individui si aiutano l’uno con l’altro. Anche per questo c’è chi ha accostato il concetto di famiglia a quello di mafia: non solo per l’ovvia similitudine delle “famiglie mafiose”, rette da legami di parentela, ma anche perché – in forme diverse e ovviamente non comparabili – come nelle organizzazioni criminali, anche nelle famiglie si vive in un costante dentro/fuori, dove le regole del “fuori” possono essere trasgredite, rilette, reinventate se costituiscono una minaccia per chi è “dentro”. E fuori cosa c’è? Gli altri, ovviamente, ma anche gli altri organizzati secondo un ordine sociale, e dunque lo Stato. Ma per quanto possa sembrare assurdo, nemmeno lo Stato, come macro-organizzazione di persone, sfugge a quella similitudine paradossale con la mafia: non tanto per il fatto che è sempre possibile un’infiltrazione criminale nelle istituzioni (cosa che l’Italia conosce bene), o che qualcuno paragona la presenza delle organizzazioni criminali in certe zone disagiate e senza risorse a un “controstato”; quanto perché per salvaguardare se stesso (o chi lo governa) anche lo Stato (ma sarebbe più giusto dire “il potere”) può sovvertire dei principi, persino quelli a cui si richiama fortemente. La guerra, con la retorica da guappo che ogni Stato immediatamente abbraccia, è un esempio lampante di questo sovvertimento. E se è vero che in epoca feudale gli Stati erano davvero poco più che organizzazioni mafiose, che chiedevano risorse in cambio di sicurezza, mentre lo Stato moderno, almeno in certe parti di mondo, si definisce proprio per la distanza che ha segnato da quel modello, mettendo al centro l’individuo, i suoi bisogni, le sue aspirazioni; è pur vero che, quando emergono contraddizioni legate al sistema di arricchimento di uno Stato – ad esempio le logiche capitalistiche – quegli stessi principi legati ai diritti dei singoli vengono tranquillamente aggirati e persino frontalmente aggrediti. Non è certo una questione esclusiva del presente – il Jean Valjean di Hugo, condannato ai lavori forzati per il furto di un tozzo di pane per sfamare i nipoti, è l’esempio classico di questa contraddizione – ma sicuramente il nostro tempo sviluppa forme peculiari, dove non è necessariamente l’indigenza a far scattare la molla del braccio di ferro con il mondo.

La sopravvivenza, la minaccia presunta o reale alla propria vita, è dunque un motore ineludibile delle azioni umane e sociali, anche se ci illudiamo – per lo meno nel mondo occidentale – di aver allontanato questo spettro. E questo tema, benché articolato con toni e ambientazioni assai diverse da quelle esposte in questo incipit iperbolico, riverbera in “The nest / il nido”, piccolo feroce dramma familiare messo in scena dalla compagna Dellavalle/Petris, a partire da un testo del 1975 del drammaturgo tedesco Franz Xaver Kroetz che, nonostante i decenni, ingaggia un corpo a corpo con il presente così serrato da far pensare a un testo scritto ora, proprio adesso, a ridosso delle contraddizioni del momento.

Quasi tutto si svolge in un interno, una casa dove una giovane coppia sta mettendo su il proprio “nido”, il proprio sogno di famiglia felice che finisce per coincidere, fatalmente, con quella di tutti gli altri (secondo il noto assioma di Tolstoj). La prima parte dello spettacolo ci porta dentro lo spaccato familiare di una coppia in attesa, con una donna (Irene Petris) che cerca un equilibrismo tra il bilancio familiare e le mille spese che occorre fare per un neonato – “c’è un’amica che potrebbe prestarci…” – e un uomo (Luca Mammoli) deciso a far fronte a tutti gli impegni garantendo il meglio per suo figlio. E così, piuttosto che risparmiare affidandosi a tutine e passeggini dismessi da famiglie amiche che li hanno utilizzati per pochi mesi, meglio comprare tutto nuovo, e di marca. È una fase di intesa e speranza. Ma l’elenco degli oggetti da comprare che allunga fatalmente la lista delle spese, pur ammantato di entusiasmo per l’imminente nascita, suona pian piano come una minaccia: la minaccia del “dover essere” esattamente come ci si aspetta, del “comprare il meglio” per poter dimostrare l’autenticità dei propri sentimenti. È un’ombra inquietante che si proietta fin da subito sul “nido”.

