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Teatro Valle, cronaca di un’occupazione

The place to be. A pochi giorni dall’occupazione del Teatro Valle, avvenuta il 14 giugno allo scoccare dell’ultima stagione firmata dal soppresso Ente Teatrale Italiano, lo storico teatro romano è diventato immediatamente “il posto dove andare”. Almeno per una sera. Artisti di ogni caratura e fama hanno prestato voce, parole, indignazione per quella che a molti di loro sembra la fatidica goccia che fa traboccare il vaso dei tagli alla cultura. Ne è nata così una grande baraonda dove sono passati Andrea Camilleri e Franca Valeri, Ettore Scola e Fabrizio Gifuni, Nanni Moretti e Moni Ovadia, Isabella Ferrari e Alessandro Bergonzoni, mentre Franco Battiato e Bernardo Bertolucci hanno parlato in collegamento telefonico. Questo per citare solo alcuni dei tantissimi nomi che hanno aderito all’iniziativa delle Lavoratrici e lavoratori dello spettacolo. Una girandola che ha portato la protesta del Valle sotto gli occhi dei media, fino a farla rimbalzare addirittura sul New York Times, ma ha prodotto anche una grande confusione di piani. Continua a leggere Teatro Valle, cronaca di un’occupazione

Montezemolo e il Valle Occupato. Due Italie a confronto

Chi è di scena a Roma? Due Italie diverse, che parlano di cultura.
Ieri, al Teatro Argentina il convegno «Cultura, orgoglio italiano», organizzato dalla fondazione di Luca Cordero di Montezemolo, Italia Futura, cercava di tracciare un’idea di impegno sociale delle imprese che levasse d’impaccio il settore pubblico – impoverito, farraginoso a causa della burocrazie, svuotato di idee e linfa vitale – passando la gestione del patrimonio storico-artistico-cultural-paesaggistico nelle mani dei privati, più dinamici, in cambio della visibilità che ne consegue, attraverso il meccanismo degli sgravi fiscali che in Europa funziona già da tempo. Insomma il modello Della Valle al Colosseo. Pochi metri più in là, al Teatro Valle occupato si parlava di cultura come bene comune, e come tale intangibile rispetto agli interessi privati.
Le due Italie, quella del Valle e quella dell’Argentina, parlano linguaggi differenti, hanno forme di discussioni differenti, vestono in modo differente. All’Argentina gente elegante, in giacca nonostante il caldo, partecipa a un convegno a inviti, con un moderatore e un maxischermo che riprende ogni cosa, e le parole d’ordine sono “imprenditori” e “investitori” al posto del mecenatismo, pubblico o privato che sia, che non comprenderebbe l’ipotesi di una messa a sistema (economico) del patrimonio culturale italiano. Al Valle la gente veste casual, in maglietta e pantalocini perché fa caldo, la forma di discussione è l’assemblea pubblica, e le parole d’ordine sono “accesso libero alla cultura”, “beni comuni”, “reddito di cittadinanza” declinato nell’accezione di “reddito di resistenza”, destinato cioè a tutti quelli che fanno esistere con il loro fare un’alternativa alla logica del profitto; dunque anche agli artisti. Al posto di Montezemolo, qui c’è un docente di diritto, il professor Ugo Mattei, che ha elaborato i quesiti referendari sull’acqua pubblica.
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