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Mario Martone e Georg Büchner: Morte di Danton (recensione)

Il Novecento ha nutrito una speciale passione per le opere incompiute di autori geniali, dove il non finito consente di affondare le mani nella materia viva della scrittura non giunta alla sua sistematizzazione. Pensate a Pessoa, Benjamin, Kafka. È anche per questo che il Woyzeck di Georg Büchner è diventato una sfida irresistibile per chi calca le assi del palcoscenico. Ma il drammaturgo tedesco scrisse anche un’importante opera dedicata alla Rivoluzione francese, che oggi Mario Martone sta portando in scena con una compagnia di trenta attori, piena di talenti straordinari. Dantons Tod (Morte di Danton) fu scritto nel 1835, poco prima della fuga di Büchner dall’Assia a causa del suo attivismo politico, a seguito della quale ripiegò a Strasburgo e poi in Svizzera, dove trovò la morte a soli 24 anni. Impetuoso ed imponente come un dramma shakespeariano, pieno di personaggi e di situazioni incalzanti e febbrili come dovettero essere i giorni della Rivoluzione, Morte di Danton sicuramente riflette, e in modo mirabile, tanto i furori quanto i dubbi di questo giovane libertario in fuga. Continua a leggere Mario Martone e Georg Büchner: Morte di Danton (recensione)

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Se la Rivoluzione ci parla di fragilità. Intervista a Mario Martone

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Georg Büchner morì a Zurigo nel febbraio del 1937 a soli 24 anni, lasciando come traccia della sua breve esistenza un paio di testi teatrali – di cui uno incompiuto – ed un racconto. Opere che avrebbero segnato indelebilmente il teatro mondiale, nonostante le prime rappresentazioni avvennero a settant’anni dalla morte dell’autore, ovvero nel nuovo secolo, il Novecento.

Se il «Woyzeck» è diventato nel tempo un banco di prova irrinunciabile per molti registi, grazie anche al fascino che il non-finito ha esercitato sul Novecento, assai maggior reverenza ha suscitato il testo che Büchner dedicò alla Rivoluzione Francese, Dantons Tod, «Morte di Danton». Dramma corale dalla struttura imponente, la «Morte di Danton» è un fiume che travolge lo spettatore così come la Rivoluzione travolse, deviandolo, il corso della Storia. Ma è anche l’opera di un giovane rivoluzionario in fuga dalla polizia dell’Assia, che avverte con grande lucidità tanto il richiamo della spinta rivoluzionaria quanto la tragedia delle sue degenerazioni che, a Parigi, sfociarono nel regime del Terrore.

Mario Martone ha portato in scena «Morte di Danton» al Teatro Stabile di Torino e in questi giorni la produzione approda al Piccolo di Milano. Per dare corpo e sangue allo scontro tra la “virtù” di Maximilien de Robespierre e il “vizio” di Georges Jacques Danton, ha chiamato due attori diversissimi tra loro ma entrambi di grande intensità: Giuseppe Battiston e Paolo Pierobon. Ma la compagnia, di ben trenta attori, vanta anche molti altri artisti di grande spessore, da Iaia Forte a Paolo Graziosi, da Irene Petris a Massimiliano Speziani, da Roberto Zibetti a Denis Fasolo, solo per citarne alcuni. Ne esce fuori uno spettacolo di grande impatto, che ha rifiutato la tentazione di attualizzare il testo per lavorare sulla sua grandiosità di dramma storico, una dimensione del teatro che oggi a prima vista può sembrare anacronistica.

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Il work in progress di Lucia Calamaro e il destino dell’editoria teatrale

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Di cosa parliamo quando parliamo di scrittura per il teatro? Negli ultimi decenni del secolo scorso una certa predominanza del teatro di regia, a cui ha fatto da contraltare una ricerca particolarmente “visionaria”, ha messo in un cono d’ombra la possibilità che ha il teatro di raccontare storie. Almeno in Italia e nell’Europa continentale. Negli U.S.A., invece – dove sono stato di recente per un progetto sulla traduzione di drammaturgie italiane intitolato “Italian Playwright Project” – il re è sempre stato l’autore e continua ad esserlo. Lì prevale un’idea funzionale di teatro – un testo è una storia, e quella storia se funziona può passare da Off Broadway a Broadway, trasformarsi da spettacolo a musical a film e scalare così la catena alimentare delle opere teatrali che vede in fondo il loro valore artistico e in cima il loro potenziale economico in qualità di “intrattenimento”.

