Archivi tag: Teatro

Della “gerontofilia” del sistema dei teatri stabili italiani

Poltrone-teatroAndrea Porcheddu, in un articolo comparso sull’interessante blog che cura per Linkiesta, L’Onesto Jago, presenta il conto della “gerontofilia” del sistema dei teatri stabili italiani, dove l’età media dei direttori è piuttosto alta, il loro insediamento in qualche caso tende a dilatarsi secondo logiche monarchiche più che democratiche e non c’è nemmeno una donna nell’elenco. Già, il ricambio di cui si fa un gran parlare in Italia, in tutti i settori, ma che non trova mai applicazione pratica.

Però forse la questione del teatro pubblico oggi va declinata in senso più ampio della semplice “presa del palazzo d’Inverno” da parte delle generazioni più giovani. Perché altrimenti rischieremmo di trovarci con dei giovani costretti a fare esattamente le stesse cose che fanno i più vecchi, e non è una bella prospettiva. Porcheddu, che è un analista attento, lo sa bene e a chiusura del suo pezzo osserva che il dato anagrafico in sé non conta nulla, perché “ci sono nonni giovanissimi e giovani vecchissimi”. Giusto. È chiaro che sono le persone e non i loro dati anagrafici a fare la differenza. Quello che si aspetta da un ricambio generazionale, infatti, è l’iniezione di logiche nuove appartenenti alle nuove generazioni dentro la gestione dei teatri. Ma è qualcosa di così automatico? Continua a leggere Della “gerontofilia” del sistema dei teatri stabili italiani

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Disoccupate le strade dai sogni

Quello che segue è il testo dell’intervento che ho tenuto l’11 dicembre 2010 al convegno organizzato da Zoom Festival, presso il Teatro Studio di Scandicci. La sera prima ho riordinato gli appunti che avevo tirato giù per l’intervento, ma quando li ho riletti ho avuto un sussulto: ero stato chiamato a parlare del teatro che scende in piazza e il risultato della mia riflessione era piuttosto “conservatore”. Che mi succede? mi sono chiesto. E ho inviato le persone che partecipavano al convegno a darmi una mano a capirlo. Quell’invito è ancora valido.

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“Disoccupate le strade dai sogni
e regalateci le vostre parole”
(Claudio Lolli – «Incubo numero zero»)

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1. Quando Giancarlo Cauteruccio mi ha invitato a riflettere e a parlare del teatro che esce dai luoghi teatrali per andare nelle strade, sui tetti, nei luoghi non convenzionali – così come stanno facendo gli studenti e gli operai in queste settimane di protesta – ho pensato immediatamente agli anni Novanta. Sono gli anni in cui cominciavo ad occuparmi di teatro, a Roma partiva una stagione che si sarebbe definita all’inizio del decennio successivo, caratterizzata da un’effervescenza che impressionava soprattutto nei numeri: centinaia di compagnie e decine di spazi – occupati, privati, associativi – creavano una sorta di circuito indipendente che dava finalmente respiro a un mondo che non aveva accesso ai luoghi ufficiali e alle risorse pubbliche, sclerotizzate nelle logiche degli stabili e della commissione delle pubbliche amministrazioni. In questa polarità, che a Roma è schiacciante, non c’era posto per l’eccellenza e la sperimentazione.
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Alla fine di “Vie”, alcuni appunti sulla parola Festival

Si chiude oggi la sesta edizione del Festival Vie, che ha portato a Modena oltre venti compagnie tra formazioni nazionali e internazionali. La formula di Vie, una vetrina che accosta nomi importanti della scena nazionale, compagnie internazionali e nuove proposte della ricerca, dà il segno di un progetto culturale teso a far dialogare i diversi livelli (soprattutto produttivi) della scena contemporanea – una vocazione importante e condivisibile per un evento ideato da un soggetto pubblico come Emilia Romagna Teatri. Più in generale, però, è forse giusto porsi delle domande sulla funzione dei festival oggi, nel 2010, in tempi di feroci tagli alle politiche culturali e dopo un decennio in cui le occasioni festivaliere sono proliferate anche fino all’eccesso. Continua a leggere Alla fine di “Vie”, alcuni appunti sulla parola Festival

