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Iran coast to coast. Un racconto di viaggio

Teheran è una città enorme, un grande agglomerato di cemento alle pendici di una catena montuosa, dove abitano circa diciassette milioni di persone. Per raggiungerla in taxi dal nuovo aeroporto Imam Khomeini, distante oltre trenta chilometri, la si taglia diametralmente a sud a nord. Attraversandola all’alba, quasi deserta, Teheran rivela un fascino particolare: le vie che salgono ripide verso il nord, puntellate di palazzi altissimi ancora immersi nell’oscurità, regalano una vertigine profonda.
Di giorno invece, congestionata dal traffico e satura di inquinamento, le sue strade raccontano la storia di una città cresciuta in fretta e senza un piano regolatore, ai tempi in cui l’attuale presidente Ahmadinejad era sindaco. I muri di Teheran però non sono grigi, perché le grandi facciate cieche dei palazzi servono da tela per le pitture murali che caratterizzano la città. Quelli più vecchi risalgono al tempo in cui i murales erano usati per la propaganda politica: inneggiano alla rivoluzione khomeinista; lanciano minacce all’indirizzo del Grande Satana (gli Stati Uniti) e del nemico per eccellenza, Israele; oppure ritraggono i volti dei tanti morti nella guerra contro l’Iraq. Ma tutta una serie di altri dipinti hanno una funzione puramente estetica, e spesso giocano con la prospettiva di questa immensa città cercando effetti tridimensionali o trompe l’oil. Continua a leggere Iran coast to coast. Un racconto di viaggio

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Fare arte a Tehran. Intervista ad Amirali Navaee

un fotograma da "Saba in the wind"

Amirali Navaee è un ragazzo alto e spigliato, con una perenne espressione sorridente sul volto. Inconfondibile con il suo cappello modello borsalino in testa, nei giorni del festival Fadjr di Teheran, la più grande manifestazione di teatro e di cinema della capitale iraniana, lo si incontra come tanti altri artisti nei caffè della capitale, a discutere dell’opera dei suoi coetanei e dei maestri più affermarti. Anche Amirali è un artista, per la precisione un filmaker. Ha realizzato diverse opere video e alcuni cortometraggi che sono stati proiettati anche in Europa, alla Biennale di Venezia e più di recente alla Berlinale. In Italia è stato ospite del festival Es.Terni, in Umbria, dove ha realizzato una videoistallazione intitolata «Saba in the wind», ispirata alla tradizione sufi, e ha presentato un cortometraggio dal titolo «My atomic beloved». Ambientato in una Teheran deserta dodici ore prima che una bomba atomica distrugga la città, il film racconta di un ragazzo che si aggira per la capitale iraniana in cerca della sua ex fidanzata, mentre tutto a torno la gente cerca di mettersi in salvo. Continua a leggere Fare arte a Tehran. Intervista ad Amirali Navaee

Le quinte di Teheran

piazza khomeini

«Benvenuto nel più grande spettacolo di teatro dell’assurdo del mondo: Teheran». A parlare è un uomo sulla sessantina, dai capelli bianchissimi e gli occhi azzurri penetranti e opachi come una pietra di turchese. Visto che siamo al Cafè Godot, un locale interamente dedicato a Samuel Beckett e al suo teatro – accanto al bancone c’è un albero spoglio, con sopra due bombette – la metafora, oltre che essere calzante, si rivela decisamente appropriata.
A Teheran, città senza un vero e proprio centro – piazza Khomeini non è altro che uno svincolo per le auto e un immenso parcheggio per i taxi – la gente si incontra principalmente nei caffè. È in questi posti che studenti, artisti ma anche gente normale passa il tempo, discute, si incontra. Sono soprattutto giovani, perché la popolazione dell’Iran è costituita in buona parte da persone sotto i trent’anni. Non è raro ascoltare qualcuno che si lamenta di Ahmadinejad e del suo governo, e si domanda quando finirà il regime dei mullah. In modo tanto esplicito? Sì. «Quello che si dice non importa a nessuno. Devi stare attento a quello che fai», mi confida un ragazzo, e fa riferimento alle proteste della fine del 2009. Diverse persone sono state prelevate direttamente nelle loro case, e spesso non si ha più traccia di loro per giorni interi.
Il mio interlocutore dagli occhi turchesi si chiama F., e di mestiere legge la fortuna. Nelle linee della mano, attraverso un sistema cromatico, facendo oscillare un pendaglio apparentemente di antica fattura. Si aggira per i tavoli in cerca di clienti. «Sono tutte stronzate – mi dice sorridendo – ma le ragazze ne vanno matte». È un modo come un altro di sbarcare il lunario, ma gli permette di osservare la gente, le domande che si fanno, le loro reazioni, i loro desideri. E tra quello che passa per la testa della gente e lo stile di vita che il regime vorrebbe imporre c’è un divario piuttosto vistoso. Continua a leggere Le quinte di Teheran