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Le quinte di Teheran

piazza khomeini

«Benvenuto nel più grande spettacolo di teatro dell’assurdo del mondo: Teheran». A parlare è un uomo sulla sessantina, dai capelli bianchissimi e gli occhi azzurri penetranti e opachi come una pietra di turchese. Visto che siamo al Cafè Godot, un locale interamente dedicato a Samuel Beckett e al suo teatro – accanto al bancone c’è un albero spoglio, con sopra due bombette – la metafora, oltre che essere calzante, si rivela decisamente appropriata.
A Teheran, città senza un vero e proprio centro – piazza Khomeini non è altro che uno svincolo per le auto e un immenso parcheggio per i taxi – la gente si incontra principalmente nei caffè. È in questi posti che studenti, artisti ma anche gente normale passa il tempo, discute, si incontra. Sono soprattutto giovani, perché la popolazione dell’Iran è costituita in buona parte da persone sotto i trent’anni. Non è raro ascoltare qualcuno che si lamenta di Ahmadinejad e del suo governo, e si domanda quando finirà il regime dei mullah. In modo tanto esplicito? Sì. «Quello che si dice non importa a nessuno. Devi stare attento a quello che fai», mi confida un ragazzo, e fa riferimento alle proteste della fine del 2009. Diverse persone sono state prelevate direttamente nelle loro case, e spesso non si ha più traccia di loro per giorni interi.
Il mio interlocutore dagli occhi turchesi si chiama F., e di mestiere legge la fortuna. Nelle linee della mano, attraverso un sistema cromatico, facendo oscillare un pendaglio apparentemente di antica fattura. Si aggira per i tavoli in cerca di clienti. «Sono tutte stronzate – mi dice sorridendo – ma le ragazze ne vanno matte». È un modo come un altro di sbarcare il lunario, ma gli permette di osservare la gente, le domande che si fanno, le loro reazioni, i loro desideri. E tra quello che passa per la testa della gente e lo stile di vita che il regime vorrebbe imporre c’è un divario piuttosto vistoso. Continua a leggere Le quinte di Teheran

Segnali dal confine. Viaggio tra Turchia e Armenia

il castello di Kars
il castello di Kars

Kars è la città dove Orhan Pamuk, il premio Nobel turco per la letteratura, ha ambientato «Neve». Delle atmosfere sospese del libro, dove la città è bloccata da una forte nevicata, se ne trovano scarse tracce durante l’estate, ma la brezza notturna lascia immaginare un clima invernale tutt’altro che mite. Per le strade le case, con le verande in stile russo in decadenza, parlano del declino della città da quando, nel 1993, la frontiera tra la Turchia e la vicina Armenia è stata chiusa. È così che Kars, un tempo crocevia di commerci internazionali, ha cominciato a sprofondare nel torpore descritto da «Neve». Per contrasto alcune vetrine del centro sono ricolme di televisori al plasma, e raccontano di un divario enorme tra ricchi e poveri della città.
Ihsan Karayazı ci accoglie con estrema gentilezza. La sua casa, dipinta di un verde mela acceso, potrebbe sembrare quella di un qualunque studente di Roma o di Londra. Pelin, la ragazza con cui viaggio e che mi fa da interprete, lo ha contattato per un progetto che lei, operatrice culturale di Istanbul, deve sviluppare in questa città. Non è un caso se si parte da questa casa: per quanto ancora molto giovane, Ihsan lo conoscono e lo stimano tutti, è il punto di raccordo tra l’occidente ricco del paese e questa città dell’estremo est. Chi vuole realizzare un progetto pubblico o internazionale in questa regione remota della Turchia passa per lui. Ihsan ci fa accomodare, ci offre del the e comincia a preparare un helva, un dolce tipico della Turchia. Gli piace cucinare, e mentre lo fa ha un sorriso particolare. Continua a leggere Segnali dal confine. Viaggio tra Turchia e Armenia

L’isola bagnata dal medioevo

Gennaio 2009: lo storico passaggio alla democrazia di Sark, piccola isola del canale della manica rimasta a regime feudale dal Seicento al 2008. Una passeggiata per le sue scogliere e i suoi pub, dove gli abitanti raccontano i retroscena per nulla scontati di questa svolta epocale, pochi giorni prima del passaggio ufficiale al “nuovo” sistema.

