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Chi è più «Bizarra»?

Tra spettacoli di 12 ore (Peter Stein) e passeggiate che per i quartieri spagnoli (ventriglia), l’evento più fuori misura del Napoli Teatro Festival è però certamente un altro: «Bizarra», di Rafael Spregelburd – uno dei maggiori drammaturghi argentini – una teatronovela in 20 puntate tradotta, adattata e diretta da Manuela Cherubini, che per prima ha importanto in Italia le opere dell’autore di Buenos Aires. Un debutto al giorno ancora fino al 27 giugno, ogni giorno una puntata differente con riassunto delle precedenti raccontato da esagitati fan metrosxual, e un adattamento alla realtà napoletana con svirgolate nel dialetto partenopeo e ospiti eccentricamente local come il cantautore demenziale Tony Tammaro, Bizarra è un evento nel vero senso del termine. Continua a leggere Chi è più «Bizarra»?

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Dostoevskij re di Napoli

Solitamente esistono due modi per fare Dostoevskij a teatro: sceneggiare le sue storie, oppure trasfigurarlo secondo un qualche gusto contemporaneo. Entrambi evitano il confronto con la sua lingua, optando per la trasposizione dei suoi contenuti. Gaetano Ventriglia e Silvia Garbuggino – di recente in scena al Napoli Teatro Festival con «Delitto e castigo» – scelgono invece una terza via, che non elude questo confronto. Anzi, lo mette al centro di uno spettacolo monumentale (sei ore divise in due episodi) che si snoda itinerante per i Quartieri Spagnoli, una delle zone più complesse e rappresentative della città. Una scelta dalla connotazione forte, perché questo spettacolo che si affida tutto all’arte dell’attore, dove i personaggi sono evocati da una certa voce o dal fatto di indossare un cappello, andando a smuovere quel nodo essenziale del teatro che è il rapporto con l’invisibile, può così calarsi in una scenografia naturale: le vie di Napoli. Continua a leggere Dostoevskij re di Napoli

Il fortunato matrimonio tra fumetto e teatro. Gipi e i Sacchi di Sabbia

Nel suo romanzo a fumetti «S» Gipi, uno tra i più talentuosi disegnatori italiani, racconta una storia personale, la vicenda di suo padre e il suo rapporto con la scomparsa di questi. Il disegnatore pisano trasforma una storia privata in un materiale che diventa universale e che parla a tutti. Proprio per questo l’idea di una trasposizione teatrale di questa grafic novel appariva un azzardo. Invece «Essedice» della compagnia I Sacchi di Sabbia, formazione anch’essa pisana diretta da Giovanni Guerrieri, è uno spettacolo di grande sapienza e sensibilità, e soprattutto con una sua cifra personale che ne fa un lavoro a sé stante, e non una semplice trasposizione a teatro di un’opera a fumetti. La voce narrante – doppio azzardo – è lo stesso Gipi, al secolo Gian Alfonso Pacinotti, che si è prestato al gioco di Guerrieri. Eppure, da non attore, la sua presenza riesce ad essere non solo convincente, ma carica di un’elettricità speciale. Continua a leggere Il fortunato matrimonio tra fumetto e teatro. Gipi e i Sacchi di Sabbia

La tigre e il gerarca

Il vecchio proverbio indiano, secondo cui chi cavalca la tigre non potrà più scendere se vuole domarla, fornisce lo spunto, il rovello (e perfino il titolo) da cui gemmano gli interrogativi attorno ai quali Lorenzo Pavolini – autore e protagonista di questo straordinario romanzo di memorie che è «Accanto alla tigre», da poco uscito per Fandango libri – porta avanti la sua riflessione, intreccio illuminante di storia patria, contemporaneità e biografia. Al centro della vicenda c’è la pesante eredità che grava nel cognome di Lorenzo, nipote di Alessandro Pavolini, noto gerarca e segretario del partito fascista repubblicano a Salò. La storia prende il via dalla singolare esperienza di Lorenzo che apprende del nonno sui libri di storia, alle medie, quando vede le foto dei cadaveri appesi a piazzale Loreto e leggendo il cartello con la scritta “Pavolini” intuisce immediatamente che si tratta di lui. Fino ad allora la sua famiglia aveva detto a Lorenzo che il nonno, mai conosciuto, era morto in guerra e nulla di più. Inizia così un viaggio personale attraverso le reticenze dei suoi parenti, ma anche nelle ricostruzioni della storiografia ufficiale, per capire il senso di una scelta così estrema come quella che ha condotto Alessandro Pavolini alla fucilazione a Dongo. Continua a leggere La tigre e il gerarca

La realtà al cubo di Cristian Chironi

In scena c’è un cubo a quattro facce che compongono un’immagine, la foto di una sfera. Sembra un pallone, ma potrebbe anche essere un pianeta. Parte una musica, l’inno sovietico e un uomo con la tuta da cosmonauta esce dal cubo, spostando un lembo dell’immagine per poi rifissarlo grazie alla sua apertura a strap. Non c’è dubbio che quello davanti a noi è Yuri Gagarin, il primo uomo a volare nello spazio. Il cubo si apre e le sue facce si riassemblano di volta in volta, componendo altre foto: guerriglieri afghani che sorridono guardano un pallone, studenti ebrei ultraortodossi che manifestano, le torri gemelle che esplodono ma sono ancora in piedi. A volte Cristian Chironi, performer e ideatore dello spettacolo, assume delle pose interpolandosi alle immagini fotografiche: ad esempio assumendo una posizione a candela scomposta davanti alle torri in fiamme, ecco che si materializza davanti a noi la famosa e drammatica immagine dell’angelo rovesciato, l’anonimo uomo che per scampare alle fiamme preferì gettarsi nel vuoto. Continua a leggere La realtà al cubo di Cristian Chironi

