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Una geografia allo sfascio. Cosa resta del teatro contemporaneo

Zion, l’ultima città umana attaccata dalle macchine (Matrix Revolution)

Benedetta la città che fonda un teatro, recita il sottotitolo di questa rivista riprendendo una frase del drammaturgo inglese Edward Bond. E quella che lo chiude? La domanda se l’è posta Azzurra d’Agostino, poetessa che da anni compie volentieri incursioni nel mondo del teatro e vi lavora come operatrice, all’indomani della chiusura del Teatro San Martino di Bologna, uno dei pochi spazi del capoluogo emiliano dedicati alla scena contemporanea con entusiasmo e raziocinio, seguendo il filo di un progetto preciso. Persino in una delle ragioni storicamente più attente alle sorti della scena, dunque, si arranca sotto il segno di una crisi che una volta di più si delinea come culturale, prima ancora che economica. I luoghi non sono neutri, soprattutto quando si parla di arte. Essi vivono quando li abita una comunità, e prosperano quando questa comunità produce qualcosa di sensato. Non qualcosa di tangibile, mercificabile come un oggetto; e neppure semplicemente quando aggrega un gran numero di persone pronto subito dopo a disperdersi, secondo la logica dei grandi eventi tanto cara alle nostre amministrazioni. Quel “senso” a cui si fa riferimento è il modo di vivere e far vivere quei luoghi, l’atto di “abitarli” e trasformare attraverso questa pura azione la faccia della città. Perché un luogo vivo dà sostanza ad una città, ne delinea l’identità. Il Teatro San Martino è stato diretto da un artista del calibro di Roberto Latini e dalla sua compagnia Fortebraccio Teatro, che lo ha abitato con la potenza del suo gesto artistico e della sua visione del teatro. Per i bolognesi che seguono la scena contemporanea, l’assenza di questo progetto cambierà radicalmente il volto della loro città. Continua a leggere Una geografia allo sfascio. Cosa resta del teatro contemporaneo

Crisi del teatro in crisi

Nell’estate del 2008 regnava l’incertezza sul futuro del festival di Santarcangelo*. La cosa era sotto i riflettori perché quell’anno la manifestazione era acefala e tutti si attendevano una soluzione. Oggi, a tre anni di distanza, è di nuovo l’incertezza il tema di fondo che accompagna il futuro del festival. A prescindere dai motivi specifici che hanno portato a questo, la situazione odierna credo sia emblematica dell’Italia di questi anni. La crisi di cui tanto si parla in questi mesi è di due ordini, lo sappiamo bene: economico e culturale – è per questo che è proprio il mondo dell’arte e della cultura a risentirne in modo macroscopico ed esemplare. È ovvio che ci siano delle differenze tra le problematiche di aree geografiche più ricche e attente al sostegno dell’arte e le carenze di quelle più povere o peggio amministrate; eppure esistono degli aspetti ricorrenti.
L’attendismo è uno di questi, che ne nasconde uno più grande e spinoso: la difficoltà, quando non l’impossibilità, di progettare. Più che sprofondando, l’Italia si sta incagliando sempre di più a causa di un’evidente incapacità di immaginare il futuro. Continua a leggere Crisi del teatro in crisi

Un triennio di partecipazione: considerazioni e prospettive per Santarcangelo dei Teatri

L’edizione di Santarcangelo 2010 può essere considerata come un punto di passaggio importante per quello che è il più longevo dei festival italiani dedicati al teatro e alle arti contemporanee.
Da un punto di vista simbolico lo è stata eccome, non solo perché Santarcangelo dei Teatri festeggiava i suoi primi quarant’anni, ma anche perché questa estate ha segnato il giro di boa di una triennalità molto particolare, in cui la direzione del Festival è stata affidata ad alcuni degli artisti romagnoli più rappresentativi della scena italiana: Chiara Guidi (Socìetas Raffaello Sanzio), Enrico Casagrande (Motus) ed Ermanna Montanari (Teatro delle Albe), accompagnati da un trio di critici-organizzatori come Silvia Bottiroli, Rodolfo Sacchettini e Cristina Ventrucci. 
Questo progetto di direzione seguiva a un periodo particolare attraversato dal Festival, culminato nell’abbandono della direzione artistica da parte di Olivier Bouin che ha portato all’edizione “acefala” del 2008. Dopo due edizioni è possibile avanzare non un bilancio, ma qualche considerazione su questa formula nata per recuperare un Festival in crisi e tanto voluta dagli artisti del territorio. Continua a leggere Un triennio di partecipazione: considerazioni e prospettive per Santarcangelo dei Teatri

