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Lampedusa (2): Un dramma invisibile agli occhi del mondo

Il 29 agosto un gruppo di circa centocinquanta tunisini che si trovavano nel “Centro di prima accoglienza” di Lampedusa – la piccola isola italiana a poche ore di nave dalla costa tunisina – ha forzato la recinzione che separa il campo di contrada Imbriacola dal resto del paese e si è riversato per le strade. La maggior parte di questi ragazzi, tutti giovani e giovanissimi, si sono concentrati sul molo di Favaloro, dove hanno dato vita a una protesta gridando “Liberté liberté” e “Roma”, la città che vorrebbero raggiungere.
Nella concitazione della fuga qualche ragazzo ha provato ad allontanarsi, ma è stato subito raggiunto dalla polizia. E così, verso il tramonto, lungo il porto nuovo di Lampedusa era possibile vedere, in mezzo ai turisti di ritorno dalle escursioni in mare, diversi ragazzi tunisini scortati dai carabinieri. Sul molo di Favaloro la protesta è proseguita fino a notte fonda, lontano dagli occhi dei turisti che in un primo momento erano accorsi al molo, qualcuno anche per scattare qualche fotografia. Le forze dell’ordine hanno creato un cordone accessibile solo agli operatori delle Ong presenti sull’isola. Dopo la promessa di un rapido trasferimento in altri campi in Italia, sulla terra ferma, i tunisini sono rientrati nel campo.
Ad accendere la miccia della protesta è la notizia circolata tra i migranti tunisini che trenta di loro, prelevati quella mattina per essere portati in italiana, sono stati invece imbarcati su un aereo per Tunisi (senza passare per Palermo per la convalida dell’espulsione da parte delle autorità, come prevede la procedura). A quel punto la tensione, già alta in questi giorni di agosto, sale e sfocia prima in una rivolta all’interno del centro – con furiosi lanci di sassi e bottiglie – e poi nella fuga in massa e nella manifestazione sul molo. Continua a leggere Lampedusa (2): Un dramma invisibile agli occhi del mondo

Lampedusa (1): Tra primavera araba e autunno europeo

Lampedusa è l’isola più a sud dell’Italia, più vicina alle coste della Tunisia che alla Sicilia, perché il piccolo arcipelago di cui fa parte – le isole Pelagie – da un punto di vista geologico appartiene all’Africa, anche se è da sempre territorio italiano. È questa vicinanza ad aver trasformato Lampedusa nella porta d’Europa, il punto di accesso verso l’Italia per i migranti che sfidano la sorte per mare. Terra di pescatori, Lampedusa ha conosciuto un relativo benessere non molti anni fa, grazie al turismo degli stessi italiani: l’isola è infatti un gioello in mezzo al mediterraneo, con un clima mite che permette di godersi il mare praticamente sei mesi l’anno.
Oggi però Lampedusa è nota in tutto il mondo soprattutto per la questione dell’emigrazione verso l’Europa. Il fenomeno è cominciato negli anni novanta, quando la gente arrivava da sola sulle coste dell’isola ed erano gli stessi lampedusani ad aiutare chi sbarcava. Poi i flussi sono cresciuti sempre di più. È intervenuto il governo italiano, dapprima creando un centro d’appoggio presso l’aeroporto, infine istituendo il CSPA (centro di prima accoglienza e soccorso), che si trova a Contrada Imbriacola, nel centro abitato dell’isola. Nel mezzo c’è stata la fase dei respingimenti a mare, che ha interrotto gli sbarchi, ma è stato condannato dal mondo intero: gli accordi con Gheddafi e gli altri paesi del Nord Africa, che permettevano i repingimenti di massa, erano una palese violazione del diritto internazionale e italiano. Tra le varie cose, era impossibile stabilire chi avesse diritto d’asilo in Europa e chi no, perché non si valutava più caso per caso. Continua a leggere Lampedusa (1): Tra primavera araba e autunno europeo