La video-drammaturgia di Spanò a Teatri di Vetro

La quarta edizione di Teatri di Vetro ha aperto i battenti il 14 maggio al Teatro Palladium di Roma con lo spettacolo «Motel» di Gruppo Nanou, prima e seconda stanza, penultima tappa del progetto Ztl. La pioggia battente ha modificato un po’ l’assetto degli spettacoli, previsti all’aperto nei lotti della Garbatella, in qualche caso incidendo sul loro svolgimento. Non è successo per «Forgetful 0.2» di Daniele Spanò, progetto di videoproiezioni che si è sviluppato sul palazzo di fronte al teatro, in piazza Bartolomeo Romano. Continua a leggere La video-drammaturgia di Spanò a Teatri di Vetro

Animare l’inanimato. Il nuovo lavoro di Pathosformel

C’è un tratto che sembra ritornare nel lavoro dei Pathosformel, migrando con modalità differenti di spettacolo in spettacolo. È il tentativo di animare l’inanimato. Ne «La prima periferia», nuova produzione di recente in scena al Teatro Palladium di Roma, questo tratto è reso esplicito da un fattore che, al contrario, compare per la prima volta in un lavoro della compagnia diretta da Daniel Blanga-Gubbay e Paola Villani: la presenza umana. Nei precedenti lavori i performer, pure presenti, erano occultati alla vista dello spettatore, che si trovava davanti a macchinari da loro azionati e visioni di forme in mutamento senza percepire le loro manovre. In questo lavoro invece tre scheletri umani a dimensione naturale, realizzati con lamine di metallo che ne disegnano le linee di astrazione e tubi e giunti a richiamare le articolazioni, sono mossi da altrettanti performer in jeans e felpa grigia, che ricordano – anche loro in una sorta di astrazione – le giovani generazioni che animano le periferie delle città. Continua a leggere Animare l’inanimato. Il nuovo lavoro di Pathosformel

Orchestra per voci “di Fuori”

Aurelio Fuori è un ventriloquo, animatore di pupazzi, teatrante solitario che mette in scena il suo solipsismo sceneggiandolo attraverso le voci dei suoi personaggi. Ed è il protagonista del nuovo spettacolo di Teatro Forsennato, «Le voci di Fuori», di recente in scena al Teatro Colosseo di Roma, monologo ideato e interpretato da Dario Aggioli, che si è avvalso dell’aiuto di Sergio Lo Gatto per la realizzazione di scene e pupazzi. Che il fulcro dello spettacolo sia tutto nel gioco di parole enunciato dal titolo e nei suoi rivoli immaginifici si capisce dall’inizio di questo lavoro, che è un vero e proprio one-man-show, dato che Aggioli manovra in scena le luci e gli effetti vocali dei pupazzi, nonché i loro movimenti, grazie a una pedaliera, un software, dei fili e vari altri meccanismi – una vera orchestrazione di suoni e luci. Continua a leggere Orchestra per voci “di Fuori”

Evoluzione o morte. Darwin e il Teatro Sotterraneo

Adattarsi all’ambiente simbolico. È l’imperativo per non morire, anzi per non estinguersi, esposto in una delle scene chiave del nuovo spettacolo di Teatro Sotterraneo dal titolo «L’origine delle specie» da Charles Darwin – che con il precedente «Dies Irae» forma un “Dittico sulla specie” – di recente in scena al Fabbricane di Prato. A spiegarlo ad uno sconsolato ultimo Panda sulla faccia della terra (che, proprio per questa sua condizione, cerca la morte) è niente meno che Mickey Mouse, Topolino, che fa vedere come la sua figura di topo dal 1928 a oggi si sia modificata, andando ad assomigliare sempre di più a un bambino umano. «Evolviti!» è l’imperativo di Mickey Mouse, e con lui quello del mondo circostante a cui tutti sembriamo aderire: individui, gruppi sociali, partiti politici, occupati in questi tempi di confusione e atrofia della capacità di immaginare altri mondi possibili a replicare se stessi nella versione più socialmente accettabile. È questa la potente metafora di uno spettacolo che ruota ironicamente attorno alla figura di Darwin e alla sua proiezione nel presente. Continua a leggere Evoluzione o morte. Darwin e il Teatro Sotterraneo

Cartoline dall’inferno

Sotto una calotta che evoca una sorta di sottomondo, una famiglia dalla composizione bizzarra si trova a vivere una vita non vita, sospesa davanti alla tivù e saltuariamente interrotta da scatti di violenza e cinismo che sembrano essere gli unici binari su cui scorrono le relazioni tra le persone. Lo strano agglomerato umano che Fibre Parallele porta sulla scena parla un dialetto tagliente e ringhiato, unico modo per affermare rabbiosamente il proprio posto nel mondo. Il capofamiglia panciuto e violento (Corrado Lagrasta), la zia arcigna dal naso gobbuto (Sara Bevilacqua) sempre pronta a bestemmiare sulla nascita del nipote Vito, figlio spilungone e ottuso, ingobbito e con le orecchie troppo grandi, incapace di smettere di mangiarsi le unghie o di frugarsi furiosamente nei pantaloni (Riccardo Spagnulo); e infine lei, Felicetta (Licia Lanera), portata a forza a rompere e ristabilire l’ordine familiare attorno a una nuova unione, che fa la sua comparsa dentro un sacco dell’immondizia, intenta a masticare bubble gum rosa come la sua improbabile mise, top e pants rosa shocking strizzati all’inverosimile. Continua a leggere Cartoline dall’inferno