Muri sognanti. Intervista a Dem, Hitnes, Run, Allegra Corbo

L’edizione numero 40 del Festival di Santarcangelo, che si è svolta a luglio, ha dedicato uno spazio di tutto rilievo alla cosiddetta “street art”, l’arte di chi dipinge sui muri cittadini modificando la visione e l’ambiente circostante. Oggi il lavoro di alcuni degli artisti che si esprimo sui muri delle città è conosciuto e apprezzato in tutto il mondo, come quello di Blu o di Ericailcane (quest’ultimo tra il gruppo di artisti invitati). A Santarcangelo, che non è una metropoli ma un paese, la presenza di questi artisti invitati dal festival a riempire gli spazi del panorama urbano ha avuto un grande impatto ed è stata accolta con entusiasmo dalla gente. Giocando sul nome di Santarcngelo, gli artisti presenti al festival hanno realizzato immagini che si confrontano con tematiche del repertorio religioso, ovviamente alla loro maniera. Abbiamo raggiunto e parlato con alcuni di loro – Run, Dem, Hitnes e Allegra Corbo – per farci raccontare come è cambiata la street art e come si confronta oggi con lo spazio urbano. Continua a leggere Muri sognanti. Intervista a Dem, Hitnes, Run, Allegra Corbo

FaiFai. Il kitsch che viene da Tokyo

Il collettivo giapponese Fai Fai era una delle proposte internazionali di Santarcagelo 40, festival che si è concluso lo scorso 18 luglio. Il loro «My name is I love you» forse non è lo spettacolo più interessante del programma, ma certamente tra i più radicali, e il suo linguaggio in bilico tra pop, kitsch e grottesco non ha mancato di spiazzare e divertire il pubblico. Nel vortice dei Fai Fai finiscono stereotipi e ossessioni della società giapponese contemporanea, che suonano allo stesso tempo alieni e familiari, perché non ci appartengono ma fanno parte della cultura di manga e film che hanno contagiato l’immaginario di più di una generazione di europei. In mezzo a due Hachiko giganti – la statua del cane fedele che per tutta la vita tornò ad aspettare il padrone morto, mitico luogo di appuntamenti a Shibuya – si snocciola il mito romantico su cui fa perno l’industria culturale di un paese dove i rapporti umani sembrano condizionati da un forte senso di isolamento e solitudine. Il tutto in chiave demenziale. Continua a leggere FaiFai. Il kitsch che viene da Tokyo

A chi parla il linguaggio? La performance di Snejanka Mihaylova

«Language» della performer bulgara Snejanka Mihaylova si sviluppa come un percorso. La prima tappa la cura lei stessa, presentando la sua personale e arbitraria ideazione di una lingua naturale basata sulle farfalle e sulle scale di colore, che sarà alla base del lavoro. Quaranta minuti di un discorso astruso che si rivela poi totalmente sconnesso dalle due tappe performative che seguono, affidate a due artisti ospiti, un musicista e un performer. Lungo quella che si rivelerà, per lo spettatore, una sorta di via crucis, ci si chiede con insistenza quando comincerà il teatro. Ma purtroppo la risposta è mai, perché il teatro è del tutto espulso da Language, in favore di un discorso sul teatro. Una riflessione respingente per il pubblico, che evidentemente è l’ultimo degli interessi per questa artista, autrice di un lavoro in linea con una certa tendenza estetica che vede nel teatro un mezzo per celebrare la speculazione filosofica. Continua a leggere A chi parla il linguaggio? La performance di Snejanka Mihaylova

Che fine ha fatto la realtà?

Questo testo è uscito come editoriale di Nero su Bianco n°3/2010, la fanzine dell’osservatorio critico di Santarcangelo 40.

illustrazione di Valeria Prosperi

Il rapporto con la realtà è stato da sempre al centro della riflessione del teatro. Di volta in volta gli artisti hanno concentrato la loro attenzione sull’aspetto funzionale di questa arte, oppure ne hanno rivendicato e ricercato i margini di realtà e unicità, o altrimenti hanno inventato visioni sconnesse da qualunque referenza per poter rivendicare la creazione di un piano ulteriore di realtà. Non è un cruccio esclusivo della ricerca che trova interessante riflettere su se stessa e sui limiti semantici del mezzo, perché anche la drammaturgia, e da tempo, si è abbandonata volentieri a giochi metateatrali. E il perché di questa insistenza, che dura ben oltre la stagione pittorica delle pipe di Magritte, è facile da intuire: il teatro e la performance sono arti che si danno quasi sempre in presenza di un corpo vivo, e sono gli esseri viventi, in definitiva, con la loro capacità di interpretazione che crea senso, a costituire il vettore della realtà. È in questo senso che il teatro è da sempre lo specchio della realtà e della società. Continua a leggere Che fine ha fatto la realtà?

