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Tre Soldi – Radio 3 :: Ritratti dal Teatro India (puntata n°5)

RITRATTI DAL TEATRO INDIA

Puntata n°05 – PERFORMANCE e POSTDRAMMATICO
Tony Clifton Circus – MK – Daria Deflorian e Antonio Tagliarini – Monica Piseddu

Diciotto compagnie teatrali stanno abitando il Teatro India di Roma per un progetto che ruota attorno al concetto di “perdita”. Prove, laboratori, tavoli di discussione, incontri tra artisti e pubblico si alternano in un’abitazione inedita di questo spazio, da molti considerato uno dei più belli d’Italia tra quelli destinati alla creazione contemporanea. La Factory di India raccoglie, a suo modo, uno spaccato coerente di quella che è la scena contemporanea italiana, concentrandosi su quella parte nata e cresciuta nel territorio della Capitale. Quasi tutti gli artisti coinvolti sono presenti in modo costante nei cartelloni dei principali festival di teatro contemporaneo e alcuni sono già proiettati nella scena internazionale.  Continua a leggere Tre Soldi – Radio 3 :: Ritratti dal Teatro India (puntata n°5)

L’attore performativo degli anni Duemila

Per Thomas Ostermeier Shakespeare è più vicino alla cultura pop dei nostri giorni rispetto a quella polverosa della tradizione romantica che lo ha a suo tempo consacrato a livello mondiale. Perché il drammaturgo inglese cercava, pur toccando temi universali, di creare spettacoli che fossero anche entertainment (altrimenti non avrebbero potuto girare). La risposta del regista tedesco è di affrontare i suoi testi in chiave performativa, forte del fatto che a quattro secoli di distanza personaggi come Amleto sono ormai degli archetipi del teatro.
Ma che vuol dire, oggi, performativo? Durante la stagione degli anni sessanta, che contrastava il concetto di ‘rappresentazione’ come replica fedele e naturalista di un mondo irrelato – come quello dei personaggi di un libro per intenderci –, ‘performance’ indicava qualcosa che andava oltre, che abbatteva la quarta parete e rivendicava il fatto di accadere qui e ora, l’hic et nunc che, nell’epoca della riproducibilità tecnica dell’opera d’arte, resta un fatto intrinseco della sola disciplina teatrale. Un antropologo e regista come Richard Schecher sintetizzò questa visione affermando che gli elementi dello spettacolo andavano concepiti come una serie di cerchi concentrici dove il successivo comprende ed espande i precedenti: l’ordine era script, drama, theatre e ovviamente performance, che tutto comprende. Continua a leggere L’attore performativo degli anni Duemila

I Wargames di Duyvendak

Maglietta mimetica e mitra in mano, Yan Duyvendak, artista olandese naturalizzato svizzero, si muove nel parcheggio del club Odeon con i gesti scattosi e irrealmente geometrici dei personaggi dei videogames, preceduto dai comandi perentori [«walk!», «stop!», «open!»] che lui stesso si dà. Dopo qualche porta chiusa su cui accanirsi – accade sempre, come ben sanno i malati di playstation – traghetta il pubblico all’interno, dove comincia la sessione di gioco di «You’re dead!». Gioco sparatutto alla Counter Strike, per intenderci. In soggettiva, come vuole l’estetica immersiva dei media interattivi. E Duyvendak si immerge davvero nel videogame – proiettato in grande schermo nella sala – e i suoi movimenti pixelati di salti, corse e lanci di bombe a mano, “bucano” lo schermo producendo “effetti reali” nella virtuale caccia ai terroristi del personaggio del gioco. Virtuale? Ma qual è la realtà che ci urla ogni giorno di morti esplosi e fatti esplodere dalle finestre televisive dei tg o dagli articoli dei giornali? È una realtà meno irreale nella sua pur stringente verità? Una realtà meno assurdamente compulsiva? Continua a leggere I Wargames di Duyvendak

La retorica dei luoghi

Alcune considerazioni valide per i due spettacoli che ho recensito in questo numero, e più in generale per le prime due giornate della fiera. Sia i Santasangre che Ludovica Andò hanno avuto un incontro-scontro con il palco grande del Palladium che non ha certo valorizzato il loro lavoro. Di questo aspetto, più che il “nanismo congenito” del teatro non finanziato (critica spesso pretestuosa: davvero 84-06 può essere definito un allestimento piccolo?), è interessante notare la riflessione sulla percezione fatta da questa scena. Una riflessione che privilegia l’incontro tra l’artista e il pubblico, un guardarsi in faccia che è quanto di più anti-televisivo possa proporre oggi l’arte scenica contemporanea. Ma che, a ben vedere, è anche il grado zero del teatro: la presenza, l’esserci.
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