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Dagli intellettuali agli opinionisti, così siamo diventati ignoranti

walter sitiCi aspetta un futuro senza intellettuali? È questa la domanda attorno a cui sono ruotati gli incontri organizzati da Attilio Scarpellini e da me per i Quaderni del Teatro di Roma, all’interno dell’ottava edizione di Short Theatre, festival di teatro contemporaneo che quest’anno si è tenuto interamente alla Pelanda, negli spazi suggestivi dell’Ex Mattatoio di Testaccio. Una domanda dal sapore apocalittico, che nella suggestione che abbiamo lanciato cercava di rispolverare il lessico della fantascienza. Perché a volte, per chi opera nel settore della conoscenza, il progressivo affievolirsi delle voci capaci di criticare l’esistente all’interno del dibattito culturale ha i contorni surreali della fantascienza, qualcosa a cui non si riesce a dare un contorno razionale. Forse perché, nonostante si parli da decenni degli effetti della società di massa, l’idea di intellettuale a cui facciamo riferimento è quella del Novecento, quella cioè di un’autorevole voce critica in gradi di pesare nel dibattito pubblico e perfino di influenzarne, in parte, il corso. Un tipo di intellettuale che, ricordava Attilio Scarpellini, prende la sua fisionomia “engagé” a partire dal «J’accuse» di Émile Zola, che inaugura con due anni d’anticipo – era il 1898 – quella figura che, nonostante il secolo breve sia finito da oltre un decennio se si guarda alla matematica e da quasi un quarto di secolo se si presta fede al saggio di Hobsbawn, resta ancora oggi il vero riferimento nell’attività di critici, scrittori e artisti che immaginano un ruolo sociale a ciò che pensano, scrivono e creano. Continua a leggere Dagli intellettuali agli opinionisti, così siamo diventati ignoranti