Archivi tag: Teatro

«Sopprimere l’Eti? Siamo Allibiti». Intervista a Ninni Cutaia

I tagli previsti dalla manovra finanziaria colpisco nuovamente il mondo culturale, già messo a dura prova dal taglio del Fus, il fondo unico per lo spettacolo (circa il 25% in meno). Nel decreto figurava una lista di 232 enti “inutili”, stralciata all’ultimo momento su consiglio del Quirinale, che ha mandato su tutte le furie persino il ministro Bondi, che si è sentito esautorato. Ora quella lista verrà riconsiderata assieme al ministero. Ma ce n’è un’altra, che conta 24 agenzie pubbliche, tra le quali figura l’Ente Teatrale Italiano, il cui destino non è chiaro. Resterà nel decreto? Sarà revisionata dal ministero anch’essa? Continua a leggere «Sopprimere l’Eti? Siamo Allibiti». Intervista a Ninni Cutaia

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La video-drammaturgia di Spanò a Teatri di Vetro

La quarta edizione di Teatri di Vetro ha aperto i battenti il 14 maggio al Teatro Palladium di Roma con lo spettacolo «Motel» di Gruppo Nanou, prima e seconda stanza, penultima tappa del progetto Ztl. La pioggia battente ha modificato un po’ l’assetto degli spettacoli, previsti all’aperto nei lotti della Garbatella, in qualche caso incidendo sul loro svolgimento. Non è successo per «Forgetful 0.2» di Daniele Spanò, progetto di videoproiezioni che si è sviluppato sul palazzo di fronte al teatro, in piazza Bartolomeo Romano. Continua a leggere La video-drammaturgia di Spanò a Teatri di Vetro

Animare l’inanimato. Il nuovo lavoro di Pathosformel

C’è un tratto che sembra ritornare nel lavoro dei Pathosformel, migrando con modalità differenti di spettacolo in spettacolo. È il tentativo di animare l’inanimato. Ne «La prima periferia», nuova produzione di recente in scena al Teatro Palladium di Roma, questo tratto è reso esplicito da un fattore che, al contrario, compare per la prima volta in un lavoro della compagnia diretta da Daniel Blanga-Gubbay e Paola Villani: la presenza umana. Nei precedenti lavori i performer, pure presenti, erano occultati alla vista dello spettatore, che si trovava davanti a macchinari da loro azionati e visioni di forme in mutamento senza percepire le loro manovre. In questo lavoro invece tre scheletri umani a dimensione naturale, realizzati con lamine di metallo che ne disegnano le linee di astrazione e tubi e giunti a richiamare le articolazioni, sono mossi da altrettanti performer in jeans e felpa grigia, che ricordano – anche loro in una sorta di astrazione – le giovani generazioni che animano le periferie delle città. Continua a leggere Animare l’inanimato. Il nuovo lavoro di Pathosformel

Orchestra per voci “di Fuori”

Aurelio Fuori è un ventriloquo, animatore di pupazzi, teatrante solitario che mette in scena il suo solipsismo sceneggiandolo attraverso le voci dei suoi personaggi. Ed è il protagonista del nuovo spettacolo di Teatro Forsennato, «Le voci di Fuori», di recente in scena al Teatro Colosseo di Roma, monologo ideato e interpretato da Dario Aggioli, che si è avvalso dell’aiuto di Sergio Lo Gatto per la realizzazione di scene e pupazzi. Che il fulcro dello spettacolo sia tutto nel gioco di parole enunciato dal titolo e nei suoi rivoli immaginifici si capisce dall’inizio di questo lavoro, che è un vero e proprio one-man-show, dato che Aggioli manovra in scena le luci e gli effetti vocali dei pupazzi, nonché i loro movimenti, grazie a una pedaliera, un software, dei fili e vari altri meccanismi – una vera orchestrazione di suoni e luci. Continua a leggere Orchestra per voci “di Fuori”

Ubu Rex – intervista a Daniele Timpano

Video-intervista del 28-04-2010 di Graziano Graziani a Daniele Timpano, nell’ambito della rassegna teatrale «Ubu Rex – il teatro che divora», ospitata dal Teatro Nuovo Colosseo di Roma per tutto il mese di aprile. On line su:

http://www.e-theatre.it/2010/04/30/UBU-REX—Graziano-Graziani-incontra-Daniele-Timpano.cfm

Evoluzione o morte. Darwin e il Teatro Sotterraneo

Adattarsi all’ambiente simbolico. È l’imperativo per non morire, anzi per non estinguersi, esposto in una delle scene chiave del nuovo spettacolo di Teatro Sotterraneo dal titolo «L’origine delle specie» da Charles Darwin – che con il precedente «Dies Irae» forma un “Dittico sulla specie” – di recente in scena al Fabbricane di Prato. A spiegarlo ad uno sconsolato ultimo Panda sulla faccia della terra (che, proprio per questa sua condizione, cerca la morte) è niente meno che Mickey Mouse, Topolino, che fa vedere come la sua figura di topo dal 1928 a oggi si sia modificata, andando ad assomigliare sempre di più a un bambino umano. «Evolviti!» è l’imperativo di Mickey Mouse, e con lui quello del mondo circostante a cui tutti sembriamo aderire: individui, gruppi sociali, partiti politici, occupati in questi tempi di confusione e atrofia della capacità di immaginare altri mondi possibili a replicare se stessi nella versione più socialmente accettabile. È questa la potente metafora di uno spettacolo che ruota ironicamente attorno alla figura di Darwin e alla sua proiezione nel presente. Continua a leggere Evoluzione o morte. Darwin e il Teatro Sotterraneo