UNHCR: l’Italia ha bisogno di un piano per l’esodo tunisino

Sono oltre 2000 le persone che si trovano nel centro di accoglienza di Lampedusa, una struttura che potrebbe accogliere al massimo 800 persone. La fuga dalla Tunisia dopo il crollo del regime di Ben Alì sta mettendo in allarme le autorità italiane ed europee, ma per il momento si tratta di un flusso migratorio che ha interessato circa 5000 persone in tutto. Secondo Laura Boldrini, portavoce dell’UNHCR – l’alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati – l’Italia è in grado di affrontare la situazione, se si decide ad affrontare una politica adeguata. “Per ora la situazione è tranquilla, abbiamo parlato con i migranti e tutti si stanno comportando al meglio – racconta per telefono da Lampedusa – Ma l’isola va decongestionata, perché ci sono troppe persone e la situazione potrebbe diventare esplosiva. Lo abbiamo ribadito al ministro dell’interno Maroni, che ci aveva dato la sua assicurazione; e invece la notizia di oggi è che i trasferimenti si sono bloccati”. Continua a leggere UNHCR: l’Italia ha bisogno di un piano per l’esodo tunisino

La memoria clandestina

ulderico-pesceCon «Il triangolo degli schiavi» – in scena fino al 17 maggio al Teatro Orologio di Roma – Ulderico Pesce tocca alcuni dei temi a lui più cari: quelli della terra, del sud, del lavoro. Ma non si tratta di uno spettacolo sulla memoria del meridione; si tratta piuttosto di un lavoro sulla memoria negata. La vicenda di Ambrogio Morra si svolge, infatti, ai nostri giorni. A partire da Roma, dove è venuto per studiare ma è finito a fare il manovale, tra albanesi, africani e altra gente del sud; per arrivare a Orta Nova, in Puglia, da dove se n’era partito, e dove torna per toccare con mano un’altra realtà di sfruttati, di schiavi: i clandestini che lavorano nel triangolo d’oro della raccolta dei pomodori (la Capitanata), sulla cui condizione si fondano le ricchezze degli imprenditori agricoli. Continua a leggere La memoria clandestina

Vivere come fantasmi. Intervista a Silvia Chiogna

Ana, una ragazza boliviana giunta in Germania per lavorare, inizia il suo viaggio nel mondo dei migranti clandestini aiutata da una cugina che già vive lì, anche lei clandestina. Ana cerca di guadagnarsi da vivere facendo le pulizie; è una delle possibilità di guadagno più abbordabili per chi, come lei, è donna e parla male il tedesco. Comincia il suo lavoro presso la casa di un uomo solo, che comincia a guardarla insistentemente, mentre lavora. Ana preferirebbe non tornare in casa di quell’uomo ma non ha scelta. Una sera, finito l’orario di lavoro, fa per andarsene ma trova la porta di casa chiusa a chiave… Continua a leggere Vivere come fantasmi. Intervista a Silvia Chiogna

L’ebreo migrante. Intervista a Moni Ovadia

moniovadiaMoni Ovadia cantastorie, è direttore artistico del Mittelfest [dal 16 al 24 luglio a Cividale del Friuli], festival dedicato alla creatività mitteleuropea. Abbiamo parlato con lui di confini, di identità e del suo ultimo spettacolo “Es iz Amerike”, sull’influenza che la musica ebraica ha esercitato nel Novecento su quella americana: verrà presentato domenica 24.

Il tema del festival è l’identità di confine…

È qualcosa che mi appartiene. Vengo da una famiglia di profughi, che a sua volta affonda le sue radici in un esilio durato 2000 anni. Il mio è un nome biblico: Ovadia vuol dire “servo di Dio” in ebraico, il corrispondente dell’arabo Abdallhà. So che vengo da altrove, da un popolo di schiavi che ha attuato il primo processo di liberazione rivoluzionaria, perlomeno della storia dell’occidente. Questa consapevolezza mi rende molto agevole stare nelle zone di confine. Zone di travaglio, perché la Mitteleuropa è stata terra di spaventosi nazionalismi. Ma anche di grandi sognatori: ci hanno fatto capire che anche stando nella tua città – e la Mitteleuropa è una condizione dello spirito – puoi vivere il mondo-universo, se hai la mente aperta e un’anima disposta all’esilio. Sennò umìli te stesso in una condizione di evirazione dello spirito della conoscenza che è il nazionalismo.
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