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sark 02È caduto definitivamente quello che è stato definito l’ultimo bastione del feudalesimo in Europa. Sark, la piccola isola del Canale della Manica, rimasta con una costituzione dei primi del Seicento fino a qualche giorno fa, ha votato il primo parlamento democraticamente eletto della sua storia lo scorso dicembre, che entra in funzione proprio in questi giorni. Ma cosa cambia realmente?
La piccola isola, che conta appena seicento abitanti, fa parte del bailato della vicina Guernsey, ovvero un possedimento della corona britannica che non fa parte del Regno Unito, e gode di una speciale autonomia in vari campi, tra cui quello fiscale. Nella fattispecie Sark ha un suo proprietario, o seigneur, che versa annualmente le dovute competenze alla corona inglese, rimaste incredibilmente invariate: una sterlina e 79 pence. Per il resto nulla è dovuto al fisco britannico, i residenti pagano soltanto una tassa locale. Un bel vantaggio per chi guadagna altrove e molto, che non è sfuggito ai due fratelli multimiliardari David e Frederick Barclay, proprietari tra le altre cose del Daily Telegraphe. I due magnati inglesi hanno acquistato negli anni Novanta Brecqhou, una piccola isola accanto a Sark, di cui fa parte amministrativamente, e vi hanno stabilito la loro residenza, acquisendo il diritto di sedere nello Chief Pleas, l’assemblea dei tenutari. Difatti quello che è oggi un parlamento eletto direttamente dai residenti, era composto fino al 2008 dai titolari dei quaranta possedimenti in cui è divisa Sark.
Lo storico passaggio alla democrazia è dovuto proprio allo scontro tra i due nuovi tenutari e il signore dell’isola, John Michael Beaumont. I fratelli Barclay hanno fatto diversi investimenti sull’isola, rilevando alcune attività commerciali e puntando sullo sviluppo del turismo, che già da tempo è una delle principali fonti di reddito dei sarkesi. Ma Sark è un mondo a parte non solo dal punto di vista amministrativo. L’ingresso alle automobili è proibito, si può circolare soltanto in calesse, a cavallo o in bicicletta; gli unici mezzi a motore consentiti sono quelli per l’agricoltura, trattori e similari, anche perché Sark non ha strade asfaltate né illuminazione stradale, e tanto meno possiede un porto attrezzato per il turismo di massa. Insomma, un paradiso ecologico. Come reagirebbe a una modernizzazione che punta a farne un parco per turisti? Continua a leggere L’isola bagnata dal medioevo

Irlanda, dieci anni dopo

Viaggio a Belfast, Derry e Dublino nel marzo 2008, un decennio dopo gli accordi di pace: tra restyling architettonici, ferite ancora aperte e muri ancora alzati. Il ricordo dei “troubles” nei murales cattolici e in quelli unionisti. La difficile integrazione nel nord.

Belfast

Victoria Square, Belfast
Victoria Square, Belfast

Attraversare il centro di Belfast regala una strana sensazione di irrealtà. Le strade, quasi tutte riammodernate e tirate a lucido, sono piene di negozi alla moda, e la centralissima Donegall Square, oltre alla City Hall, l’imponente palazzo del governo municipale, ospita una grande ruota panoramica ipermoderna, in stile London Eye, praticamente attaccata alla struttura rinascimentale. Dalle strade pedonali, lastricate di mattoncini rossi, si ergono le vetrate imponenti dei punti vendita delle più note firme di abbigliamento. A guardarla così, in questo continuo accostamento di antico e moderno, e intenta in una frenetica attività lavorativa, la capitale dell’Ulster sembra una qualunque cittadina britannica – perché già l’architettura parla di un’amministrazione diversa da quella dell’Irlanda repubblicana. Eppure i tempi in cui il nome di questa città veniva associato alla storica contrapposizione tra cattolici e protestanti, evocando immagini infinite di attentati e guerriglie urbane, non sono poi così lontani. Continua a leggere Irlanda, dieci anni dopo

