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Parole e corpi estemporanei tra i lotti di Garbatella

«Tempo di Esposizione» sì è svolto contemporaneamente in tre luoghi diversi del lotto 20 della Garbatella. La gente, spinta ad ammettere la propria colpa, possedere un cellulare, e quindi invitata ad espiarla spegnendolo, viene accompagnata in uno spiazzo – nel mio caso, lo stenditoio del lotto – per una buona ora di parolaterapia. Che poi consiste nell’ascoltare uno o più racconti. Con ancora nelle orecchie la bella voce dell’altrettanto bella cantante Awa Ly, che accoglie la gente all’ingresso e tornerà a inframezzare le storie, ci si siede aspettando che un “raccontatore” giunga a portarti la sua storia. La proposta del gruppo D.I.R.E. (Antonella Dell’Ariccia, Arianna Gaudio, Dario Aggioli, Fabio De Vitis e Paolo Andreozzi, capitanati da un istrionico Paolo De Vita e accompagnati dagli intermezzi musicali del percussionista Leo Cesari e del chitarrista Francesco Forni) è tutta qui. Non c’è teatro, se non nella sua componente ancestrale del sedersi attorno a chi ha qualcosa da raccontare. Eppure, spersi tra i lotti di Garbatella, con i panni stesi e il rumore della tv e del ferro da stiro che viene dalle finestre, quella del racconto diventa una dimensione sicuramente suggestiva. Continua a leggere Parole e corpi estemporanei tra i lotti di Garbatella

La centralità del margine

In uno spettacolo di qualche tempo fa, il teatro indipendente veniva definito provocatoriamente come il surrogato contemporaneo delle chiacchiere da bar. La battuta ironizzava sulla dimensione asfittica in cui chi si muove nella scena indipendente, priva di sovvenzioni e di strutture ufficiali dedicate, è costretto a condurre il proprio lavoro. Il festival Teatri di Vetro, con la sua formula fieristica, mira a dare non solo visibilità, ma anche spendibilità a questa scena che, per certi versi, è davvero “sommersa”. Ma quando due giorni fa è stato reso pubblico il programma, la sensazione che dava affondare il naso nel calendario, più che claustrofobica, era di piacevole smarrimento. Perché la pluralità dei linguaggi e dei modi anche radicalmente diversi di intendere la scena era immediatamente evidente. Una scena sommersa non è necessariamente una scena “giovane”, ma piuttosto invisibile, per lo meno ai circuiti istituzionali. La direzione artistica di questo festival lo ha ribadito più volte, chiarendo di volersi smarcare da un concetto scivoloso come quello di “nuova generazione”. Anche perché la comunità degli artisti che ha risposto al bando-appello di Triangolo Scaleno ha età differenti e, soprattutto, è composta da professionisti. Ecco allora spuntare un nome “storico” come quello di Marco Solari, che chiuderà la manifestazione assieme al duo Costanzo/Rustioni (già attori della compagnia di Barberio Corsetti), in scena con il loro spettacolo dedicato al teatro di Rodrigo García, e a «L’Assoluzione» de L’archimandrita, inquietante dialogo sul processo Andreotti – due spettacoli che abbiamo già avuto modo di apprezzare l’anno scorso a Short Theatre. Continua a leggere La centralità del margine