Fahrenheit – Radio 3 :: «Il sogno di volare» di Carlo Lucarelli

Il libro del giorno è di CARLO LUCARELLI
«IL SOGNO DI VOLARE» (Einaudi, 2013)

Carlo Lucarelli - Il sogno di volare

In una Bologna che non è più la stessa, un assassino fa giustizia da sé di fronte all’ingiustizia che vede. A combatterlo c’è solo lei. Grazia Negro. Anche lei non è più la stessa. E di assassini seriali non vorrebbe più sentir parlare. Il romanzo della rabbia di oggi. Assoluta e senza rimedio. Il romanzo dei sentimenti, delle solitudini, dell’incertezza di oggi. Leggi il resto dell’articolo

Il paese dei rifiuti

garbage patch state - cartolinaIl Great pacific garbage patch, la gigantesca isola di rifiuti plastici che fluttua in mezzo all’oceano, ha da qualche tempo occupato un suo posto nelle cronache dei giornali: gli ecologisti lo hanno inserito nel decalogo dei disastri ambientali più devastanti del pianeta (al settimo posto, secondo il sito Treehugger.com).

Quello che invece la maggior parte dell’opinione pubblica non sa è che l’immensa isola di plastica ha dichiarato l’indipendenza e ha assunto il nome di Garbage patch state. E si tratta per giunta di uno stato federale, perché di vortici di plastica ne esistono ben cinque, sparsi tra l’oceano Pacifico, l’Atlantico e l’Indiano, e tutti insieme hanno una superficie globale di quasi sedici milioni di chilometri quadrati. Cioè un milione di chilometri in meno dell’estensione della Russia, anche se la superfice delle isole è variabile sia a causa delle maree sia dei nuovi rifiuti che si aggiungono man mano, captati dai vortici e dalle correnti marine. Leggi il resto dell’articolo

Un clown contro la crisi. Conversazione con Leo Bassi

leo bassi - utopia“Il buffone più pericoloso di Spagna”: così anni fa è stato definito Leo Bassi. Ma forse oggi lo è dell’intera Europa. I poteri forti sono da sempre il bersaglio preferito dei suoi spettacoli corrosivi e “scorretti”. Per questo è naturale che nel suo ultimo lavoro Bassi se la prenda con la deriva economicista che sta spazzando via il pensiero umanista. Ma “Utopia” – che quest’anno ha fatto più volte tappa in Italia – è anche un inno al teatro e al suo potere di rigenerazione della società. E Leo Bassi ci ha raccontato perché.

In “Utopia” parli del rapporto tra teatro e utopia. Di che rapporto si tratta?

Il teatro è cambiato radicalmente negli ultimi cento anni. Per certi versi ha perso molto potere, ma ha anche acquisito nuove prerogative. Quello che ha perso è la sua centralità: prima il teatro era il luogo deputato alla “narrazione” di una società, non c’erano né cinema né televisione. Oggi il rapporto si è ribaltato, per questo assistiamo a spettacoli in cui, ad esempio, si porta a teatro l’attore televisivo. Il senso di una simile operazione è che il “personaggio famoso” è a pochi passi da te, lo vedi “dal vivo”: questo crea un evento. Oggi una grande fetta di pubblico va a teatro solo per vedere operazioni simili, per partecipare all’evento. Ma è una cosa da stupidi. Perché? Perché il teatro deve essere il luogo dell’utopia. Questo era il senso della sua centralità come luogo in cui una società di narra, si comprende e può così immaginarsi diversa, migliore. Leggi il resto dell’articolo

Celestini. Discorsi alla nazione in crisi d’identità

ascanio celestini - discorsi alla nazioneUn aspirante tiranno che esorta i cittadini ad eleggerlo “democraticamente”, una nazione immaginaria sprofondata in una guerra civile a cui corrisponde una pioggia senza fine, un condominio abitato da persone sprofondate in iperboliche solitudini, che hanno più a che vedere con la disgregazione sociale che con una condizione esclusivamente intima. Con «Discorsi alla nazione» Ascanio Celestini si smarca dalla sua classica cifra affabulatoria per costruire uno spettacolo dal respiro differente rispetto ai suoi precedenti lavori, che è in grado di materializzare pezzo dopo pezzo una sorta di distopia orwelliana, un futuro prossimo che potrebbe essere il nostro sen non fosse per alcune “interferenze” di carattere surreale (o, forse, proprio a causa di esse). Ma nonostante questo cambio di passo abbia in parte spiazzato una fetta del pubblico che ha assistito allo spettacolo al Teatro Palladium di Roma, che si aspettava forse una formula collaudata e rassicurante, questo “studio” può a ragione definirsi un esperimento riuscito, che conferma le grandi doti autoriali di Celestini, al di là del classico schema del cosiddetto “teatro di narrazione”, o degli sketch televisivi, che lo hanno fatto conoscere al grande pubblico. Leggi il resto dell’articolo

