Archivi tag: Giancarlo Cauteruccio

Eneide di Krypton, trent’anni dopo

eneide krypton 2014Tre coni d’amplificazione che adornano lo scafo di un Trireme, l’antica nave da guerra greca, sparano sonorità verso il pubblico dal fondo della sala. Dal cono centrale parte un fascio di laser che, fendendo la nebbia, ricrea l’effetto delle onde del mare: onde tecnologiche e colorate, che suggeriscono un pano- rama digitale. Nella nebbia si aggira un guerriero (Giancarlo Cauteruccio) che, con arma- tura e lancia – anch’essa di luce – declama le avventure di Enea e dei suoi compagni, scampati alla disfatta di Troia. Alla sua voce si alterna il canto di una voce femminile, registrata: quella di Ginevra Di Marco. Così come i musi- cisti guerrieri non potevano che essere Gianni Maroccolo, Antonio Aiazzi e Francesco Magnelli – autori delle musiche originali dell’Eneide del 1983 (lo spettacolo che lanciò Krypton nel panorama nazionale e internazionale), all’epoca firmate come Litfiba e oggi come Liftiba-Beau Geste (la nuova band che li raccoglie). È un’Eneide 2.0, questa proposta da Cauteruccio, dove laser e paesaggi visivi si avvalgono dell’odierna tecnologica per ricreare quel gesto cyberpunk che, trent’anni fa, aprì la strada in Italia alle architetture di luce. Lontano dal gusto di oggi, ma non per questo meno affascinante, l’Eneide del 2014 ci parla e con forza dell’utopia estetica di una stagione che ripensò profondamente l’idea di scena – un ripensamento con cui idealmente facciamo ancora i conti, non solo e non tanto come orizzonte estetico, quanto come possibilità di esplorazione delle potenzialità e dell’impatto che può raggiungere la visione teatrale. Continua a leggere Eneide di Krypton, trent’anni dopo

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«Perduto Pinocchio» di Virginio Liberti

perduto pinocchio - taddei libertiUn uomo solo, sdraiato malamente su un divano, con la barba lunga e uno zuccotto di lana in testa, apre la scena di «Perduto Pinocchio», spettacolo che dà inizio alla stagione 2014 del Teatro Studio di Scandicci. Ricorda in tutto e per tutto un clochard, ma come capiamo subito l’uomo è in realtà chiuso in una stanza, rinchiuso potremmo dire, autoreclusosi per mettere una rete di protezione tra sé e il mondo esterno. Quest’uomo (Tommaso Taddei) presenta tutti i segni della depressione, dell’ossessione per il passato. Che Pinocchio è mai questo? È il Pinocchio immaginato da Virginio Liberti, regista e autore del testo. Non più il burattino scanzonato, ma l’uomo adulto, il frutto della trasformazione di Pinocchio in bambino vero – così come lo avevamo lasciato alla fine della fiaba di Collodi – e della sua crescita e maturità. Ma che maturità può mai avere chi ha lasciato la “fiaba” per la vita reale? Chi parlava con gli animali e aveva come mamma putativa nientemeno che una fata? Pinocchio è un reietto, un emarginato. Quando era piccolo e raccontava le sue avventure mirabolanti gli dicevano che aveva tanta fantasia; quando è cresciuto, che aveva dei problemi; quando è divenuto adulto, che era pazzo. Chi, tra i sani di mente, potrebbe cianciare con tranquillità di mostri marini e gatti parlanti senza essere preso per un mitomane? Così – sembra suggerire Liberti – prima che il mondo lo recluda, Pinocchio reclude il mondo fuori da casa sua. In questa scelta drammaturgica che apre il Pinocchio Perduto le implicazioni sono molteplici e suggestive. Pinocchio, il burattino che diceva le bugie e per questo gli si allungava il naso, sembra scegliere un estremo atto di “verità”: piuttosto che negare sé stesso, la sua infanzia e la sua fiaba, sceglie di negare il mondo. In molti al suo posto preferirebbero l’uniformità, e dopo anni passati a raccontarsi che la memoria fa brutti scherzi, avrebbero finito per credere davvero di essersi inventati tutto. Continua a leggere «Perduto Pinocchio» di Virginio Liberti

