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Il Vangelo secondo Pippo Delbono

ph Luca Del Pia

Pippo Delbono è un artista sempre in movimento. Non solo perché il suo teatro, apprezzatissimo all’estero, lo porta in giro per il mondo – a ottobre sarà a San Pietroburgo e poi a Wrocław, capitale europea della cultura di quest’anno. Ma anche perché la cifra del suo lavoro, così personale, è però in grado di muoversi attraverso i generi: la danza, l’opera, il teatro, il cinema. Una fitta girandola di impegni fa sì che la nostra chiacchierata telefonica si svolga tra lo spazio del viaggio in treno, con cui Delbono sta raggiungendo Venezia, e il breve limbo del suo albergo, prima di tuffarsi nel mondo di luci e passerelle della Mostra del Cinema. Il regista si trova in laguna per le “Giornate degli autori”, all’interno delle quali gli è stato assegnato il Premio SIAE al talento creativo.

A Venezia Pippo porta il film Vangelo, prodotto anfibio della sua esplorazione del testo cardine della cristianità attraverso il cinema e il teatro. Ma nonostante lo spettacolo e il film abbiano lo stesso titolo, le storie e i punti di vista sono diversi tra loro. Il primo è più intimista e legato al rapporto con la madre, il secondo è realizzato nel centro rifugiati di Villa Quaglina ad Asti, con ragazzi provenienti dall’Africa e dall’Asia. Eppure tutto si compenetra: temi, storie, immagini che in qualche caso debordano dall’uno all’altro.

Insomma, Pippo, esistono due “Vangeli”?

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Breve ritratto della scena italiana

[Questo articolo è stato realizzato per il giornale del Théâtre de la Ville, per raccontare le dinamiche, le risorse e le difficoltà della scena teatrale italiana degli ultimi anni al pubblico francese].

Theatre de la VilleMassimiliano Civica, uno dei migliori registi della nuova generazione e già direttore del Teatro della Tosse di Genova, alcuni anni fa commentò l’effervescenza della nuova scena romana sottolineando che chi lavora in condizioni di difficoltà, senza supporto istituzionale e ai margini delle grandi piazze del teatro, quasi per forza sviluppa un linguaggio ruvido e forte, prepotentemente necessario. Ma, con lungimiranza, chiosava poi che questa dialettica può essere positiva per cinque, al massimo per dieci anni: dopodiché, di povertà si muore.

La sintesi proposta da Civica coglie il senso del fare teatro nel XXI secolo in Italia, e può tranquillamente essere estesa all’intera scena nazionale emergente. Ovviamente, per comprenderla, bisogna calarla nella realtà di un Paese in genere diffidente verso il nuovo e le nuove generazioni. L’élite teatrale, come per molti altri campi della cultura, è saldamente e in mano alle generazioni più vecchie, ogni tanto trova spazio qualche rarissima eccezione come nel caso di Mario Martone. In generale, chi è riuscito a imporre al grande pubblico il proprio teatro e la propria poetica lo ha fatto “contro” e “fuori” dalle principali istituzioni teatrali, come Ascanio Celestini o Emma Dante, e anche quelli che hanno trovato un supporto produttivo nei principali teatri italiani, come Pippo Delbono e Antonio Latella, sono arrivati a questo soprattutto grazie a una intensa frequentazione della scena estera, che ha fornito loro la legittimità che a volte in Italia faticavano a trovare.

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La menzogna dietro le morti bianche

delbono-menzognaÈ uno spettacolo che evoca il fastidio, «La Menzogna» di Pippo Delbono [in scena all’Argentina di Roma fino al 22 marzo]. Perché all’evocazione della tragedia delle acciaierie ThyssenKrupp di Torino, dove nel 2007 morirono sette operai, da subito segue l’ammissione di una difficoltà, dell’impossibilità di soffrire davvero per queste morti. Lo iato che si forma tra un’etica che piange le morti sul lavoro e il loro quotidiano verificarsi, la costante processione televisiva di morti e di responsabilità impunite, che banalizza il dolore e porta all’indifferenza. Continua a leggere La menzogna dietro le morti bianche