Pubblicato su 20 Novembre 2009 da Graziano Graziani
«La mia vergogna c’era prima di me, io ci sono solo caduta dentro». Su questa sentenza folgorante, apice di un’impressionante tassonomia dell’insicurezza umana, si apre «Magick», scritto e diretto da Lucia Calamaro, un’autobiografia della vergogna che pescando nel profondamente intimo riesce ad essere profondamente universale. Perché la vergogna d’esser guardati per essere giudicati – nell’aspetto fisico come nello spirito, che sul corpo lascia i suoi segni – è qualcosa che monta grazie a uno sforzo collettivo, evocata dalle ansie combinate della famiglia italica, ovattato ricettacolo di ogni angoscia irrisolta del proprio “io” che prende giorno dopo giorno le fattezze dell’“altro” (madre, padre, figlia). Continua a leggere…
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Pubblicato su 10 Novembre 2009 da Graziano Graziani
Lucia Calamaro è un’artista “fuori formato” anche per la galassia, già di per sé vasta e multiforme, del panorama di ricerca romano e italiano. La sua formazione ha radici all’estero, e questo aspetto ha certamente avuto un ruolo nel percorso di Malebolge, la compagnia da lei fondata: l’estrema libertà e la caparbietà con cui ha costruito una cifra precisa del suo fare teatro né è la testimonianza più visibile.
Uno dei tasselli principali del lavoro di Malebolge è la scrittura di Lucia Calamaro, autrice e regista. Una scrittura, si potrebbe dire, che prosegue “a cerchi concentrici”. Le parole dei suoi personaggi, come i personaggi stessi, sembrano essere lì un po’ per caso, senza un vero perché. Si guadagnano spazio quasi chiedendo scusa, oppure prorompendo in una determinata quanto del tutto arbitraria richiesta di attenzione – atteggiamento classico degli “esclusi” che vogliono farsi ascoltare. E poi esplodono. Personaggi e parole. Lanciato il sasso – immagine verbale e immaginario poetico – si espandono, crescono, prorompono “a ondate”, e poi, quando finalmente sembra che debbano giungere a un culmine, un apice di senso, semplicemente si sgonfiano, si ritirano, si acquietano, quasi ancora una volta chiedendo scusa. Svaniscono pian piano nel buio, nell’indistinto da cui erano sbucati. Continua a leggere…
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Pubblicato su 6 Novembre 2009 da Graziano Graziani
È un testo dichiaratamente anti-moderno, e persino anti-teatrale se si prendono per parametro le ansie comunicative della ricerca odierna, questa «Epistola ai giovani attori» di Olivier Py, autore francese portato di recente in scena da Giorgio Barberio Corsetti al Teatro Colosseo di Roma e al Festival Prospettiva di Torino. Un lungo monologo (o quasi) che arringa in difesa della parola in questi tempi dove la comunicazione diffusa l’ha resa un vuoto simulacro, da diluire in dosi omeopatiche nel grande flusso dei media audio, video, e nella grande fiera – culturale – della performatività. Una posizione estrema, espressa direttamente e senza gli artifici di un racconto che la sostenga, da un attore abbigliato come un’attrice tragica dell’antica Grecia, maschera che guarda a un passato traboccante di significato ma conscia del suo essere oggi, così nuda su un palco, sostanzialmente ridicola, quando non patetica. La sua accorata difesa della parola è interrotta da una serie di guastafeste o di maestri di cerimonie della cultura, ministri e direttori, che quando non cercano di ridicolizzare il suo discorso, provano a stringerlo nell’angolo dell’inattualità. Continua a leggere…
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Pubblicato su 30 Ottobre 2009 da Graziano Graziani
La singolarità di «Rewind», l’omaggio a Café Müller di Pina Bausch (pietra miliare del teatro-danza, anno di grazia 1978) che ha visto per la prima volta insieme il duo Daria Deflorian-Antonio Tagliarini, sta nel fatto di riuscire a parlare di memoria senza mostrare, raccontare, far vedere. Al centro dello spettacolo c’è la conversazione di questi due stralunati individui che, con fare pierrottesco, guardano le scene principali dello spettacolo da you-tube. Le commentano, avvicinano il microfono alle casse per farle sentire, ma ciò che è offerto allo sguardo del pubblico è unicamente la mela illuminata del retroschermo del computer. E così quello spettacolo memorabile diviene frammento, riavvolgimento, tentativo impossibile di riappropriazione. Continua a leggere…
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Pubblicato su 23 Ottobre 2009 da Graziano Graziani
