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Bertolucci, arte e verità

ultimotango_aparigiL’aneddoto raccontato da Vittorio De Sica sulla lavorazione di «Ladri di biciclette», dove per ottenere un pianto di “scottante verismo” il regista umiliò pubblicamente il piccolo protagonista di nove anni, Enzo Staiola, ha avuto molta fortuna nella cultura popolare. È stato anche al centro di un passaggio di «C’eravamo tanto amati», memorabile commedia di Ettore Scola. Cos’era successo? De Sica aveva fatto nascondere delle cicche di sigaretta nella giacca del ragazzino, aveva fatto finta di trovarle per caso e fingendo scandalo gli diede del “ciccarolo”: il ragazzino pianse a dirotto.

Mi è venuto in mente questo aneddoto leggendo la polemica che c’è stata sui giornali in questi giorni per quanto dichiarato da Bernardo Bertolucci – e riportato da la Repubblica – riguardo la famosa scena di «Ultimo tango a Parigi», la cosiddetta scena del burro. Lui e Marlon Brando si accordarono, senza dire nulla a Maria Schneider, per ottenere una scena di sodomia più credibile. Anche in quel caso l’attrice, che aveva vent’anni, parlò di umiliazione.

Poiché il secondo dei due aneddoti “veristi” ha a che vedere col sesso, e per di più con la sodomia, non è stato accolto con la stessa bonaria simpatia che suscita il primo. Ne è nata “una gazzarra di commenti”, per dirla con Elena Stancanelli che è intervenuta sulla polemica sempre dalle pagine di Repubblica. Alcuni di questi commenti tirano in ballo il corpo delle donne come merce e arrivano a ventilare che è come se si fosse trattato di uno stupro. Così la scrittrice si è sentita in dovere di intervenire contro chi sposta “i confini tra realtà e finzione dove fa più comodo”, contro le anime belle che si scandalizzano per il cinismo del regista.

È chiaro che arrivare a equiparare tout court il comportamento di Bertolucci a un vero e proprio stupro è ridicolo, prima ancora che sciocco. È il risultato della faciloneria di un pensiero binario che tende a non vedere sfumature. Su questo non si può che concordare con Elena Stancanelli. Che però, presa dalla sua invettiva, finisce per giustificare il cinismo del regista non con il rigore della logica (è solo un film), ma attraverso un pensiero altrettanto binario. «Bertolucci è un grande regista, e sono sicura che nella sua carriera avrà maltrattato, ferito, fregato moltissime attrici e attori. Per ottenere quello che voleva. È così che si fa», chiosa Stancanelli. Continua a leggere Bertolucci, arte e verità

Dagli intellettuali agli opinionisti, così siamo diventati ignoranti

walter sitiCi aspetta un futuro senza intellettuali? È questa la domanda attorno a cui sono ruotati gli incontri organizzati da Attilio Scarpellini e da me per i Quaderni del Teatro di Roma, all’interno dell’ottava edizione di Short Theatre, festival di teatro contemporaneo che quest’anno si è tenuto interamente alla Pelanda, negli spazi suggestivi dell’Ex Mattatoio di Testaccio. Una domanda dal sapore apocalittico, che nella suggestione che abbiamo lanciato cercava di rispolverare il lessico della fantascienza. Perché a volte, per chi opera nel settore della conoscenza, il progressivo affievolirsi delle voci capaci di criticare l’esistente all’interno del dibattito culturale ha i contorni surreali della fantascienza, qualcosa a cui non si riesce a dare un contorno razionale. Forse perché, nonostante si parli da decenni degli effetti della società di massa, l’idea di intellettuale a cui facciamo riferimento è quella del Novecento, quella cioè di un’autorevole voce critica in gradi di pesare nel dibattito pubblico e perfino di influenzarne, in parte, il corso. Un tipo di intellettuale che, ricordava Attilio Scarpellini, prende la sua fisionomia “engagé” a partire dal «J’accuse» di Émile Zola, che inaugura con due anni d’anticipo – era il 1898 – quella figura che, nonostante il secolo breve sia finito da oltre un decennio se si guarda alla matematica e da quasi un quarto di secolo se si presta fede al saggio di Hobsbawn, resta ancora oggi il vero riferimento nell’attività di critici, scrittori e artisti che immaginano un ruolo sociale a ciò che pensano, scrivono e creano. Continua a leggere Dagli intellettuali agli opinionisti, così siamo diventati ignoranti