L’hic et nunc negato di Andrea Cosentino

andrea cosentino - non qui non ora«Non qui, non ora». Suona come un manifesto il titolo del nuovo spettacolo di Andrea Cosentino, che è approdato al palcoscenico del Teatro Palladium di Roma in forma di studio, nell’ambito del festival Teatri di Vetro. Perché al centro della riflessione operata da Cosentino – ma anche di un certo grado di irrisione – c’è la contrapposizione tra arte contemporanea e teatro, tra performance e rappresentazione. Davvero due filosofie estetiche contrapposte? A dirlo non è lui, o una delle sue maschere dialettali che stanno partecipando a un’ipotetica performance in un ipotetico museo (il romano caustico, il presunto viterbese che parla un improbabile dialetto), ma Marina Abramovic in persona, una delle icone dello star system dell’arte contemporanea. È dalle sue parole che prende forma la contrapposizione tra l’hic-et-nunc della performance e l’altrove ipotetico della rappresentazione teatrale, dove la “verità” e la “vita” sarebbero automaticamente dalla parte della prima. Abramovic sintetizza questa “superiorità” dell’arte performativa con la seguente frase: “In teatro il coltello è finto e il sangue è ketchup, mentre nell’arte performativa il coltello è un vero coltello e il ketchup è sangue”. Una concezione che, tuttavia, ha trovato i suoi limiti nella parabola artistica della stessa Abramovic, che dopo aver sottoposto il proprio corpo a una serie di “iniezioni di realtà” per quarant’anni, sottoponendosi a ogni tipo di sperimentazione, si è resa conto – forse in modo un po’ tardivo – che per chi la sta a guardare tutto questo resta comunque spettacolo, intrattenimento. Si paga un biglietto e si guarda. E questo guardare non ti “cambia la vita” – come pretenderebbe il manuale del bravo artista performativo. Leggi il resto dell’articolo

I Servillo e l’eco familiare di Eduardo. «Le voci di dentro» all’Argentina

Servillo - Eduardo De FilippoSe il debutto romano di “Le voci di dentro”, che sarà al Teatro Argentina dal 7 al 31 maggio, si sta caratterizzando come un vero e proprio “evento” di questa stagione, per quanto in chiusura, un motivo c’è. Toni Servillo, nell’ultimo decennio, si è accreditato come un interprete di Eduardo tra i più efficaci, sicuramente il più acclamato, probabilmente perché è uno dei pochi protagonisti della scena contemporanea in grado di restituire una profonda autenticità ai lavori dell’autore partenopeo (nonostante sia soltanto alla sua seconda prova). E il motivo sta nella doppia visuale con cui Servillo può permettersi di affrontare il teatro di De Filippo. Da un lato – come lui stesso ha dichiarato – Servillo tratta Eduardo come un classico, cioè come uno dei rari patrimoni condivisi e autenticamente popolari della drammaturgia del nostro paese (nonostante sia stato considerato da qualcuno come un fenomeno “regionale”, De Filippo è probabilmente l’unico grande nome della drammaturgia italiana accanto a Pirandello, e decisamente più moderno del premio Nobel siciliano). Dall’altro lato, per Servillo, Eduardo è una sorta di eco familiare, qualcosa che si poteva respirare fin dall’infanzia, da dentro le mura di casa.

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Cose finte, attenti, non false. «Le braci» di Roberto Corradino

le braci - corradinoL’arte da sempre interroga il male. Ma il grande paradosso della società dello spettacolo – che ha visto un progressivo appiattirsi delle pratiche artistiche nell’indistinto fondale trompe l’oil dell’intrattenimento – è che spesso l’arte ha finito per compiacersene, del male che interroga. Oppure, colta alla sprovvista dal fatto che la realtà mediatizzata sa oramai stimolare l’immaginario meglio dell’arte stessa e pratica con disinvoltura il linguaggio dell’intrattenimento (il termine “infotainment” ha già qualche decennio di storia), è spesso tornata a predicate l’irruzione della realtà stessa nei territori dell’arte. Con risultati spesso deludenti, quando non apertamente patetici. Ma come si fa, allora a interrogare l’orrore? Ad esempio, il cortocircuito impazzito di politica, violenza e ragioni contrapposte che si mescolano ai torti che ci propone il terrorismo nel XXI secolo. Come lo si porta in scena? La compagnia catalana La Fura dels Baus ci provò nel 2008 con una delle azioni più tremende e stupefacenti dell’inizio del secolo: l’attentato al Teatro Dubrovka di Mosca, nel 2002, che finì con la morte di circa 250 civili e una quarantina di guerriglieri ceceni a causa dell’intervento delle teste di cuoio russe. La Fura dels Baus ripropose la stessa identica scena, con attori travestiti da terroristi che agitavano i fucili e gridavano ordini in tono minaccioso. Ma, come ha rilevato Attilio Scarpellini nel suo saggio «L’angelo rovesciato» (Edizioni Idea, 2009), l’operazione lasciò piuttosto freddo il pubblico, che osservava tranquillo sulla sua poltrona la messa in scena, e nonostante l’attentato fosse recente e quindi vivo e presente nella mente di tutti noi. L’arte soccombeva miseramente davanti alla forza espressiva della realtà. E l’operazione fallì.