L’amore fatto a pezzi

Stipati sugli scaffali ci sono pezzi di corpi umani femminili disposti in serie. Alcuni, per osservarne meglio l’interno, sono sezioni di quelle stesse parti, altrimenti ben impacchettate e riposte in scatole di cartone con l’oblò trasparente. Non siamo nella location di un film dell’orrore, né all’interno del museo anatomico dell’ospedale Forlanini di Roma, ma in un sexy shop del Giappone, dove una delle ultime frontiere per gli amanti dei sex toys è costruirsi da soli la propria “bambola da compagnia”, assemblandola pezzo per pezzo. Continua a leggere L’amore fatto a pezzi

Net rifugio

Se vi attardate per la Tokyo by night, e tra una bevuta di sakè e una cantata al karaoke avete perso il treno di mezzanotte, in giro vi diranno che c’è una valida alternativa ai costosi taxi giapponesi: andate in un Manga Kissa – le fumetterie-internet point aperte ventiquattro ore su ventiquattro – e aspettate lì, per poche centinaia di yen, la prima corsa del mattino. Quello che però non vi dicono è che, con tutta probabilità, vi troverete in compagnia di un particolare tipo di cliente: gente che passa la notte negli internet point perché non sa dove andare a dormire. Sono i cosiddetti «Net cafe refugees» [o «netto kafe nanmin», in giapponese], la nuova frontiera del precariato nel paese del sol levante. Moderni senza tetto, per lo più giovani o attorno alla quarantina, che pur avendo un lavoro non riescono a mantenersi un appartamento alle costose condizioni delle metropoli del Giappone. Continua a leggere Net rifugio

Il fascino seduttivo delle città viste da Walter Benjamin

«Prima che Mosca stessa, è Berlino che si impara a conoscere attraverso Mosca». In questa frase, che apre una delle più suggestive «Immagini di città» [Einaudi, 146 pagine, 16 euro] raccolte da Walter Benjamin negli anni venti del Novecento, è sintetizzato l’approccio – multiprospettico – con cui il pensatore tedesco conduceva l’osservazione delle città, uno dei tratti più salienti della sua opera.
Da tempo si sentiva la necessità di recuperare quest’opera di Benjamin, in realtà un assemblaggio postumo, operato da Peter Szondi nel 1955, publicato in Italia negli anni settanta e ormai introvabile. Einaudi ne ripropone oggi una nuova versione, che raccoglie i racconti di viaggio che il filosofo berlinese ha redatto per riviste e giornali come la Frankfurter Zeitung – già presenti nella prima edizione – con l’aggiunta di brani ulteriori, tematicamente affini, come «Parigi, la città allo specchio» o il reportage da Napoli scritto nel 1925 con Asja Lacis. Qui, ad esempio, il ritratto della  capitale partenopea è sospeso tra la lucida analisi delle sue gerarchie esistenziali, tra camorra e chiesa cattolica; l’osservazione stupita e quasi “magica” – per l’occhio nordeuropeo – di una vita comunitaria, fatta di stanze dove vivono famiglie intere e di vicoli dove gli uomini bevono e le donne cucinano; e la costatazione di una città fatta di grigi e bianchi, assai più spenta nei colori del mare che l’attornia e del cielo che la sovrasta, e meno vivida delle immagini che i viaggiatori stranieri hanno impresso nella mente dei loro lettori. Continua a leggere Il fascino seduttivo delle città viste da Walter Benjamin

