Le lune di Cosentino

«La notte del 20 luglio del ’69 in tutto il mondo interplanetario non c’è stato un furto, un omicidio, una rapina, uno scappellotto. Erano tutti lì davanti a Neil Armstrong. E questo cosa vuol dire? Vuol dire che se tutti guardassimo di più la televisione il nostro sarebbe un mondo migliore». Andrea Cosentino torna a sondare i meccanismi del linguaggio televisivo, il rapporto tra realtà e verità nell’epoca della rappresentazione, attraverso un mito celebrato proprio lo scorso anno in occasione del suo quarantesimo anniversario: lo sbarco sulla luna. Ma lo fa dipanando le sue storie non storie fatte di fili che si incrociano e finali che si susseguono senza chiudersi mai. Così procede «Primi passi sulla luna» – in scena al teatro Argot di Roma fino al 24 gennaio – dove la luna diventa un pretesto per guardare alla fantascienza, al Kubrik di «2001 Odissea nello spazio» (di cui nel 2009 ricorrono i dieci anni della scomparsa), al complottismo internauta di chi crede che sulla luna non ci siamo mai stati davvero, ma anche per raccontare la favola di «Pimpa e le due lune», un libro illustrato di Altan che Cosentino, da papà, utilizza per addormentare sua figlia Daria. Continua a leggere…

La vita racchiusa in un gesto

Ripetersi senza essere ripetitivi. È una prerogativa di pochi artisti, e nello specifico di quelli che sanno entrare in un mondo restando in ascolto, e con discrezione e sapienza portarne alla luce ciò che c’è da raccontare. È ciò che accade con «La Borto» di Scena Verticale, ultimo lavoro di Saverio La Ruina, che torna a dare corpo e voce a un personaggio femminile del sud, della sua Calabria. Una storia che non è solo quella dell’aborto clandestino a cui la protagonista, dopo sei gravidanze in sette anni, ricorre per sfuggire al suo sfiancante destino di madre a cui è inchiodata dalla tenera età di tredici anni, quando prende marito; ma è anche quella della società (maschile) che plasma le coordinate a cui l’universo femminile dovrà attenersi. Forte è l’eco del precedente lavoro, «Dissonorata» – con cui La Ruina ha vinto il premio ubu come miglior attore – ma soprattutto in quanto conferma del fatto che l’autore è sceso ad una profondità tale nell’osservazione di questo territorio dell’animo femminile da non poter essere contenuta in un singolo spettacolo. Continua a leggere…

L’antimanuale per artisti

Cos’è il limbo delle fantasticazioni? È quello stato fantasmatico in cui galleggiano le idee artistiche prima di avere una forma, anzi, prima che qualcuno si faccia sedurre dall’idea che sia possibile mettersi a tavolino per poterle produrre, pensando magari di poterci ricavare qualche cosa. Ermanno Cavazzoni, autore del memorabile «Poema dei lunatici» ce ispirò Fellini, ci regala un delizioso manuale per galleggiare oltre le sabbie mobili in cui sembra essersi impantanata l’arte, sempre più muta e incapace di raccontare il modo perché sempre più ossessionata dalla posizionamente – commerciale o di gradimento – che è in grado di ottenere. Metà prontuario e metà racconto, questo libro fa le pulci a quel desiderio di autorappresentazione che attanaglia il mondo odierno, che fa sì che si desideri “essere” uno scrittore, un artista, un attore, piuttosto che “voler fare arte” perché si ha un urgenza da seguire. Quell’ansia di realizzare e realizzarsi che Cavazzoni chiama “il colpo gobbo”, ovvero la speranza di guadagnarsi una fama e brillare, per poter spiccare sugli altri, “i concittadni anonimi”, avanzando senza sforzo nella gerarchia del mondo. Continua a leggere…