Su un fondo asettico si muovono quattro figure in tuta bianca, che ricordano le tenute anticontaminazione di tanti film catastrofici sfornati dal cinema degli ultimi anni. Mimano dei massacri, sgozzamenti, estirpazione di arti, sbudellamenti, ma il loro gesto produce un segno visibile: uno schizzo di sangue che dilania il bianco della scena. Il sangue è vernice, e lo è manifestamente: con un erogatore, una delle figure crea l’effetto dello spruzzo in sincrono con gli squartamenti. Inizia così «Dies irae – 5 episodi intorno alla fine della specie», l’ultima fatica di Teatro Sotterraneo, che ha debuttato a Modena per il festival Vie. Titolo altisonante per un lavoro che mescola minimalismo e tratti di forte ironia, come è tradizione per questa formazione fiorentina. Ma il contrasto sembra quantomai ricercato, perché il primo episodio introduce l’apocalisse parlandoci del rapporto ammiccante che l’arte ha intrecciato con la violenza (causa-effetto della sua crescente difficoltà nel “dire” il mondo, secondo la parabola tracciata da Scarpellini nel recente «L’Angelo rovesciato»). Continua a leggere…
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Pubblicato su 23 Ottobre 2009 da Graziano Graziani
Un coro di polemiche seguì la famosa affermazione di Stockhausen che definiva l’11 settembre «la più grandiosa opera d’arte mai realizzata». Eppure, al di là del suo cinismo, la frase del celebre compositore centrava l’intricato (e incestuoso) rapporto che la realtà ha da tempo intrecciato con la sua immagine mediatica e con l’arte. Un rapporto che, ormai sfuggito dalla sfera della pura rappresentazione, ha finito per intaccare il reale nella sua stessa attestazione di esistenza. Il crollo delle Twin Towers, nella sua spettacolarità, non faceva altro che ricordarcelo, e un coro d’artisti e critici (in Italia Vittorio Sgarbi) ha sottolineato come quella sequenza di immagini, riprodotta ossessivamente sulle nostre tv, ha da tempo trasceso la dimensione di documento per assurgere a quella di immaginario. Non è un caso allora se un critico teatrale e letterario come Attilio Scarpellini abbia incentrato la sua riflessione sulla “scomparsa della realtà” proprio attorno all’11 settembre. «L’Angelo rovesciato» [edizioni Idea, 152 pagine, 18 euro] raccoglie quattro saggi i cui spunti risalgono ad alcuni articoli apparsi su varie riviste tra il 2003 e il 2008 – tra queste, il mensile Carta Etc. Quattro angolazioni che disegnano mirabilmente un’unica spirale lungo la quale l’immagine si sostituisce alla realtà, in un moderno processo di reificazione (la sua forma finale, sottolinea Scarpellini citando Debord) che è “più reale del reale” – “More than reality” si intitola appunto l’ultimo dei saggi – proprio mentre della realtà celebra la sua scomparsa. Continua a leggere…
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Pubblicato su 9 Ottobre 2009 da Graziano Graziani
All’inizio si viene accolti in una sorta d’ufficio da una persona elegante e affabile, ma anche un po’ inquietante, che ci spiega che occorre sbrigare una piccola formalità: cedere l’anima al diavolo in cambio della visione dello spettacolo. Un po’ poco, si potrà obiettare, ma per chi non firma l’unica alternativa è non assistere alla piéce. Potrebbe sembrare un classico congegno d’arte concettuale, dove si dà corpo a un concetto astratto (la facilità con cui “ci si vende” al giorno d’oggi); ma «Postilla» della compagnia Menoventi – spettacolo a cui accede un solo spettatore alla volta – è qualcosa di più complesso. Per chi si avventura in questo “viaggio infernale”, dove risuona ossessivamente il nome che spicca sul contratto, si schiude allo stesso tempo un meccanismo basato sulla colpa che l’atmosfera dalle tinte horror alla Lucio Fulci, sapientemente orchestrate dalla regia di Gianni Farina, sa istillare nel profondo. Continua a leggere…
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Pubblicato su 1 Ottobre 2009 da Graziano Graziani

Il 28 luglio scorso il teatro del RialtoSantambrogio, storico luogo della sperimentazione culturale a Roma, è stato chiuso dalla polizia. Il provvedimento – che arriva giusto un paio di giorni prima dell’esodo estivo, quando la capitale si svuota dei suoi cittadini ma anche dei suoi referenti politici – è l’estensione del sequestro preventivo degli spazi avvenuto quattro mesi prima, a marzo, quando è stato chiuso quasi tutto il primo piano del centro. Oggi, di fatto, non è più possibile per il Rialto programmare concerti, spettacoli teatrali, mostre.