Un Finale di partita ben inciso da Giancarlo Cauteruccio

Cauteruccio Finale-di-partitaIl fascino che sprigiona dall’allestimento che Giancarlo Cauteruccio ha immaginato e diretto nella sua nuova versione di Finale di partita  di Samuel Beckett risiede tutto nella caratterizzazione dei personaggi. E non è una cosa scontata, perché il testo del drammaturgo irlandese è allo stesso tempo ancora profondamente suggestivo e talmente frequentato dal teatro – nelle sue tematiche, nei suoi rovelli – da renderlo un materiale incandescente e difficilmente manipolabile. Cauteruccio ci restituisce, interpretandolo, un Hamm coriaceo e grottesco, stretto nella sua immobilità che è tanto corporale quanto morale, accanto al quale trotterella un Clov che sembra un soldatino a molla (Fulvio Cauteruccio), impossibilitato a stare fermo. Anche Francesca Ritrovato e Francesco Argirò, i due giovani interpreti di Nagg e Nell, danno corso a una straordinaria e intensa interpretazione: i decrepiti genitori di Hamm che vivono, senza gambe, in due secchi per la spazzatura, sono per altro l’invenzione più dirompente dal punto di vista visivo del testo beckettiano; sono loro a far irrompere sulla scena il riverbero post-apocalittico di Finale di partita. Come quindici anni fa, nel 1998 – quando Cauteruccio portò in scena la versione calabrese del capolavoro beckettiano, U juocu sta finisciennu – il dialetto gioca un ruolo importante, ma non totalizzante: presente solo a sprazzi, in questa versione è più una sorta di interferenza, una caduta della lingua che aiuta a disegnare i contorni dell’abisso umano immaginato da Beckett, proprio grazie al suo carico di “realtà”, di lingua primaria e non mediata. Continua a leggere Un Finale di partita ben inciso da Giancarlo Cauteruccio

Disoccupate le strade dai sogni

Quello che segue è il testo dell’intervento che ho tenuto l’11 dicembre 2010 al convegno organizzato da Zoom Festival, presso il Teatro Studio di Scandicci. La sera prima ho riordinato gli appunti che avevo tirato giù per l’intervento, ma quando li ho riletti ho avuto un sussulto: ero stato chiamato a parlare del teatro che scende in piazza e il risultato della mia riflessione era piuttosto “conservatore”. Che mi succede? mi sono chiesto. E ho inviato le persone che partecipavano al convegno a darmi una mano a capirlo. Quell’invito è ancora valido.

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“Disoccupate le strade dai sogni
e regalateci le vostre parole”
(Claudio Lolli – «Incubo numero zero»)

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1. Quando Giancarlo Cauteruccio mi ha invitato a riflettere e a parlare del teatro che esce dai luoghi teatrali per andare nelle strade, sui tetti, nei luoghi non convenzionali – così come stanno facendo gli studenti e gli operai in queste settimane di protesta – ho pensato immediatamente agli anni Novanta. Sono gli anni in cui cominciavo ad occuparmi di teatro, a Roma partiva una stagione che si sarebbe definita all’inizio del decennio successivo, caratterizzata da un’effervescenza che impressionava soprattutto nei numeri: centinaia di compagnie e decine di spazi – occupati, privati, associativi – creavano una sorta di circuito indipendente che dava finalmente respiro a un mondo che non aveva accesso ai luoghi ufficiali e alle risorse pubbliche, sclerotizzate nelle logiche degli stabili e della commissione delle pubbliche amministrazioni. In questa polarità, che a Roma è schiacciante, non c’era posto per l’eccellenza e la sperimentazione.
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