La fatalità clandestina di Capossela

Capossela ci riprova, ma stavolta è in compagnia. La matrice letteraria, il piglio da scrittore che trasuda dalle canzoni di uno dei maggiori cantautori italiani si prende il suo spazio per diventare libro. Anche qui, come in «Non si muore tutte le mattine», è la cosmogonia di Vinicio a fare sfondo e materia verbale, ma stavolta dall’altra parte della pagina c’è Vincenzo Costantino Cinaski («Ciàina», per chi ricorda le scorribande furiose del primo Capossela lungo la notte che se n’è andata…), e le cose prendono un respiro diverso. Perché è attraverso le parole di uno dei personaggi di racconti e canzoni che salta fuori dalla dimensione della storia e racconta il capossela-mondo (da cui viene, per quel che lo conosciamo) e ce parlarce autonomamente, dal suo punto di vista. Non è la prima volta che avviene nella storia della letteratura: luoghi, non solo fisici, che diventano immaginari proprio per la loro grande (iper)realtà e diversi autori che né alimentano l’esistenza parallela, quella sulla carta, fatta di memorie, racconti, ricordi, iperboli. Continua a leggere…

Ambigue realtà all’italiana

L’ultimo lavoro di Teatro Minimo, «Sequestro all’italiana» (in scena al Teatro Orologio di Roma fino al 20 dicembre) parte da una drammaturgia originale di Michele Santeramo, arrivata finalista all’ultima edizione del Premio Riccione. La ricetta che mescola atmosfere meridionali con una scrittura dal sapore vagamente pinteriano, ossatura di diversi lavori del drammaturgo pugliese, restituisce un’idea di dilatazione della realtà, del tempo, che lungi dall’esiliarsi nell’astrazione ci racconta molto dei tempi in cui viviamo, delle relazioni tra le persone e dell’attitudine tutta italica a grattare sempre il fondo delle tragedie fino a rovesciarle in farsa.
Andriano e Ottavio (Michele Sinisi e Vittorio Continelli) sequestrano una classe di bambini. Sono costretti a farlo, a causa della situazione (imprecisata) in cui si trovano, poiché questo è l’unico modo – secondo loro – di conferire con il sindaco. Continua a leggere…

La corsa di Murakami

Sembra che Bruce Chatwin ritenesse che camminare contribuisca a rendere migliore il mondo. Murakami, scrittore apprezzatissimo in tutto il mondo, ha invece una passione del tutto particolare per la corsa. Particolare erché è strettamente connessa col mestiere di scrittore. Siamo nel 1981 e Murakami ha appena chiuso il jazz bar che gli ha dato da mangiare per sette anni, perché vuole dedicarsi completamente alla scrittura. Ma scrivere è un’attività sedentaria, così per mantenere un equilibrio Murakami decide di dedicarsi giornalmente alla corsa. Giusto un diversivo per tenersi in forma? Niente affatto, perché «scrivere è pericoloso», osserva lo scrittore, perché mette a contatto con la parte più oscura di sé: la corsa permette di scaricare le tossine accumulate, scorie tanto fisiche quanto spirituali, che la corsa al pari di un mantra è in grado di dissolvere. Continua a leggere…

Fosse e la melancolia di Hertervig

Jon Fosse è conosciuto soprattutto come autore di teatro, anzi, come il massimo esponente del teatro norvegese di questi anni. Ma la sua opera comincia come narratore: in patria ha pubblicato molti romanzi, saggi e libri per l’infanzia. Con «Melancholia», un dittico pubblicato a metà degli anni novanta, Fosse mette a fuoco l’esperienza umana e il travagli spirituale di Lars Hertervig, uno dei più grandi pittori norvegesi dell’Ottocento, morto suicida dopo essere stato internato nell’ospedale psichiatrico di Gaustad, dal quale fuggì per poi vivere di elemosina. L’incapacità di adattarsi alle regole sociali e una spiccata propensione per la fuga dal razionale – che si riverbera nei motivi semi-fantastici del suo lavoro – ne fanno una figura particolare e sofferta, a cui la scrittura di Fosse, a volte sincopata e a volte irruente e copiosa, offre il suo omaggio caricandola dei toni lividi e contratti a cui il teatro dell’autore norvegese ci ha abituati. Continua a leggere…