La storia degli sgomberi di spazi sociali insegna che la pausa estiva è il momento migliore per forzature di questo genere, ma c’è un aspetto che va sottolineato: il Rialto non è un luogo occupato, ma uno spazio pubblico assegnato dal Comune all’associazione che lo gestisce. E per di più, scegliendo di dedicare completamente il proprio spazio e le proprie energie al teatro, alla musica, all’arte istallativa e visiva, il Rialto è stato per dieci anni un’anomalia in pieno centro di Roma, sia per il contesto geografico in cui si trova – l’ex ghetto ebraico, tra il teatro Argentina e piazza Venezia – sia rispetto al panorama degli spazi sociali romani. Ma proprio per questo, attraverso la sua vicenda, è possibile leggere cosa sta succedendo alla cultura a Roma, come viene gestita e considerata dalla politica e dalla pubblica amministrazione.
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Pubblicato su 25 Settembre 2009 da Graziano Graziani
Reduce dal successo ottenuto in Europa, l’Orchestra di Piazza Vittorio torna finalmente a Roma con la sua particolarissima versione de «Il Flauto Magico» di Mozart, riveduto e corretto secondo lo spirito (e il sound) interetnico che ha fatto dell’orchestra diretta da Mario Tronco uno degli esperimenti musicali più riusciti e amati degli ultimi anni. Lo spettacolo, al suo debutto italiano, ha aperto il 23 settembre l’edizione XIV del Romaeuropa Festival che, rinnovando il sodalizio con l’orchestra che proprio in quella cornice esordì sette anni fa, ne è anche il produttore. Sarà in scena al Teatro Olimpico fino a sabato 26, per poi toccare Napoli a fine ottobre e Parigi a gennaio.
Questa incursione nella tradizione classica e operistica segna un momento particolare per l’Orchestra, che si smarca dalle esperienze precedenti per esplorare percorsi nuovi. Una scommessa che sarà immortalata in un disco prodotto da Bob Ezrin, produttore di artisti come Lou Reed e i Pink Floyd. Una collaborazione preziosa cominciata con un album in studio che vedrà la luce il prossimo autunno. Continua a leggere…
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Pubblicato su 25 Settembre 2009 da Graziano Graziani
Presente a tutte le edizioni di Short Theatre, Induma Teatro ha ottenuto quest’anno il suo miglior successo di pubblico con «Viva l’Anarchia!». Non è un caso. A questa versione riveduta e corretta di «Anarchia in Baviera» di Rainer Werner Fassbinder, il regista Werner Waas ha impresso un ritmo coinvolgente, dove l’elemento musicale è predominante, sia nella scelta di eseguire in scena la colonna sonora (ad opera di Tobia Lamare), sia nella coralità dello spettacolo (sei attorni in scena, tra cui spicca una trascinante Lea Barletti), che procede per brevi scene dove i vizi morali e ideologici di borghesi e rivoluzionari si avvitano in una spirale grottesca, che per musicalità e fare allucinatorio ricordano certe scene dei film di Junet e Caro. Continua a leggere…
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