Libertà e partecipazione 2. Gob Squad e Roger Bernat

L’idea di partecipazione del pubblico è di nuovo al centro di alcuni dei lavori presentati a Santarcangelo 40. «Pura Coincidència», dell’artista catalano Roger Bernat, che per questo lavoro dichiara di aver lavorato su «Insulti al pubblico» di Peter Handke, è tra questi. Si tratta però di una pura concettualizzazione del brillante testo di Handke, citato direttamente solo all’ultimo minuto, quasi a giustificarsi di averlo tirato in ballo. Perché «Pura Coincidència» è composto dalla trovata, piuttosto banale, di riprendere il pubblico che aspetta per poi riproporre il filmato, che carpisce frammenti di discorsi, discussioni di gruppo, e zumma sui primi piani. Il tempo del teatro, costruito e recitato, diventa il tempo fluido ma non spettacolare della vita reale. Questi e altri spunti appaiono in sovrimpressione al filmato, cercando di costruire il classico meccanismo dell’arte contemporanea in cui tutto e il contrario di tutto collassa in un meccanismo che non prende posizione, perché potrebbe avere tutte le posizioni possibili. Qui non si tratta di camminare lungo il crinale fecondo dell’ambiguità di cui è fatta la realtà, ma di imbellettare l’empasse odierna di estetica contemporanea. Continua a leggere Libertà e partecipazione 2. Gob Squad e Roger Bernat

Libertà e partecipazione 1. Roger Bernat e Fagarazzi & Zuffellato

Libertà è partecipazione, diceva Giorgio Gaber. Ma partecipazione è libertà? C’era un che di straniante nel vedere piazza Ganganelli piena di persone che, con le cuffie in testa, seguivano le istruzioni di Roger Bernat in «Domini públic». Perché includere lo spettatore, nel lessico del teatro contemporaneo, si traduce con democrazia, pubblico attivo, orizzontalità. Ma in quelle persone radiocomandate come Ambra Angiolini da Gianni Boncompagni ai bei tempi di Non è la rai non suggeriva né democrazia, né attività, né orizzontalità. E non è solo l’artista catalano a sperimentare questa deriva: se lui lo fa in piazza, Fagarazzi & Zuffellato la portano in teatro, impiegando dei volontari bendati che, maschere in volto, vengono diretti e filmati per ricreare a posteriori un film che si muove (evocandolo in frammenti audio) lungo il mare magnum del thriller. Sia l’uno che gli altri si dicono consapevoli dei limiti del meccanismo, e in «Enimirc» si chiede ai partecipanti se credono ci sia libertà d’espressione nello spettacolo. Niente di inaspettato, l’arte è oggi un moloch che una volta individuata un’ambiguità del reale incorpora questa e, precauzionalmente, anche il suo contrario. Continua a leggere Libertà e partecipazione 1. Roger Bernat e Fagarazzi & Zuffellato

Il bestiario fantastico della street art

Fare dello spazio urbano un teatro naturale della creatività. Questo è uno dei presupposti dell’arte urbana in genere, e certamente anche della street art. Le città globali si trasformano in luoghi utopici (e distopici) dove si schiudono mondi, visioni da un altrove che parla anche del nostro presente. Così Santarcangelo, che si fa teatro diffuso per il festival, della metropoli globale assume il segno pur non avendone la vocazione, grazie alla presenza degli artisti nazionali e internazionali e alle loro tracce sparse sul territorio.
Un segno che è a metà strada tra il futuro e l’antico, tra una cartografia medievale e una visione prospettica d’architettura moderna. Perché lo spaesamento che la seconda può provocare si intreccia perfettamente con le suggestioni della prima, e come in un bestiario fantastico il percorso urbano può trasformarsi in un viaggio in cui ci si imbatte in figure mai viste, animali mitologici, mostri nel senso etimologico del termine, apparizioni, il manifestarsi di un segno divino che è rivelazione ma allo stesso tempo monito. Continua a leggere Il bestiario fantastico della street art