Nella vecchia Europa del teatro pubblico (ancora per quanto?) le cose funzionano in modo un po’ diverso. Ma anche qui, con l’alba del nuovo secolo, il teatro ha ripreso a raccontare, o meglio: quella sua particolare forza espressiva sembra finalmente uscire dal cono d’ombra. Continua a leggere Il work in progress di Lucia Calamaro e il destino dell’editoria teatrale

Breve ritratto della scena italiana

[Questo articolo è stato realizzato per il giornale del Théâtre de la Ville, per raccontare le dinamiche, le risorse e le difficoltà della scena teatrale italiana degli ultimi anni al pubblico francese].

Theatre de la VilleMassimiliano Civica, uno dei migliori registi della nuova generazione e già direttore del Teatro della Tosse di Genova, alcuni anni fa commentò l’effervescenza della nuova scena romana sottolineando che chi lavora in condizioni di difficoltà, senza supporto istituzionale e ai margini delle grandi piazze del teatro, quasi per forza sviluppa un linguaggio ruvido e forte, prepotentemente necessario. Ma, con lungimiranza, chiosava poi che questa dialettica può essere positiva per cinque, al massimo per dieci anni: dopodiché, di povertà si muore.

La sintesi proposta da Civica coglie il senso del fare teatro nel XXI secolo in Italia, e può tranquillamente essere estesa all’intera scena nazionale emergente. Ovviamente, per comprenderla, bisogna calarla nella realtà di un Paese in genere diffidente verso il nuovo e le nuove generazioni. L’élite teatrale, come per molti altri campi della cultura, è saldamente e in mano alle generazioni più vecchie, ogni tanto trova spazio qualche rarissima eccezione come nel caso di Mario Martone. In generale, chi è riuscito a imporre al grande pubblico il proprio teatro e la propria poetica lo ha fatto “contro” e “fuori” dalle principali istituzioni teatrali, come Ascanio Celestini o Emma Dante, e anche quelli che hanno trovato un supporto produttivo nei principali teatri italiani, come Pippo Delbono e Antonio Latella, sono arrivati a questo soprattutto grazie a una intensa frequentazione della scena estera, che ha fornito loro la legittimità che a volte in Italia faticavano a trovare.

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Tre Soldi – Radio 3 :: Perdutamente (puntata n°2)

PERDUTAMENTE
La Factory del Teatro India

Puntata n°02 – Il fascino del Teatro India

Diciotto compagnie della scena contemporanea sono state invitate dal direttore del Teatro di Roma, Gabriele Lavia, ad abitare il Teatro India per tre mesi, lavorando attorno al tema della perdita. Né è nata una factory attiva da ottobre, che ha rovesciato nei grandi edifici dell’ex fabbrica della Mira Lanza una quantità notevole di laboratori, incontri, tavoli teorici, prove aperte e chiuse, esperimenti di dialogo del teatro con altri campi artistici come la musica, il video, l’arte e la letteratura. “Perdutamente” aprirà al pubblico dal 3 al 21 dicembre, con l’ambizione di proporre alla città di Roma due forme inedite di spazio e di oggetto artistico.  Continua a leggere Tre Soldi – Radio 3 :: Perdutamente (puntata n°2)

Petrolio. Intervista a Mario Martone

pierpaolo_pasoliniMario Martone, regista di teatro e cinema, ha realizzato lo scorso anno un progetto basato sul romanzo incompiuto di Pasolini, «Petrolio». Decine di gruppi teatrali si sono confrontati con i materiali multiformi del libro e con la figura complessa del suo autore. Molti di quegli spettacoli sono oggi in giro per l’Italia, in varie iniziative che ricordano Pasolini a trent’anni dalla scomparsa. Martone ha raccontato a Carta questo percorso.

Come parla al presente la figura di Pasolini, poeta, cineasta, saggista e scrittore?

Quello che me lo fa amare è proprio il suo aspetto di non chiusura in una forma o in un codice. Pasolini è stato un uomo che veramente ha travalicato e aperto i confini tra le discipline, soprattutto rispetto alla propria vita. Nel senso che c’è stato un continuo spostare, rispetto alla propria esperienza, il territorio artistico. Quindi non l’arte come codice entro cui muoversi secondo delle regole, ma come esperienza viva, che di volta in volta ha radice e senso nella vita, nell’osservazione della vita altrui e nell’esposizione spudorata della propria. Questo fa di Pasolini qualcosa di unico: è limitato dire che è un intellettuale ed è limitato dire che è un artista. È stato tutte queste cose, ma nell’insieme qualcosa di più. Questa è anche la ragione per cui la sua esperienza continua ad essere vitale oggi. Continua a leggere Petrolio. Intervista a Mario Martone