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Il work in progress di Lucia Calamaro e il destino dell’editoria teatrale

calamaro - vita ferma

Di cosa parliamo quando parliamo di scrittura per il teatro? Negli ultimi decenni del secolo scorso una certa predominanza del teatro di regia, a cui ha fatto da contraltare una ricerca particolarmente “visionaria”, ha messo in un cono d’ombra la possibilità che ha il teatro di raccontare storie. Almeno in Italia e nell’Europa continentale. Negli U.S.A., invece – dove sono stato di recente per un progetto sulla traduzione di drammaturgie italiane intitolato “Italian Playwright Project” – il re è sempre stato l’autore e continua ad esserlo. Lì prevale un’idea funzionale di teatro – un testo è una storia, e quella storia se funziona può passare da Off Broadway a Broadway, trasformarsi da spettacolo a musical a film e scalare così la catena alimentare delle opere teatrali che vede in fondo il loro valore artistico e in cima il loro potenziale economico in qualità di “intrattenimento”.

Nella vecchia Europa del teatro pubblico (ancora per quanto?) le cose funzionano in modo un po’ diverso. Ma anche qui, con l’alba del nuovo secolo, il teatro ha ripreso a raccontare, o meglio: quella sua particolare forza espressiva sembra finalmente uscire dal cono d’ombra. Continua a leggere Il work in progress di Lucia Calamaro e il destino dell’editoria teatrale

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Inequilibrio: la presenza scenica tra attore e danza

lupinelli-morganti – canelupo nudoAl via Inequilibrio, il festival di Castiglioncello che nonostante le vicissitudini inerenti alla sostituzione del direttore Andrea Nanni e le incertezze sul futuro – Fabio Masi e Angela Fumarola sono stati designati solamente per un anno – riesce a rinnovare con forza la sua cura e attenzione per il teatro d’autore, cifra caratteristica per una delle rassegne più importanti d’Italia dedicate alla scena del contemporaneo. La linea che ha innervato la prima settimana di programmazione è certamente focalizzata sull’attore, sulla centralità della sua presenza scenica. Ad aprire le danze è stato un progetto che ha visto la collaborazione di Maurizio Lupinelli ed Elisa Pol (Nerval Teatro) con un maestro come Claudio Morganti e con Rita Frongia, che hanno curato rispettivamente la regia e la drammaturgia di Canelupo nudo, un omaggio all’autore austriaco Werner Schwab. Il lavoro si incentra infatti sull’ultimo testo di questo artista fuori dai ranghi, La mia bocca di cane, materiale incandescente e per certi versi intraducibile in palcoscenico attorno al quale  Frongia tesse un rapporto di coppia corrosivo e disturbante come la “merda/merdra” evocata costantemente. E se il cardine dello spettacolo – in sostanza un tributo ai temi schwabiani della decadenza della carne e delle situazioni asfittiche, malsane e senza via d’uscita – è certamente nella presenza di Maurizio Lupinelli, che entra ed esce da un’ipotesi di personaggio per urlare al microfono come un cantante punk, non è da meno la figura in qualche modo “deforme” di Elisa Pol, che si aggira torva e guercia, con una benda da pirata, rimbeccando il compagno. La regia di Claudio Morganti si muove con sapienza ad affinare l’energia di Lupinelli, già apprezzata irrompere come un fiume in piena attorno ai testi di Schwab (l’ultimo, Le Presidentesse, vedeva già la collaborazione di Rita Frongia). Stavolta però ci troviamo di fronte a uno spettacolo “punk”, urlato e sporco – la scenografia di bottiglie vuote suggerisce i postumi di una sbronza colossale – eppure allo stesso tempo estremamente rigoroso, la cui potenza che nasce, come si diceva, tutta dalla presenza dell’attore. È un bell’incontro questo tra Morganti-Frongia e Lupinelli-Pol, che ci regala un affresco divertente e al contempo inquietante di quella meteora incandescente della drammaturgia europea che fu Schwab, morto per overdose d’alcolici a soli trentacinque anni.

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La psicosi di Sarah Kane secondo Lupinelli

«Psicosi delle 4.48» di Sarah Kane è un testo affascinante e complicato. Non tanto perché l’autrice non dà indicazioni all’interno del testo sulla sua realizzazione, o per il fatto che lo ha completato due giorni prima di suicidarsi – e proprio la disperazione e il suicidio sono i temi scottanti di questa pièce balzata da subito all’attenzione dei palcoscenici mondiali. La bellezza di questo testo è intrinseca, ha una forza già sulla pagina scritta – è molto bello da leggere – ma allo stesso tempo questa sua forza ne ha costituito l’ostacolo maggiore. «Psicosi delle 4.48» è stato realizzato in innumerevoli versioni, e in Italia è diventato la prova d’attrice per eccellenza, il monologo femminile che prima o poi bisogna affrontare (le prime rappresentazioni in Inghilterra, invece, erano a tre personaggi). Questa scelta ha caricato il testo di qualcosa di superfluo, lo ha trasformato nel ring dove l’attrice di turno può dare sfogo alla propria arte attoriale urlando, stridendo, soffrendo. Una scelta che, negli allestimenti italiani, ha penalizzato ad esempio una componente ironica che, sia pure in modo sotterraneo, trasuda dal testo. Continua a leggere La psicosi di Sarah Kane secondo Lupinelli