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Che posto ha la tragedia in un mondo che non ha più il senso del tragico? Breve ragionamento attorno alla maratona teatrale di Jan Fabre

Jan Fabre - Mount Olympus

“Ma ti è piaciuto?”. La domanda me l’ha posta un amico alla fine di Mount Olympus, la maratona teatrale di Jan Fabre sulla tragedia greca, che si è svolta al Teatro Argentina dell’ambito del Romaeuropa Festival. Travolto da un finale rutilante, osannato con 40 minuti di applausi da un pubblico in delirio, e con addosso un senso di torpore che andava ben oltre la spossatezza e il sonno, non ho saputo rispondere. Sulla base di cosa? Di quello che ho visto? O di quello che ho vissuto in 20 delle 24 ore della maratona? (ho fatto una pausa tra le 7 e le 11 del mattino).

Ridurre il teatro al “mi piace” o “non mi piace” mi è sempre sembrato riduttivo, ma mai come in questo caso è qualcosa di totalmente fuorviante, anche perché “quello che ho visto” e “quello che ho vissuto” non sono esattamente la stessa cosa. Si sovrappongono, si compenetrano, si intersecano ma restano due elementi che non possono essere interscambiati. E questo è già un aspetto importante dell’opera del regista belga, che non può essere affrontata solamente con i criteri dello spettacolo. Continua a leggere Che posto ha la tragedia in un mondo che non ha più il senso del tragico? Breve ragionamento attorno alla maratona teatrale di Jan Fabre

Il teatro del Novecento e la volontà di potenza. Jan Fabre e Romeo Castellucci

Lo spettacolo «Prometheus – Landscape II» di Jan Fabre è stato una delle delusioni più grandi della Biennale Teatro di Venezia. Programmato anche al Romaeuropa festival, lo spettacolo sembrava riassumente dentro di sé quanto di retorico si stanno lasciando alle spalle gli esponenti della stagione artistica cui Fabre appartiene. Da questo punto di vista è uno spettacolo esemplare: perché i performer e i danzatori che lo hanno portato in scena erano di una bravura strepitosa; perché la sapienza registica era evidente; perché pur privo di struttura narrativa i tempi dello spettacolo erano perfetti e senza sbavature. Ma nonostante ciò lo spettacolo celebrava essenzialmente il vuoto. Non tanto perché l’idea di fondo – l’associazione mito-fuoco-peccato – fosse banale in sé, quanto perché ci mette di fronte a qualcosa di talmente evidente e già visto che, se presentato senza il benché minimo approfondimento, esso risulta necessariamente vuoto. E non nel senso di un’organizzazione del vuoto (come Lacan definiva l’arte), quanto di una sua pura decorazione, per giunta molto estetizzante. Un pretesto per il carnevale dionisiaco che Fabre ha voluto affrescare con tanta perizia e nessuna poesia.
Dopo il breve monologo iniziale, eseguito a sipario chiuso a mo’ di introduzione, in cui ci si domandava se la nostra società ha ancora bisogno di eroi (la parte più pregevole dello spettacolo), il resto del lavoro ruota attorno alla figura di un Prometeo palestrato che sembra uscito dalle pagine patinate di una rivista glamour, appeso a una croce di funi che più che un supplizio fa pensare a una pratica bondage. L’associazione non è sarcastica, perché le sequenze orgiastiche che seguono le frasi di Prometeo, il siparietto nazista e le gestualità masturbatorie (in senso letterale) non lasciano spazio, purtroppo, a nessuna ambiguità. Si tratta però di una provocazione che non provoca, di uno scandalo che non scandalizza più nessuno, perché assume forme talmente viste da risultare glamour (la pubblicità e la moda non usano forse gli stessi codici?). Continua a leggere Il teatro del Novecento e la volontà di potenza. Jan Fabre e Romeo Castellucci

Il sesso è peccato. Una riflessione sul percorso sui sette peccati capitali alla Biennale Teatro

Il laboratorio sui sette peccati capitali affidati ai sette “maestri” del teatro in programma alla Biennale Teatro sono stati presentati in chiusura del festival, in forma itinerante. I lavori si sono snodati dal palazzo della Fenice a campo Santo Stefano, e la possibilità di vedere la presentazione dei lavori all’interno di alcuni dei palazzi più belli di Venezia, non sempre accessibili al pubblico, è stato uno degli aspetti più interessanti di questo percorso. Dal punto di vista dei contenuti, invece, pur tenendo conto del fatto che si tratta di laboratori, si sono viste diverse cose interessanti. Tra queste spicca il lavoro di Ricardo Bartís, che ha interpretato la burocrazia come un peccato contemporaneo: il suo lavoro, ruotando attorno al tarlo dei manoscritti di Amleto gelosamente custoditi nella biblioteca comunale di Venezia, era quasi un allestimento compiuto, con un ritmo pressoché perfetto e un grande affiatamento nel gruppo degli attori. Anche Romeo Castellucci ha presentato un lavoro che ha la forza di una performance compiuta. Il pubblico, accolto in una splendida sala del teatro La fenice immersa completamente in una luce rossa, si trovava ad ascoltare dei nastri di presunte possessioni demoniache, mentre a turno gli attori si contorcevano in spasmi di presunta origine soprannaturale. Continua a leggere Il sesso è peccato. Una riflessione sul percorso sui sette peccati capitali alla Biennale Teatro

Jan Fabre e le formule del teatro. Una riflessione su «Preparatio mortis»

Dobbiamo ringraziare Jan Fabre per averci dato con «Preparatio Mortis», in scena al Palladium per il Romaeuropa Festival il 6 novembre scorso, un esempio perfetto di come si allestisce uno spettacolo contemporaneo. O meglio, una delle sue possibili incarnazioni. Lo spettacolo, estremamente curato nell’allestimento scenico e nelle luci, è sostanzialmente la performance di danza di una straordinaria Annabele Chambon, che sbuca da un catafalco ricoperto di fiori, che sembrano come respirare, finché la figura umana che dovrebbe esser morta emerge in una danza sinuosa e ipnotica, che si spinge fino a divenire furiosa, il tutto sotto una musica d’organo di eco vampiresca. Nella seconda parte della coreografia di Fabre il catafalco di cristallo diventa una sorta di acquario dove Chambon, tra un nugolo di farfalle, fa fluttuare il suo corpo nudo che ricorda una sirena, e quando il cristallo si appanna rendendo la sua figura ancora più evanescente, lei traccia col dito dei segni: un arco, delle onde, un bue, un fallo. Continua a leggere Jan Fabre e le formule del teatro. Una riflessione su «Preparatio mortis»