40 anni in rosso: parte Santarcagelo. Intervista a Enrico Casagrande

Il Festival di Santarcangelo compie quarant’anni e lo fa ritrovando la sua dimensione di festival di piazza: una vocazione che è anche un segno politico, perché recupera l’arte alla pratica del confronto, che smonta l’idea di un pubblico consumatore e recupera il teatro – l’arte della polis per antonomasia – al suo senso più profondo: il ripensare, collettivamente, cosa avviene nel mondo e dentro di noi. Dopo la direzione di Chiara Guidi della Socìetas Raffaello Sanzio, quest’anno il testimone passa a Enrico Casagrande dei Motus, nell’ambito del progetto triennale che affida alle compagnie del territorio romagnolo il compito di imprimere il proprio segno al festival (nel 2011 sarà la volta di Ermanna Montanari). Tra le compagnie di punta degli anni Novanta, i Motus hanno coniugato una forte sperimentazione tecnologica ad un gesto sempre volutamente politico. Questa impostazione si riflette nel festival voluto da Casagrande, a partire dal manifesto di questa edizione che si svolge tra il 9 e il 18 di luglio: un rosso a tutto campo. Continua a leggere 40 anni in rosso: parte Santarcagelo. Intervista a Enrico Casagrande

Di chi è il teatro?

Questa settimana volevamo raccontarvi “Il popolo ha fame? Diamogli le brioche” di e con Filippo Timi, una rivisitazione dell’Amleto che il talentuoso attore e scrittore sta portando in scena con successo. Ma non è stato possibile accedere al Teatro India, perché il Cda del Teatro di Roma ha deliberato la sospensione degli accrediti per giornalisti e operatori del settore, gettando lo stabile della Capitale in un isolamento totale e cieco, che taglia i ponti con la comunità artistica ed intellettuale romana, che dovrebbe avere quel luogo come punto di riferimento (anche se da tempo non è più così), e con quella nazionale. Continua a leggere Di chi è il teatro?

Chi è più «Bizarra»?

Tra spettacoli di 12 ore (Peter Stein) e passeggiate che per i quartieri spagnoli (ventriglia), l’evento più fuori misura del Napoli Teatro Festival è però certamente un altro: «Bizarra», di Rafael Spregelburd – uno dei maggiori drammaturghi argentini – una teatronovela in 20 puntate tradotta, adattata e diretta da Manuela Cherubini, che per prima ha importanto in Italia le opere dell’autore di Buenos Aires. Un debutto al giorno ancora fino al 27 giugno, ogni giorno una puntata differente con riassunto delle precedenti raccontato da esagitati fan metrosxual, e un adattamento alla realtà napoletana con svirgolate nel dialetto partenopeo e ospiti eccentricamente local come il cantautore demenziale Tony Tammaro, Bizarra è un evento nel vero senso del termine. Continua a leggere Chi è più «Bizarra»?

Vino e olio agli artisti. Il festival di Manciano

In tempi di tagli raccontare storie di soluzioni alternative messe in campo per creare festival e manifestazioni culturali può sembrare velleitario. Il tema della gestione delle risorse pubbliche non è eludibile, e anzi costituisce oggi un “vulnus” della tenuta democratica di questo paese, che soffoca la cultura (e in particolare quella indipendente) per la sua ormai manifesta incapacità di confrontarsi con diverse visione del mondo e della vita. Eppure raccontare una storia di economie alternative – e delle diverse filosofie che sono dietro di esse – può essere salutare per ricordarci cosa sta al fondo degli eventi culturali, nel rapporto con il pubblico, con il territorio che lo accoglie, e in quella che è la parte più profonda che spinge un artista a dare vita a un’opera d’arte.
Il festival “A veglia” di Manciano è, da questo punto di vista, un esempio calzante. Nato quattro anni fa da un’idea di Elena Guerrini, attrice e autrice della scena contemporanea formatasi nelle fila della compagnia di Pippo Delbono, che con la sua famiglia risiede in questo piccolo comune della bassa Toscana, il festival si regge su un’idea semplice e antica: il baratto. Continua a leggere Vino e olio agli artisti. Il festival di Manciano