Cose finte, attenti, non false. «Le braci» di Roberto Corradino

le braci - corradinoL’arte da sempre interroga il male. Ma il grande paradosso della società dello spettacolo – che ha visto un progressivo appiattirsi delle pratiche artistiche nell’indistinto fondale trompe l’oil dell’intrattenimento – è che spesso l’arte ha finito per compiacersene, del male che interroga. Oppure, colta alla sprovvista dal fatto che la realtà mediatizzata sa oramai stimolare l’immaginario meglio dell’arte stessa e pratica con disinvoltura il linguaggio dell’intrattenimento (il termine “infotainment” ha già qualche decennio di storia), è spesso tornata a predicate l’irruzione della realtà stessa nei territori dell’arte. Con risultati spesso deludenti, quando non apertamente patetici. Ma come si fa, allora a interrogare l’orrore? Ad esempio, il cortocircuito impazzito di politica, violenza e ragioni contrapposte che si mescolano ai torti che ci propone il terrorismo nel XXI secolo. Come lo si porta in scena? La compagnia catalana La Fura dels Baus ci provò nel 2008 con una delle azioni più tremende e stupefacenti dell’inizio del secolo: l’attentato al Teatro Dubrovka di Mosca, nel 2002, che finì con la morte di circa 250 civili e una quarantina di guerriglieri ceceni a causa dell’intervento delle teste di cuoio russe. La Fura dels Baus ripropose la stessa identica scena, con attori travestiti da terroristi che agitavano i fucili e gridavano ordini in tono minaccioso. Ma, come ha rilevato Attilio Scarpellini nel suo saggio «L’angelo rovesciato» (Edizioni Idea, 2009), l’operazione lasciò piuttosto freddo il pubblico, che osservava tranquillo sulla sua poltrona la messa in scena, e nonostante l’attentato fosse recente e quindi vivo e presente nella mente di tutti noi. L’arte soccombeva miseramente davanti alla forza espressiva della realtà. E l’operazione fallì.

Ci riesce invece Roberto Corradino con lo spettacolo «Braci», sette anni più tardi – il debutto è del 2012 – e con mezzi decisamente più modesti. In tono sommesso, si potrebbe dire, eppure straordinariamente “a fuoco”. Perché è il senso dell’operazione ad essere diverso. Continua a leggere Cose finte, attenti, non false. «Le braci» di Roberto Corradino

Fahrenheit – Radio 3 :: «Il realismo è l’impossibile» di Walter Siti

Faccia a Faccia con WALTER SITI
autore di «IL REALISMO È L’IMPOSSIBILE» (Nottetempo, 2013)

Walter Siti - Il realismo è l'impossibile

Walter Siti scriveva in suo articolo per La Stampa: “Il realismo è un inganno per far credere vero ciò che non esiste; se può trovare spazio nel Nuovo Orizzonte è solo giocando a rimpiattino con gli specchietti dell’informazione, svelando a sorpresa risvolti della realtà che la realtà non sa nemmeno di avere”. Ora è tornato sul tema in maniera più diffusa in un pamphlet in parte saggio, in parte dichiarazione di poetica, dall’evocativo titolo «Il realismo è l’impossibile». “Perché la realtà non si dispiega ragionevolmente davanti a noi, ma ci coglie di sorpresa, a tradimento. Con un dettaglio inatteso nega la favola e ci convince di un intero mondo da esplorare. Cosi, il realismo fa lo stesso effetto della magia, dona a chi guarda il piacere di ingannarsi”. Continua a leggere Fahrenheit – Radio 3 :: «Il realismo è l’impossibile» di Walter Siti