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Il pubblico non è la massa. Conversazione con Roberto Castello

Roberto CastelloAldes, la compagnia diretta da Roberto Castello, è una delle realtà più solide delle danza contemporanea italiana, alla continua ricerca di un dialogo con la scena teatrale, oltre gli schemi e le discipline. Quest’anno l’associazione compie vent’anni, e da un po’ di tempo cura la programmazione dello spazio dove risiede e lavora, a Porcari, in provincia di Lucca. Un’esperienza che stimola Castello – che abbiamo incontrato – e i suoi danzatori a domandarsi costantemente a chi si rivolge il loro lavoro artistico.

Molta ricerca è approdata in provincia, segno – tra le altre cose – della disorganicità del sistema produttivo italiano. Per voi cosa significa lavorare lì?

Noi – come Sosta Palmizi, Virgilio Sieni, Enzo Cosimi – siamo i sopravvissuti di una generazione molto più estesa, che si è in parte persa per strada. C’è stata una selezione naturale soprattutto in base alla caparbietà. Frutto di una serie di strategie di sopravvivenza declinate in modi diversi. La danza contemporanea italiana è frutto di una casualità fortuita, legata a delle persone specifiche. È stato Beppe Bartolucci, una delle poche teste pensanti che non tentava di reiterare vecchi ragionamenti, ad avere questa folgorazione dicendo a metà degli anni Ottanta: “E se il nuovo – dopo l’indigestione di Barba, Grotowski e il teatro postmoderno – venisse da un altro ambito?”. È stato lui a sdoganare le nostre realtà in una dimensione nazionale. Questa operazione aprì le scene a un settore che non esisteva fino a un attimo prima. Tutti questi fattori insieme hanno creato un contesto in cui i nostri compagni di strada sono diventati non danzatori, ma Martone, Corsetti, Giardini Pensili, tutta quella generazione teatrale. Poi a un certo punto delle scelte assolutamente reazionarie e di carattere prettamente organizzativo provenienti dall’Agis hanno ritenuto che questa invasione di campo del teatro da parte della danza andasse a intaccare le prerogative della prosa. Continua a leggere Il pubblico non è la massa. Conversazione con Roberto Castello

Le Serate bastarde di Dionisi

«Serate bastarde» di Dionisi è un lavoro sul kitsch televisivo, sui nostri giorni e sulla deriva politica del nostro paese, che si assume coraggiosamente il compito di confrontarsi col linguaggio televisivo e la comicità triviale che lo caratterizza. Una scommessa vinta: lo spettacolo diverte (molto) e fa pensare, e anche se usa le forme del cabaret è sideralmente lontano da esso in termini di contenuto morale; è anzi un lavoro “artaudiano”, crudele come sa essere la tv ma in forma esplicita. Lo spettacolo prende le mosse dal desiderio dell’autrice Renata Ciaravino – trentenne milanese di sinistra, socialmente e politicamente delusa come può esserlo solo un soggetto appartente a questa categoria – di fare un cambio di prospettiva artisti a 180° e condurre uno show televisivo. Il risultato è un concentrato di iperboli sul linguaggio della tivù che non solo diverto, ma sanno dare la scossa. Continua a leggere Le Serate bastarde di Dionisi

Le lune di Cosentino

«La notte del 20 luglio del ’69 in tutto il mondo interplanetario non c’è stato un furto, un omicidio, una rapina, uno scappellotto. Erano tutti lì davanti a Neil Armstrong. E questo cosa vuol dire? Vuol dire che se tutti guardassimo di più la televisione il nostro sarebbe un mondo migliore». Andrea Cosentino torna a sondare i meccanismi del linguaggio televisivo, il rapporto tra realtà e verità nell’epoca della rappresentazione, attraverso un mito celebrato proprio lo scorso anno in occasione del suo quarantesimo anniversario: lo sbarco sulla luna. Ma lo fa dipanando le sue storie non storie fatte di fili che si incrociano e finali che si susseguono senza chiudersi mai. Così procede «Primi passi sulla luna» – in scena al teatro Argot di Roma fino al 24 gennaio – dove la luna diventa un pretesto per guardare alla fantascienza, al Kubrik di «2001 Odissea nello spazio» (di cui nel 2009 ricorrono i dieci anni della scomparsa), al complottismo internauta di chi crede che sulla luna non ci siamo mai stati davvero, ma anche per raccontare la favola di «Pimpa e le due lune», un libro illustrato di Altan che Cosentino, da papà, utilizza per addormentare sua figlia Daria. Continua a leggere Le lune di Cosentino