Cartoline dall’inferno

Sotto una calotta che evoca una sorta di sottomondo, una famiglia dalla composizione bizzarra si trova a vivere una vita non vita, sospesa davanti alla tivù e saltuariamente interrotta da scatti di violenza e cinismo che sembrano essere gli unici binari su cui scorrono le relazioni tra le persone. Lo strano agglomerato umano che Fibre Parallele porta sulla scena parla un dialetto tagliente e ringhiato, unico modo per affermare rabbiosamente il proprio posto nel mondo. Il capofamiglia panciuto e violento (Corrado Lagrasta), la zia arcigna dal naso gobbuto (Sara Bevilacqua) sempre pronta a bestemmiare sulla nascita del nipote Vito, figlio spilungone e ottuso, ingobbito e con le orecchie troppo grandi, incapace di smettere di mangiarsi le unghie o di frugarsi furiosamente nei pantaloni (Riccardo Spagnulo); e infine lei, Felicetta (Licia Lanera), portata a forza a rompere e ristabilire l’ordine familiare attorno a una nuova unione, che fa la sua comparsa dentro un sacco dell’immondizia, intenta a masticare bubble gum rosa come la sua improbabile mise, top e pants rosa shocking strizzati all’inverosimile. Continua a leggere Cartoline dall’inferno

Pasolini e James Dean

Al centro della ricostruzione del «Delitto Pasolini» che la compagnia romana Ck Teatro ha portato di recente in scena al Teatro dell’Orologio di Roma c’è la controversa e fantasiosa versione della morte del poeta ipotizzata dal pittore Giuseppe Zigaina, amico di Pasolini. Nella piccola sala Artaud tre figure si passano le fila di un racconto che mano a mano, sommandosi, ricostruisce l’intreccio del delitto che sconvolse l’Italia nel 1975: un ragazzo riccioluto che veste con i pantaloni a zampa d’elefante, una camicia fantasia e parla con una calata romanesca d’altri tempi (un ottimo Leonardo Ferrari Carissimi), che sfruttando la sua somiglianza con Ninetto Davoli o con uno dei tanti ragazzi di vita evocati nei libri di Pasolini, fa oscillare il suo racconto, snocciolato nel più classico stile della narrazione teatrale, tra un presente di allora e il presente di oggi; un attore bardato con i paramenti dell’attore classico, che interpreta un Pelosi così poco convincente da costringere il narratore a esortarlo a una recitazione più consona (Fabio Morgan); infine una figura evanescente racchiusa dietro una parete opaca, che è lo stesso Pasolini, seduto alla scrivania e intento a leggere le proprie poesie battute a macchina (Alberto Testone). Continua a leggere Pasolini e James Dean

Incubi e apparizioni

Sono incubi piuttosto reali quelli al centro dell’ultimo spettacolo del Teatro delle Apparizioni, di recente in scena al Teatro le Maschere di Roma. Perché, prima di immergersi nella creazione di questa piéce dedicata specificatamente ai preadadolescenti – la visione è sconsigliata dai 10 anni in giù – la compagnia romana ha condotto una serie di interviste tra gli studenti undicenni, chiedendo loro di parlare delle proprie paure. E a partire dal sospiro sincopato di spavento che apre lo spettacolo, sulla scena appaiono, meglio, affiorano dal buio, le immagini di queste paure, la solitudine, l’incontro con l’amore, la paura della perdita dei genitori e quella di diventare grandi e di non essere accettati per quello che si è, montante in una sequenza realizzata con grande maestria, tutta giocata più che su una connessione logica – che pure c’è e segue un percorso di crescita piuttosto riconoscibile – sul ritmo, su una sorta di danza visiva che i tre perfomer  – Paola Calogero, Valerio Malorni, Maria Zamponi – eseguono mescolando senza alcun attrito sensazioni di angoscia a momenti di estrema dolcezza. Continua a leggere Incubi e apparizioni

Se Gogol’ fosse nato a Roma

D’altri tempi è un’espressione che si usa per parlare di qualcosa che, pur fuori dalle mode del tempo, non risulta “vecchio” ma anzi conserva l’eleganza e la presenza dei tempi che evoca. D’altri tempi è in effetti lo spettacolo «Er Naso» di e con Pierpaolo Palladino, di recente in scena al teatro Cometa Off di Roma; non solo perché la storia che racconta è ambienta nella Roma papalina, ma anche perché l’energia e la musicalità dell’interpretazione di Palladino, unico attore in scena diretto da Francesco Branchetti, ricorda un modo di calcare le scene che quasi non si vede più – soprattutto nel caso di operazioni come questa.
Ma attenzione, nel caso di questo brillante e per certi versi geniale riadattamento in chiave romanesca del famoso racconto di Gogol’ non è affatto fuori dai tempi, e per due ragioni strutturali. Primo perché Palladino si diverte e diverte nel recitare il suo monologo, e sa mantenere una freschezza autentica per tutti i cinquanta minuti di spettacolo; secondo perché la scelta del narratore romano di ispirarsi a un racconto dell’ottocento e di trasporlo sì, ma nella roma dello stesso secolo, è tutt’altro che un esercizio di stile. Anzi, al pari dei grandi film di Luigi Magni, l’operazione di Palladino ci ricorda che non è il contenuto in sé ad essere “politico” o “contemporaneo”, ma i meccanismi che la storia ci racconta, e l’adesione che l’attore sa innescare. Continua a leggere Se Gogol’ fosse nato a Roma