Dentro il “blob” di Babilonia

Al centro di «Pornobboy», l’ultima produzione dei Babilonia Teatri, c’è il flusso mediatico che ci avvolge quotidianamente, il cosiddetto “chiacchiericcio televisivo” – ma la carta stampata, che ne assume i codici e gli epiteti in tempo reale, non ne è certo esente – che disegna l’orizzonte asfittico dei nostri giorni, fatto di ossessioni voyeuristiche (poco importa che l’oggetto sia il sesso o la violenza) cucite in doppia battuta col moralismo bacchettone. Già, la televisione è riuscita a partorire l’ossimoro per eccellenza, fondando la propria weltanshauung su una ricetta che serve grosse fette di torbido condite col miele del buonismo e del politically correct, senza per altro scomporsi della frattura semantica che questo comporta. Una contraddizione troppo feconda perché l’arte non decida di inoltrarvisi, esplorandone le derive pressoché infinite. Ma calarsi in questo “mare magnum” comporta dei rischi, perché la pervasività del linguaggio mediatico è tale che la voce dell’arte, quando non finisce per compiacersi del nulla che pronuncia, spesso si diluisce al punto tale da venire ridotta al silenzio.
Non è così per i Babilonia Teatri, che decidono di restituire “a brutto muso” il torrente di particolari ossessivi, lo streaming di morbosità che fluisce ogni giorno dai nostri schermi, radio e pc; ce lo urlano contro, nudo, ravvicinato, coerentemente pornografico. Continua a leggere…

Se a esordire sono i nonni

Per i giovani ci sono ministeri e assessorati dedicati, che sfornano contributi a sostegno della creatività under 35 (perché nel frattempo la categoria “giovane” si è piuttosto espansa). Ma dopo cosa succede? Flaiano diceva che nella carriera di uno scrittore, dopo un esordio da “giovane promessa” e prima di divenire un “venerabile maestro” si profilava un lungo limbo in cui non si è altro che il solito… nessuno. Certo è che le fasce sociali, etniche e d’età poco dovrebbero aver a che spartire col talento letterario; eppure sembra che pubblicare “il meglio di…” resti l’unico modo sicuro per vendere un libro che non sia di un autore conosciuto. C’è poco da stupirsene: nella società dell’autorappresentazione spettacolarizzata, si ha cittadinanza solo se la propria biografia è testimonianza di una condizione. E se la “fascia” in questione ha poco appeal? Se stride terribilmente con la fame di “nuovo” che alimenta il bulimico mercato editoriale? Se lo sono chiesti a Transeuropa, editore fuori dagli schemi che ha deciso di lanciare provocatoriamente un bando per ultra 65enni. Continua a leggere…

La voce profetica di Marina Cvetaeva

«Non è stata lei a suicidarsi, è stata l’epoca ad ucciderla. Ha ucciso lei, ha ucciso me, ha ucciso noi. Noi non eravamo pazzi, eravamo soltanto poeti». Inizia così, con questa accorata difesa pronunciata da Anna Achmatova, il monologo ideato e diretto da Esnedy Milán Herrera «La poesia in trappola», sulla vicenda umana e artistica di Marina Cvetaeva (di recente in scena al Teatro Manahattan di Roma). La poetessa russa della prima metà del Novecento, è ancora oggi una delle figure più emblematiche del panorama artistico di quel secolo. La sua vicenda di artista emarginata dal regime e dalla comunità artistica russa, non è soltanto il ritratto di un altro “suicidato dalla società” a cui allude la Achmatova rievocando l’eco del terrore staliniano; è anche uno sguardo fuori dagli schemi, intenso proprio perché capace di guardare oltre i clichè della sua epoca e in grado di consegnarci intatta, con lo scorrere del tempo, questa sua intensità. Continua a leggere…