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Il sesso è peccato. Una riflessione sul percorso sui sette peccati capitali alla Biennale Teatro

Il laboratorio sui sette peccati capitali affidati ai sette “maestri” del teatro in programma alla Biennale Teatro sono stati presentati in chiusura del festival, in forma itinerante. I lavori si sono snodati dal palazzo della Fenice a campo Santo Stefano, e la possibilità di vedere la presentazione dei lavori all’interno di alcuni dei palazzi più belli di Venezia, non sempre accessibili al pubblico, è stato uno degli aspetti più interessanti di questo percorso. Dal punto di vista dei contenuti, invece, pur tenendo conto del fatto che si tratta di laboratori, si sono viste diverse cose interessanti. Tra queste spicca il lavoro di Ricardo Bartís, che ha interpretato la burocrazia come un peccato contemporaneo: il suo lavoro, ruotando attorno al tarlo dei manoscritti di Amleto gelosamente custoditi nella biblioteca comunale di Venezia, era quasi un allestimento compiuto, con un ritmo pressoché perfetto e un grande affiatamento nel gruppo degli attori. Anche Romeo Castellucci ha presentato un lavoro che ha la forza di una performance compiuta. Il pubblico, accolto in una splendida sala del teatro La fenice immersa completamente in una luce rossa, si trovava ad ascoltare dei nastri di presunte possessioni demoniache, mentre a turno gli attori si contorcevano in spasmi di presunta origine soprannaturale. Continua a leggere Il sesso è peccato. Una riflessione sul percorso sui sette peccati capitali alla Biennale Teatro

Digestione all’italiana. Una riflessione sulla vetrina giovani alla Biennale Teatro

L’accostamento tra i grandi maestri europei e la vetrina di giovani compagnie italiane Young Italian Brunch, proposto dalla Biennale Teatro, è uno spunto ineludibile per riflettere su quello che accade nel nostro paese a livello produttivo, dove l’etichetta “giovane” è allo stesso tempo una chiave d’accesso al circuito distributivo e una gabbia dalla quale si esce a fatica, magari solo per essere dimenticati. Basti pensare che una delle compagnie in programma, Ricci/Forte, è composta da due persone coetanee di Ostermeier e maggiori d’età del leone d’argento Kaegi. O che una compagnia di trentenni come i Santasangre ha alle spalle una carriera ultradecennale.
Non è per fare polemica: la vetrina per gli operatori internazionali è uno strumento utilissimo e le compagnie in programma non hanno certo la visibilità dei maestri. Ma più che una ricognizione, Young Italian Brunch sembra la consacrazione di un movimento teatrale. Che, in buona parte, è già accolto nella piazze d’Europa, ognuno secondo un percorso diverso: da chi ha il sostegno di istituzioni e festival a chi si è costruito una strada autonoma in modo ostinato. Insistere sull’aggettivo “giovane” comporta dunque un doppio rischio, di ghettizzazione e di poca chiarezza – a meno che con “giovane” non si voglia sancire un dato oggettivo, che è il differente trattamento economico che normalmente è riservato a queste realtà. Continua a leggere Digestione all’italiana. Una riflessione sulla vetrina giovani alla Biennale Teatro

Apre la Biennale teatro: Ostermeier e Rimini Protokoll dedicano i premi al Valle e al Marinoni occupati

Il 41 festival internazionale del teatro della Biennale di Venezia ha aperto i battenti lunedì 10 ottobre con la premiazione di due importanti realtà artistiche. Thomas Ostermeier, direttore del teatro Shaubhüne di Berlino, e il gruppo teatrale Rimini Protokoll (sempre dalla capitale tedesca) sono stati i premiati di questa  edizione, rispettivamente leone d’oro alla carriera e leone d’argento. Tra il parterre, pieno di artisti e operatori italiani, accorsi a vedere la premiazione di uno dei registi più importanti d’Europa, serpeggiava un certo imbarazzo misto a ironia pensando alla situazione italiana: Ostermeier, infatti, è nato nel 1968 e per un italiano vedere un quarantenne che riceve un premio “alla carriera” è qualcosa che suona strano. Una palla al balzo colta dallo stesso Ostermeier, che ha iniziato a dirigere la Shaubhüne a trent’anni. Nel suo discorso il regista tedesco ha bacchettato le istituzioni, in particolare quelle italiane, affermando che devono aprirsi all’esterno e finanziare i giovani talenti, anche se hanno solo vent’anni. “Anche se non sono vecchio la mia carriera di direttore si è protratta per più di un decennio, grazie al fatto che qualcuno ha deciso che potevo dirigere un teatro”. Continua a leggere Apre la Biennale teatro: Ostermeier e Rimini Protokoll dedicano i premi al Valle e al Marinoni occupati

L’attore performativo degli anni Duemila

Per Thomas Ostermeier Shakespeare è più vicino alla cultura pop dei nostri giorni rispetto a quella polverosa della tradizione romantica che lo ha a suo tempo consacrato a livello mondiale. Perché il drammaturgo inglese cercava, pur toccando temi universali, di creare spettacoli che fossero anche entertainment (altrimenti non avrebbero potuto girare). La risposta del regista tedesco è di affrontare i suoi testi in chiave performativa, forte del fatto che a quattro secoli di distanza personaggi come Amleto sono ormai degli archetipi del teatro.
Ma che vuol dire, oggi, performativo? Durante la stagione degli anni sessanta, che contrastava il concetto di ‘rappresentazione’ come replica fedele e naturalista di un mondo irrelato – come quello dei personaggi di un libro per intenderci –, ‘performance’ indicava qualcosa che andava oltre, che abbatteva la quarta parete e rivendicava il fatto di accadere qui e ora, l’hic et nunc che, nell’epoca della riproducibilità tecnica dell’opera d’arte, resta un fatto intrinseco della sola disciplina teatrale. Un antropologo e regista come Richard Schecher sintetizzò questa visione affermando che gli elementi dello spettacolo andavano concepiti come una serie di cerchi concentrici dove il successivo comprende ed espande i precedenti: l’ordine era script, drama, theatre e ovviamente performance, che tutto comprende. Continua a leggere L’attore performativo degli anni Duemila