Dostoevskij re di Napoli

Solitamente esistono due modi per fare Dostoevskij a teatro: sceneggiare le sue storie, oppure trasfigurarlo secondo un qualche gusto contemporaneo. Entrambi evitano il confronto con la sua lingua, optando per la trasposizione dei suoi contenuti. Gaetano Ventriglia e Silvia Garbuggino – di recente in scena al Napoli Teatro Festival con «Delitto e castigo» – scelgono invece una terza via, che non elude questo confronto. Anzi, lo mette al centro di uno spettacolo monumentale (sei ore divise in due episodi) che si snoda itinerante per i Quartieri Spagnoli, una delle zone più complesse e rappresentative della città. Una scelta dalla connotazione forte, perché questo spettacolo che si affida tutto all’arte dell’attore, dove i personaggi sono evocati da una certa voce o dal fatto di indossare un cappello, andando a smuovere quel nodo essenziale del teatro che è il rapporto con l’invisibile, può così calarsi in una scenografia naturale: le vie di Napoli. Continua a leggere Dostoevskij re di Napoli

Il fortunato matrimonio tra fumetto e teatro. Gipi e i Sacchi di Sabbia

Nel suo romanzo a fumetti «S» Gipi, uno tra i più talentuosi disegnatori italiani, racconta una storia personale, la vicenda di suo padre e il suo rapporto con la scomparsa di questi. Il disegnatore pisano trasforma una storia privata in un materiale che diventa universale e che parla a tutti. Proprio per questo l’idea di una trasposizione teatrale di questa grafic novel appariva un azzardo. Invece «Essedice» della compagnia I Sacchi di Sabbia, formazione anch’essa pisana diretta da Giovanni Guerrieri, è uno spettacolo di grande sapienza e sensibilità, e soprattutto con una sua cifra personale che ne fa un lavoro a sé stante, e non una semplice trasposizione a teatro di un’opera a fumetti. La voce narrante – doppio azzardo – è lo stesso Gipi, al secolo Gian Alfonso Pacinotti, che si è prestato al gioco di Guerrieri. Eppure, da non attore, la sua presenza riesce ad essere non solo convincente, ma carica di un’elettricità speciale. Continua a leggere Il fortunato matrimonio tra fumetto e teatro. Gipi e i Sacchi di Sabbia

La realtà al cubo di Cristian Chironi

In scena c’è un cubo a quattro facce che compongono un’immagine, la foto di una sfera. Sembra un pallone, ma potrebbe anche essere un pianeta. Parte una musica, l’inno sovietico e un uomo con la tuta da cosmonauta esce dal cubo, spostando un lembo dell’immagine per poi rifissarlo grazie alla sua apertura a strap. Non c’è dubbio che quello davanti a noi è Yuri Gagarin, il primo uomo a volare nello spazio. Il cubo si apre e le sue facce si riassemblano di volta in volta, componendo altre foto: guerriglieri afghani che sorridono guardano un pallone, studenti ebrei ultraortodossi che manifestano, le torri gemelle che esplodono ma sono ancora in piedi. A volte Cristian Chironi, performer e ideatore dello spettacolo, assume delle pose interpolandosi alle immagini fotografiche: ad esempio assumendo una posizione a candela scomposta davanti alle torri in fiamme, ecco che si materializza davanti a noi la famosa e drammatica immagine dell’angelo rovesciato, l’anonimo uomo che per scampare alle fiamme preferì gettarsi nel vuoto. Continua a leggere La realtà al cubo di Cristian Chironi