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Quello che resta del teatro. Sondaggio effimero sui memorabilia della scena

copertina QTR 21Che cosa resta del teatro dopo che si è consumato lo spettacolo? Cosa resta dell’arte effimera per eccellenza, la cui dimensione è tutta legata al presente, all’esserci, al qui ed ora? Quale memoria possiamo immaginare per un’arte che, secondo alcuni, non coincide nemmeno con la performance che vediamo svolgersi sul palco- scenico, ma è piuttosto il risultato di una sommatoria tra quella e la reazioni del pubblico, come fosse un’impronta che lo spettacolo lascia nello spettatore? Una dimensione che, per altro, il teatro condivide con pochissime altre espressioni dell’arte. Studiosi e accademici potrebbero facilmente rispondere – e a ragione – che la traccia che il teatro lascia dietro di sé è il testo. La drammaturgia, sulla cui rinnovata importanza nel teatro contemporaneo questa rivista ha speso molte pagine. È innegabile, ad esempio, che della produzione shakesperariana possediamo principalmente i suoi testi. Come è vero che la traccia più chiara che abbiamo del teatro greco è sempre nella drammaturgia. Il testo è la traccia oggettuale del teatro, l’unico aspetto tramandabile per quanto parziale dell’esperienza dello spettacolo (almeno fino a quando non è stata inventata la registrazione audio e video). Ma anche se corretta, questa risposta è probabilmente riduttiva. Perché se la dimensione del teatro – che nasce nella polis e per la polis – è quella comunitaria, l’impronta che gli spettacoli memorabili lasciano nella comunità che si raduna nel teatro hanno certamente un’eco che trascende potente- mente la dimensione dell’evento. Diventano cesure, simboli, punti di rifermento. Spartiacque dopo i quali alcuni territori dell’arte diventano di colpo obsoleti, privi di interesse, ed altri invece ricchi di promesse e di possibilità, verso cui diventa essenziale volgere lo sguardo e prodursi in sforzi di ricerca ed esplorazione.
In assenza dell’oggetto, dunque, il teatro si dà come mito. Se molto scompare, quel poco che resta rimane in forma di racconto condiviso, con tutta la forza fondativa del racconto mitologico senza il quale non è possibile pensare il presente.
Difficile, se non impossibile, cogliere con chiarezza l’onda lunga di questa traccia lasciata dal teatro sulle epoche future. Forse, da vicino, lo sguardo ha priorità diverse da quelle che animeranno il dibattito del futuro. Ma se il teatro si dà come arte comunitaria – di una e più comunità – è ovvio che la trasmissione della memoria, più che essere una faccenda meramente accademica, cominci fin dal presente. Continua a leggere Quello che resta del teatro. Sondaggio effimero sui memorabilia della scena

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Disoccupate le strade dai sogni

Quello che segue è il testo dell’intervento che ho tenuto l’11 dicembre 2010 al convegno organizzato da Zoom Festival, presso il Teatro Studio di Scandicci. La sera prima ho riordinato gli appunti che avevo tirato giù per l’intervento, ma quando li ho riletti ho avuto un sussulto: ero stato chiamato a parlare del teatro che scende in piazza e il risultato della mia riflessione era piuttosto “conservatore”. Che mi succede? mi sono chiesto. E ho inviato le persone che partecipavano al convegno a darmi una mano a capirlo. Quell’invito è ancora valido.

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“Disoccupate le strade dai sogni
e regalateci le vostre parole”
(Claudio Lolli – «Incubo numero zero»)

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1. Quando Giancarlo Cauteruccio mi ha invitato a riflettere e a parlare del teatro che esce dai luoghi teatrali per andare nelle strade, sui tetti, nei luoghi non convenzionali – così come stanno facendo gli studenti e gli operai in queste settimane di protesta – ho pensato immediatamente agli anni Novanta. Sono gli anni in cui cominciavo ad occuparmi di teatro, a Roma partiva una stagione che si sarebbe definita all’inizio del decennio successivo, caratterizzata da un’effervescenza che impressionava soprattutto nei numeri: centinaia di compagnie e decine di spazi – occupati, privati, associativi – creavano una sorta di circuito indipendente che dava finalmente respiro a un mondo che non aveva accesso ai luoghi ufficiali e alle risorse pubbliche, sclerotizzate nelle logiche degli stabili e della commissione delle pubbliche amministrazioni. In questa polarità, che a Roma è schiacciante, non c’era posto per l’eccellenza e la sperimentazione.
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La caduta nell’umano – una conversazione con Attilio Scarpellini sui teatri degli anni Zero

Attilio Scarpellini è una figura particolare nel panorama culturale italiano, perché a fronte di una poliedricità di interessi – tratto ormai irrinunciabile tanto per gli artisti quanto per i commentatori – ha però sempre esercitato questa varietà di sguardo in un unico ambito: la critica. Ha cominciato a occuparsi di teatro dalla fine degli anni Novanta, sulle pagine di Diario, il settimanale fondato da Enrico Deaglio, dopo un’attività da critico letterario (ancora oggi è nella redazione di Nuovi Argomenti) e seguendo nei suoi ragionamenti un fil rouge che lo ha portato di recente a confrontarsi anche con l’arte contemporanea – in particolare nei quattro saggi raccolti nel volume «L’angelo rovesciato», pubblicato di recente da Edizioni Idea. La sua attività di osservatore della scena, e la curiosità per i fenomeni sommersi e per gli sconfinamenti disciplinari, lo rendono un testimone privilegiato di questo decennio appena concluso, i cosiddetti anni Zero, senza tuttavia esserne contiguo per età anagrafica e spirito generazionale – come è il caso di chi scrive. Per questo abbiamo fatto una lunga conversazione, a chiusura di questo 2010, per raccogliere da punti di vista diversi gli stimoli, gli interrogativi e in qualche caso le emozioni che hanno animato il nostro sguardo sulla scena di questi anni che, a fronte di un circuito ufficiale sempre più in crisi di risorse e di senso, hanno registrato un’effervescenza per molti inaspettata.

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La realtà allo stato gassoso – uno sguardo ai teatri degli anni Zero

La scena teatrale degli anni Duemila ha sviluppato, in Italia, una tale vastità di linguaggi e approcci che è decisamente velleitario cercare di sintetizzarli in un articolo. D’altronde si tratta di un’ennesima generazione senza padri – benché abbia a disposizione molti premi, festival e osservatori che si interessano di essa – che ha mosso i suoi primi passi negli spazi occupati, negli scantinati o semplicemente in spazi privati, senza alcun confronto con l’esterno, dunque, se non la propria esperienza di spettatore deformata dalla volontà di fare a propria volta teatro.
Non tutte le derive della ricerca, ad esempio, hanno sembianze “contemporanee” – questo aggettivo, al pari di “performativo”, è diventato l’ambiguo contenitore di una somma di elementi che testimonierebbero, ma il condizionale è d’obbligo, l’adesione a una certa estetica maggiormente legata agli approcci dell’arte visiva. Alcuni artisti tornano, piuttosto, a lavorare sugli elementi base del teatro: attore, dramma, parola. Continua a leggere La realtà allo stato gassoso – uno sguardo ai teatri degli anni Zero