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Il romanesco d’autore

Ci sono gruppi, come gli Ardecore, che hanno messo il loro gusto per la ricerca musicale a servizio di un recupero dei canti tradizionali romani. Critici teatrali come Simone Nebbia, che vanta una vasta produzione di stornelli, coniati per l’occasione, che affianca a quelli più tradizionali quando si esibisce in qualità di cantautore nelle nuove cantine romane: pub, locali, centri sociali. E cantautori affermati come Simone Cristicchi, che si è prestato al teatro per far arrivare al grande pubblico “Li romani in Russia”, il poema di Elia Marcelli che in pochi conoscevano.
Il romanesco, nell’arte, ha subito sorti alterne e non sempre gloriose. Dopo Pasolini, e salvo alcune rare eccezioni, il dialetto della Capitale sembrava destinato solo a suscitare l’effetto comico nelle performance da cabaret o a dare una spennellata di popolaresco alle parlate delle fiction televisive. Invece, nel corso degli ultimi anni, dal teatro alla musica si è assistito al ritorno di un’arte di qualità che guarda al dialetto, sia come recupero della tradizione sia in modo più contemporaneo, cercando una “lingua sporca” più simile a quella parlata oggi. Continua a leggere Il romanesco d’autore

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Se Gogol’ fosse nato a Roma

D’altri tempi è un’espressione che si usa per parlare di qualcosa che, pur fuori dalle mode del tempo, non risulta “vecchio” ma anzi conserva l’eleganza e la presenza dei tempi che evoca. D’altri tempi è in effetti lo spettacolo «Er Naso» di e con Pierpaolo Palladino, di recente in scena al teatro Cometa Off di Roma; non solo perché la storia che racconta è ambienta nella Roma papalina, ma anche perché l’energia e la musicalità dell’interpretazione di Palladino, unico attore in scena diretto da Francesco Branchetti, ricorda un modo di calcare le scene che quasi non si vede più – soprattutto nel caso di operazioni come questa.
Ma attenzione, nel caso di questo brillante e per certi versi geniale riadattamento in chiave romanesca del famoso racconto di Gogol’ non è affatto fuori dai tempi, e per due ragioni strutturali. Primo perché Palladino si diverte e diverte nel recitare il suo monologo, e sa mantenere una freschezza autentica per tutti i cinquanta minuti di spettacolo; secondo perché la scelta del narratore romano di ispirarsi a un racconto dell’ottocento e di trasporlo sì, ma nella roma dello stesso secolo, è tutt’altro che un esercizio di stile. Anzi, al pari dei grandi film di Luigi Magni, l’operazione di Palladino ci ricorda che non è il contenuto in sé ad essere “politico” o “contemporaneo”, ma i meccanismi che la storia ci racconta, e l’adesione che l’attore sa innescare. Continua a leggere Se Gogol’ fosse nato a Roma