Dentro il “blob” di Babilonia

Al centro di «Pornobboy», l’ultima produzione dei Babilonia Teatri, c’è il flusso mediatico che ci avvolge quotidianamente, il cosiddetto “chiacchiericcio televisivo” – ma la carta stampata, che ne assume i codici e gli epiteti in tempo reale, non ne è certo esente – che disegna l’orizzonte asfittico dei nostri giorni, fatto di ossessioni voyeuristiche (poco importa che l’oggetto sia il sesso o la violenza) cucite in doppia battuta col moralismo bacchettone. Già, la televisione è riuscita a partorire l’ossimoro per eccellenza, fondando la propria weltanshauung su una ricetta che serve grosse fette di torbido condite col miele del buonismo e del politically correct, senza per altro scomporsi della frattura semantica che questo comporta. Una contraddizione troppo feconda perché l’arte non decida di inoltrarvisi, esplorandone le derive pressoché infinite. Ma calarsi in questo “mare magnum” comporta dei rischi, perché la pervasività del linguaggio mediatico è tale che la voce dell’arte, quando non finisce per compiacersi del nulla che pronuncia, spesso si diluisce al punto tale da venire ridotta al silenzio.
Non è così per i Babilonia Teatri, che decidono di restituire “a brutto muso” il torrente di particolari ossessivi, lo streaming di morbosità che fluisce ogni giorno dai nostri schermi, radio e pc; ce lo urlano contro, nudo, ravvicinato, coerentemente pornografico. Continua a leggere Dentro il “blob” di Babilonia

Cercasi leader disperatamente

tolleranza-zoroBarba di qualche giorno, capelli a zero e l’espressione a cavallo tra lo scoramento di chi naviga a vista nella politica di oggi e il sarcasmo un po’ sbruffone e molto romanesco, Zoro si affaccia dal web con le sue disavventure in pillole di un militante del PD, che faticosamente segue le evoluzioni funamboliche ed elettoralmente disastrose del – malgrado tutto – “suo” partito.
Nel suo “saltuario di informazione e opinionistica estremamente personale”, Diego Bianchi ha dato vita a una web tv satirica imperniata sul personaggio di Zoro, il suo alter ego mediatico che decripta il linguaggio sempre più edulcorato di politica e tv grazie a una buona dose di romanità e sarcasmo. In «Tolleranza Zoro», che ha debuttato nel suo blog all’indomani della nascita del Partito Democratico (oggi è un diario settimanale del programma di serena Dandini «Parla con Me»), Zoro segue con crescente apprensione l’ennesima mutazione genetica della sinistra, sempre più confusa anche per chi come lui ha avuto un passato da militante comunista, si è dovuto confrontare col crollo del muro di Berlino e ha infine faticosamente introiettato la nuova dottrina riformista. In un continuo ed esilarante dialogo telefonico con Veltroni, che lo chiama per farsi consigliare sulle strategie comunicative, Zoro fa emergere con folgorante ironia il grande rimpianto della sinistra italiana: l’assenza di un leader. Continua a leggere Cercasi leader disperatamente

Fantasmagorie della Tv. «Ecce Robot» di Daniele Timpano

C’è un filo conduttore che lega Mussolini defunto e Mazinga Zeta, il robot d’acciaio della serie animata giapponese? La risposta non è la “M” iniziale, ma l’autore in sequenza di due piéce teatrali basate sui rispettivi personaggi: Daniele Timpano, autore e attore romano che da qualche anno sta proponendo con i suoi monologhi un modo assolutamente originale di approcciarsi alla scena. Narratore? Anti-narratore? Al di là delle etichette, di certo Daniele Timpano è stato in grado, nel giro di tre spettacoli, di dare corpo e voce a una versione della narrazione teatrale – dispositivo che, pur recuperando il racconto, rompe il meccanismo di “rappresentazione” di qualcosa che non è qui e ora sulla scena – in grado di seguire un andamento non lineare, sfilacciato, pieno di digressioni e amnesie. Un percorso, cioè, che destruttura a sua volta il meccanismo stesso della narrazione. Continua a leggere Fantasmagorie della Tv. «Ecce Robot» di Daniele Timpano

Militainment. L’opinione di Alberto Abruzzese

abruzzeseI serial televisivi come «Jag» e «Ncis» sono, da alcuni anni, tra le fiction più viste, non solo negli Stati uniti. Il “militainment”, l’intrattenimento militare, in periodi di guerre infinite sembra riscuotere un successo ancora maggiore. Uno dei motivi è la capacità di inserire elementi di attualità nelle storie, descrivendo anche situazioni contraddittorie, ma che si risolvono comunque in una visione «positiva» delle forze armate. Ne abbiamo parlato con Alberto Abruzzese, docente di sociologia delle comunicazioni di massa a La Sapienza di Roma.
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«Jag». Il matrimonio felice tra esercito e tv

jag«Divenuto pilota di marina per seguire le orme del padre…». Con queste parole, dieci anni fa, prendeva il via «Jag», serial televisivo americano che racconta le avventure del capitano Harm e del maggiore Mac. «Jag»– la cui sigla sta per Judge Advocate General corps, il corpo degli avvocati militari, in questo caso della marina – è sicuramente l’esempio più riuscito di quel genere televisivo che è stato battezzato “militainment”, una fusione tra propaganda militare e intrattenimento [termine che ricalca “infotainment”, parola con cui gli esperti di media definiscono la progressiva fusione tra informazione e spettacolo]. Si tratta – secondo quanto racconta lo stesso creatore e produttore della serie, Donald Bellisario – di un tentativo di fondere la figura vincente e patriottica di «Top gun» [film culto degli anni ottanta, protagonista un giovane Tom Cruise] con il fascino delle serie avvocatesco-investigative. Continua a leggere «Jag». Il matrimonio felice tra esercito e tv