L’isola del tesoro condiviso

All’inizio del 2007 la notizia è rimbalzata sui media di tutto il mondo: Sealand, probabilmente il più piccolo stato indipendente del pianeta, è stato messo in vendita dai suoi occupanti, ovvero la famiglia regnante, nonché unica residente, del bizzarro principato autoproclamatosi indipendente una quarantina d’anni fa. Motivazione ufficiale dell’insolita “trasazione” – perché di vendita non si può parlare, visto che Sealand è tecnicamente una micronazione e non un qualunque bene alienabile – espresso dalla casa regnante per bocca del Principe Michael, è un laconico “siamo un po’ stufi di vivere qui”.
Come dare torto al principe reggente? Sealand, in realtà, non è altro che una piattaforma di metallo e cemento costruito su uno sperone di roccia in mezzo al Mare del nord. Insomma, un luogo che non evoca certo scenari fiabeschi, a discapito della sua vocazione “principesca”. Tanto è vero che la notizia della sua vendita, trattata dai giornali più che altro come una curiosità, ha suscistato la perplessità dei più, vista la sua collocazione piuttosto “fuori mano” – si può raggiungere Sealand esclusivamente in nave o in elicottero – che scoraggerebbe eventuali investitori interessati alla ricoversione della micronazione. Continua a leggere L’isola del tesoro condiviso

Così vicini, così lontani

Il porto di Durazzo
Il porto di Durazzo

La distesa di palazzi che si accavallano letteralmente uno sull’altro, deturpando irrimediabilmente il bel promontorio che chiude il golfo del porto, dà il benvenuto ai viaggiatori assonnati. Durazzo, vista dal traghetto, assomiglia alle tante speculazioni edilizie che infestano anche il nostro lato dell’Adriatico, come la “fu” Punta Perotti, l’ecomostro abbattuto a Bari. Mi sporgo un po’ dalla balaustra: la maggior parte degli edifici sono ancora in costruzione. Dietro di loro, in lontananza, spuntano ciuffi di gru, parcheggiate in attesa dell’inizio del turno.
Alex si sporge accanto a me. “Qui il mare non è buono. Per Niente. Meglio a Valona, o vicino alla Grecia, a Saranda. Lì sì che c’è il mare bello”. Alex ha diciannove anni, e sono più di due che non torna a casa sua, in un paese a trenta chilometri a sud di Durazzo, o Durrësi, come la chiamano qui. L’ho conosciuto la sera prima sul traghetto, carico all’inverosimile di albanesi che lavorano in Italia e per l’estate tornano dalle famiglie. Aspettavamo di partire, ma le procedure al porto di Bari sono un po’ lunghe: dalle undici, orario previsto, finiamo per partire alle tre di notte. “È un peccato che non sono venuto in macchina, sennò ti ci portavo io a Tirana”, mi fa quando gli spiego il giro che voglio fare. Ma tu devi andare a sud, Tirana è a 50 chilometri verso l’interno. “E allora? È vicina, è vicina. Ti ci portavo con la macchina”. Un primo assaggio dell’ospitalità albanese. Continua a leggere Così vicini, così lontani

Cittadini di Mapsulon

Terzani sull'appennino
Terzani sull'appennino

Che ci fanno Tiziano Terzani, Luther Blisset e Saddam Hussein in un piccolo paese dell’appennino pistoiese? Non è l’inizio di una barzelletta strampalata, ma di un territorio dell’immaginario che, in questo caso, coincide con un territorio della realtà. È Mapsulon, piccolo paese montano autoproclamatosi indipendente quasi dieci anni fa nella totale indifferenza delle istituzioni. D’altronde, c’è da chiedersi cosa avrebbe potuto fare l’autorità costituita di fronte a un simile fenomeno: nessuno a Mapsulon ha creduto di poter prendere il potere. Semplicemente, i suoi abitanti hanno dato vita ad una narrazione diversa da quella della normale vita quotidiana di un piccolo paese, che di solito – si crede – ha poco a che vedere con le grandi questioni politiche. Continua a leggere Cittadini di Mapsulon