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«Banquo» di Tim Crouch secondo l’Accademia degli Artefatti

WCENTER 0CULAGDMGZ -Con un coup de théâtre da Grand Guignol prende il via il «Banquo» di Tim Crouch, portato in scena da Fabrizio Arcuri (e prodotto dal Teatro della Tosse di Genova). Che è certamente il miglior monologo della stagione, con un che si aggira con agio in quella che è stata ormai definita “recitazione artefattiana”, riuscendo anche a impreziosirla. Campanati interpreta Banquo, generale e migliore amico di Macbeth, da questi assassinato. O meglio, il suo fantasma – grondante com’è di sangue – quello che solo Macbeth (e il pubblico) può vedere. Il fantasma che dall’onniscenza della morte conosce tutte le pieghe della tragedia shakespeariana e che dunque può raccontarla da un’angolatura inedita. Detta così sembrerebbe un’operazione simile a quella di Tom Stoppard in “Rosencrantz e Guildenstern sono morti”, e forse in parte è vero, ma c’è il tocco di Crouch a spostare l’operazione da un’altra parte. Perché come lo sfortunato prestigiatore di “An oak tree” ci ricordava che il teatro, come il linguaggio, è soprattutto una sofisticata opera di illusionismo, così il Banquo di Crouch, per ricostruire la vicenda, ci chiede in primo luogo di “immaginare”. Continua a leggere «Banquo» di Tim Crouch secondo l’Accademia degli Artefatti

L’attore performativo degli anni Duemila

Per Thomas Ostermeier Shakespeare è più vicino alla cultura pop dei nostri giorni rispetto a quella polverosa della tradizione romantica che lo ha a suo tempo consacrato a livello mondiale. Perché il drammaturgo inglese cercava, pur toccando temi universali, di creare spettacoli che fossero anche entertainment (altrimenti non avrebbero potuto girare). La risposta del regista tedesco è di affrontare i suoi testi in chiave performativa, forte del fatto che a quattro secoli di distanza personaggi come Amleto sono ormai degli archetipi del teatro.
Ma che vuol dire, oggi, performativo? Durante la stagione degli anni sessanta, che contrastava il concetto di ‘rappresentazione’ come replica fedele e naturalista di un mondo irrelato – come quello dei personaggi di un libro per intenderci –, ‘performance’ indicava qualcosa che andava oltre, che abbatteva la quarta parete e rivendicava il fatto di accadere qui e ora, l’hic et nunc che, nell’epoca della riproducibilità tecnica dell’opera d’arte, resta un fatto intrinseco della sola disciplina teatrale. Un antropologo e regista come Richard Schecher sintetizzò questa visione affermando che gli elementi dello spettacolo andavano concepiti come una serie di cerchi concentrici dove il successivo comprende ed espande i precedenti: l’ordine era script, drama, theatre e ovviamente performance, che tutto comprende. Continua a leggere L’attore performativo degli anni Duemila

Ab-uso di linguaggio. Intervista a Fabrizio Arcuri

«Fine di un’epoca: il post-organico ci ha faticosamente trascinato fuori dalle pastoie del frammento e delle sovrapposizioni postmoderne per esplodere in una realtà più forte della sua provocazione». Così scriveva l’Accademia degli Artefatti nel 2006, in un saggio raccolto nel volume «Scritti sulla contemporaneità» [FandangoLibri], curato da Olivier Bouin e da Paolo Ruffini in occasione della prima edizione del Festival di Santarcangelo da loro diretta. Continua a leggere Ab-uso di linguaggio. Intervista a Fabrizio Arcuri

Una questione di linguaggio. Tim Crouch secondo gli Artefatti

Una delle derive dell’arte è stata quella di riflettere su di sé fino a ripiegare su se stessa. E se invece questo meccanismo fosse rovesciato, e l’arte – il teatro, in questo caso – tornasse in questo modo non solo a “dire” ma anche a “raccontare” qualcosa? È quello che accade nei testi di Tim Crouch, giovane drammaturgo d’oltremanica, che l’Accademia degli Artefatti ha messo in scena di recente al Teatro Belli di Roma, per la rassegna «Trend».
«Ab-uso» presenta al pubblico italiano i primi due testi di Crouch: «My Arm» (interpretato da Matteo Angius), dove un ragazzino degli anni settanta decide di tenere il braccio sinistro alzato (un pugno? un gesto di protesta?) per sempre, finché questa sua singolarità non viene addirittura quotata come oggetto d’arte; «An Oak tree» [alternativamente in scena Angius, Gabriele Benedetti, Pieraldo Girotto], dove un ipnotizzatore confonde più volte i piani tra presente e futuro, tra reale e irreale, tra ruolo nella storia – il suo e quello di un padre la cui figlia è morta, interpretato da un attore ignaro del testo, che cambia di sera in sera – e la presenza reale sul palco. Continua a leggere Una questione di linguaggio. Tim Crouch secondo gli Artefatti