Ci riesce invece Roberto Corradino con lo spettacolo «Braci», sette anni più tardi – il debutto è del 2012 – e con mezzi decisamente più modesti. In tono sommesso, si potrebbe dire, eppure straordinariamente “a fuoco”. Perché è il senso dell’operazione ad essere diverso. Leggi il resto dell’articolo

«Banquo» di Tim Crouch secondo l’Accademia degli Artefatti

WCENTER 0CULAGDMGZ -Con un coup de théâtre da Grand Guignol prende il via il «Banquo» di Tim Crouch, portato in scena da Fabrizio Arcuri (e prodotto dal Teatro della Tosse di Genova). Che è certamente il miglior monologo della stagione, con un che si aggira con agio in quella che è stata ormai definita “recitazione artefattiana”, riuscendo anche a impreziosirla. Campanati interpreta Banquo, generale e migliore amico di Macbeth, da questi assassinato. O meglio, il suo fantasma – grondante com’è di sangue – quello che solo Macbeth (e il pubblico) può vedere. Il fantasma che dall’onniscenza della morte conosce tutte le pieghe della tragedia shakespeariana e che dunque può raccontarla da un’angolatura inedita. Detta così sembrerebbe un’operazione simile a quella di Tom Stoppard in “Rosencrantz e Guildenstern sono morti”, e forse in parte è vero, ma c’è il tocco di Crouch a spostare l’operazione da un’altra parte. Perché come lo sfortunato prestigiatore di “An oak tree” ci ricordava che il teatro, come il linguaggio, è soprattutto una sofisticata opera di illusionismo, così il Banquo di Crouch, per ricostruire la vicenda, ci chiede in primo luogo di “immaginare”. Leggi il resto dell’articolo

La variante di E.K. – tornano le “strips” teatrali di Doppio Senso Unico

Doppio Senso Unico – la variante di E KDopo un esordio strampalato e affascinante di qualche anno fa con lo spettacolo «Viageatruà», che ne delineò la verve grottesca e lo stile fulmineo, e il corrosivo e più acido «Le clamorose avventure di M. Pappice e P. Papocchio», dove si assisteva a ipotetici smembramenti di corpi benedetti da alto-prelati psichedelici che gettavano sul pubblico provette piene di sangue, torna con un nuovo lavoro la Compagnia Doppio Senso Unico – nome attorno al quale si manifesta il sodalizio artistico di Luca Ruocco e Ivan Talarico. Dopo un primo passaggio sempre nelle sale del Teatro dell’Orologio, La variante di E. K. torna in scena nello spazio diretto da Fabio Morgan, stavola nella Sala Gassman, dal 25 al 28 aprile. Anche in questo spettacolo la compagnia Doppio Senso Unico dà libero sfogo alle sue trascinanti spirali non sense, articolate in quadri teatrali brevissimi che assomigliano alle “strips” dei fumetti umoristici. Leggi il resto dell’articolo

Fahrenheit – Radio 3 :: «Rossi a Manhattan» di Eric Salerno

Faccia a Faccia con ERIC SALERNO
autore di «ROSSI A MANHATTAN» (Il Saggiatore, 2013)

Eric Salerno -Rossi a manhattan

Eric Salerno  ricostruisce, ricorda, annota e rilegge le vicende del padre, cacciato dagli USA nel 1950 perché Comunista. È il 1923 quando Michele Salerno lascia Castiglione Cosentino per gli Stati Uniti. Non tollera il regime fascista nascente in Italia. Lui, comunista di famiglia cattolica ha voglia di guardare avanti e ora è nel paese giusto per farlo. Incontra Elizabeth Esbinsky, detta Betty, arrivata bambina in America  da Chojniki, oggi tra Belarus e Ucraina, e una lunga scia di morte: le guardie bianche dello zar che combattevano contro i rossi, i pogrom, la guerra civile, le lotte antisemite. Lei e Michele fanno delle loro singole lotte una lotta comune e assieme assistono alle azioni degli antifascisti in Italia, all’ascesa della dittatura del generale Franco in Spagna, alla persecuzione dei comunisti americani durante la Guerra fredda. Sui giornali e in piazza, l’impegno nella difesa dei diritti umani e civili è la loro motivazione esistenziale. Finché il 23 novembre 1950, il giorno della deportazione in Italia, quando i Servizi, che avevano bollato la lotta al capitalismo di Michele come un’attività di spionaggio, ebbero la meglio. Leggi il resto dell’articolo

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