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Il teatro italiano tra “post” e “post”. Riflessioni sulla scrittura teatrale

scritturaLorenzo Pavolini, in un articolo apparso su questa rivista, notava come le differenze tra la scrittura teatrale e quella narrativa si fossero nel tempo assottigliate. L’utilizzo sempre più diffuso della prima persona e il diradarsi della letterarietà della lingua a favore di una lingua sempre più parlata ha reso, tendenzialmente, molti romanzi simili a dei monologhi. Allo stesso tempo molto teatro, compreso quello che proviene dalla cosiddetta ricerca, ha ripreso a “raccontare storie” e in forma tutt’altro che episodica (anche se deve scontrarsi con la tradizionale allergia ai nuovi nomi di parte del pubblico e degli operatori). Lo fa, per altro con una certa libertà compositiva che a volte si fa fatica a trovare nella narrativa degli ultimissimi anni, condizionata da esigenze commerciali (il genere, la scansione, la leggibilità) che sono essenziali per gli editori ma del tutto ininfluenti per chi scrive per il teatro. Tutto questo, per altro, avviene in un’epoca in cui invece si continua a vivere la letteratura e il teatro come due mondi separati (grazie anche al ponte fecondo che, nei decenni scorsi, si è invece venuto a creare tra arte contemporanea e teatro, spostando di molto l’accento sulle dinamiche della performance). Continua a leggere Il teatro italiano tra “post” e “post”. Riflessioni sulla scrittura teatrale

DDB 27 – Giorno 4: “Alzheimer mon amour”, Veronica Cruciani tra conferenza e spettacolo

testata DDB India 27

7. Perdita della memoria

Anche i silenzi possono parlare e anche l’oblio può essere un meccanismo del ricordo. È una visione dinamica, a tratti performativa, quella che Sandro Portelli, grande studioso delle storie orali, ha disegnato dell’arco della conferenza che lo ha visto colloquiare con lo scrittore Lorenzo Pavolini. Si tratta della prima delle tre conferenze organizzate da Veronica Cruciani con Christian Raimo, con l’obiettivo di far dialogare la letteratura contemporanea con il teatro contemporaneo raccolto nella Factory di India. Il tema dell’incontro era la «Perdita della memoria». E proprio sui blocchi della memoria e sui loro significati si è concentrata la riflessione di Pavolini, autore di un libro, «Accanto alla Tigre», dove racconta il suo rapporto con la figura del nonno, gerarca fascista ucciso a Dongo e poi appeso a Piazzale Loreto. Lorenzo, a 12 anni, lo apprende dai libri di scuola, perché in casa circolava una generica versione del “morto in guerra”. La rimozione, il blocco, la reticenza, sono strumenti di alcune generazioni per non parlare di un evento doloroso, luttuoso, vergognoso, impossibile da raccontare, che sconvolgerebbe la realtà così come è stata disegnata. Per la generazione successiva (quella di Lorenzo), invece la possibilità di fare i conti con quella storia, e così definitivamente archiviarla, risiede nel meccanismo della narrazione, del racconto, del renderla esplicita nell’atto della sua ricostruzione, dopo il blocco e la reticenza. Una vicenda simile la affronta anche lo scrittore Emmanuel Carrere – racconta Pavolini – che aveva un nonno che aveva collaborato coi nazisti e di cui la madre, finché era viva, gli impedì di scrivere. Continua a leggere DDB 27 – Giorno 4: “Alzheimer mon amour”, Veronica Cruciani tra conferenza e spettacolo

La sponda dell’editoria

Il teatro contemporaneo produce delle storie? Possiede, cioè, una narrazione sul presente che può andare oltre se stesso, oltre il momento impermanente della messa in scena? La questione è vecchia ed è connessa al ruolo della drammaturgia, che in un paese come l’Italia, polarizzato per anni da una tradizione orientata ai classici e una ricerca che ha rifiutato il testo in quanto tale, ha vissuto una costante ridefinizione. Eppure nell’ultimo periodo sembra che l’interesse verso gli autori di teatro si sia moltiplicato, e a sancire questo fenomeno è intervenuta anche l’editoria. Nonostante nel settore teatrale c’è chi lamenta un radicato disinteresse per gli autori, sembra invece che fuori dalle sale teatrali un certo interesse per il modo con cui si guarda al mondo dalle assi del palcoscenico sussista ancora. Forse l’operazione più visibile è quella di un grande editore come Einaudi che pubblica Ascanio Celestini, ma se in questo caso si può sollevare il dubbio sul fatto che oramai Celestini a una sua identità pubblica consolidata, che viaggia da sola, a confermare questo interesse ci sono i romanzi pubblicati da Fandango e Baldini Castoldi Dalai di autori meno visibili come Davide Enia, Emma Dante e Mattia Torre (ma sembra ci siano in cantiere altri lavori con autori come Saverio Laruina, Lucia Calamaro ed Enrico Castellani di Babilonia Teatri). Oppure la casa editrice romana Minimum Fax che pubblica un’antologia con i testi di Giuliana Musso, Tino Caspanello, Daniele Timpano, ma che dà anche alle stampe un lavoro di Eleonora Danco. C’è perfino una rinnovata attenzione al copione come oggetto di lettura, con operazioni come quella di Selleria, che dà alle stampe «La sponda dell’utopia» di Tom Stoppard, o la scelta di un piccolo ma molto interessante editore di Macerata che riporta alla luce un testo dimenticato di Jules Romains del 1930. Continua a leggere La sponda dell’editoria

La tigre e il gerarca

Il vecchio proverbio indiano, secondo cui chi cavalca la tigre non potrà più scendere se vuole domarla, fornisce lo spunto, il rovello (e perfino il titolo) da cui gemmano gli interrogativi attorno ai quali Lorenzo Pavolini – autore e protagonista di questo straordinario romanzo di memorie che è «Accanto alla tigre», da poco uscito per Fandango libri – porta avanti la sua riflessione, intreccio illuminante di storia patria, contemporaneità e biografia. Al centro della vicenda c’è la pesante eredità che grava nel cognome di Lorenzo, nipote di Alessandro Pavolini, noto gerarca e segretario del partito fascista repubblicano a Salò. La storia prende il via dalla singolare esperienza di Lorenzo che apprende del nonno sui libri di storia, alle medie, quando vede le foto dei cadaveri appesi a piazzale Loreto e leggendo il cartello con la scritta “Pavolini” intuisce immediatamente che si tratta di lui. Fino ad allora la sua famiglia aveva detto a Lorenzo che il nonno, mai conosciuto, era morto in guerra e nulla di più. Inizia così un viaggio personale attraverso le reticenze dei suoi parenti, ma anche nelle ricostruzioni della storiografia ufficiale, per capire il senso di una scelta così estrema come quella che ha condotto Alessandro Pavolini alla fucilazione a Dongo. Continua a leggere La tigre e il gerarca