Il seguito del dramma è geometrico: il lavoro non riconfermato alla madre dopo la gravidanza; gli straordinari del padre che “per fortuna” in azienda è uno dei lavoratori storici e non viene mandato via in tempo di crisi; il bambino che prende tempo ed energie; l’erotismo divorato dalla fatica; la dimensione di una vita “sempre all’erta” che consuma pian piano la serenità. Per arrotondare il padre, trasportatore, decide di sversare in un lago dei rifiuti tossici della ditta, su pressione del suo capo. Ma sceglie un lago dove è stato in gita con la moglie e con il figlio, probabilmente per familiarità, o forse per un’inconscia pulsione autodistruttiva. Fatto sta che la madre, in libera uscita con il figlio dopo molte settimane, finisce anche lei in quello stesso luogo per far fare un bagno al bambino, che finirà in ospedale con varie ustioni. Il cerchio si compie: per dare più risorse al proprio figlio, al proprio nido, il genitore trasgredisce (maldestramente) una regola, morale prima ancora che legale, e finisce per danneggiare proprio il bambino. Il nido si sfalda.

Della messa in scena curata da Thea Dellavalle l’aspetto principale e pregevole è la nettezza stilistica: tutto è costruito seguendo una linea di essenzialità, dall’ambiente interno agli esterni ricostruiti con montaggi video che si proiettano sui muri della casa – una casa che, simbolicamente, sul finale, finirà per sfaldarsi. La recitazione di Irene Petris e Luca Mammoli è intesa ma mai sopra le righe: netta ed essenziale anch’essa, ci fa sprofondare in un dramma di fatto provocato dai protagonisti, che però scivolano all’interno di esso senza alcuna consapevolezza. Ulrich Beck, sociologo (tedesco come lo stesso Kroetz), asseriva che uno dei drammi del presente è sta nel fatto che, a causa del nostro assetto sociale, gli esseri umani si ritrovano a dover dare risposte biografiche a problemi sistemici. “Il nido”, da questo punto di vista, è un racconto esemplare, come lo fu il film “Sorry we missed you” di Ken Loach.

C’è poi l’ecologia, tema presente da anni nella coscienza tedesca, meno in quella italiana, e forse questa sfocatura è proprio l’elemento che proietta con forza questa storia nel presente. Un presente di precarietà e sfruttamento che si abbatte sugli uomini e sull’ambiente in un intreccio di interessi inestricabile (l’ambientalismo senza lotta di classe è giardinaggio, diceva Chico Mendez). Per esaltare questo intreccio la compagnia si affida a un dispositivo antichissimo traslato in una forma moderna: il coro. È il coro delle voci di 50 persone intervistate sul tema dell’ambiente, sulle isole di plastica negli oceani, ma anche sul lavoro, sulla famiglia, sull’apertura di speranza – sempre fragile – rivolta al futuro. Scelti tra giovani coppie che si trovano a vivere, o hanno intenzione di farlo, la stessa tappa familiare dei due personaggi, gli intervistati e le intervistate riversano sulla scena riflessioni, dubbi, inquietudini che inspessiscono il dramma, lo rendono attuale e più complesso, richiamandone in modo inconfutabile la componente sistemica. D’altronde, come la letteratura ci insegna, sono le vite dei singoli il reagente più efficace per evidenziare l’impatto che gli assetti sociali hanno su di noi, nonostante le retoriche – economica, familiare, dell’affermazione sociale – di cui vengono costantemente ammantate.

[visto l’Arena del Sole, Bologna]

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