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Dagli intellettuali agli opinionisti, così siamo diventati ignoranti

walter sitiCi aspetta un futuro senza intellettuali? È questa la domanda attorno a cui sono ruotati gli incontri organizzati da Attilio Scarpellini e da me per i Quaderni del Teatro di Roma, all’interno dell’ottava edizione di Short Theatre, festival di teatro contemporaneo che quest’anno si è tenuto interamente alla Pelanda, negli spazi suggestivi dell’Ex Mattatoio di Testaccio. Una domanda dal sapore apocalittico, che nella suggestione che abbiamo lanciato cercava di rispolverare il lessico della fantascienza. Perché a volte, per chi opera nel settore della conoscenza, il progressivo affievolirsi delle voci capaci di criticare l’esistente all’interno del dibattito culturale ha i contorni surreali della fantascienza, qualcosa a cui non si riesce a dare un contorno razionale. Forse perché, nonostante si parli da decenni degli effetti della società di massa, l’idea di intellettuale a cui facciamo riferimento è quella del Novecento, quella cioè di un’autorevole voce critica in gradi di pesare nel dibattito pubblico e perfino di influenzarne, in parte, il corso. Un tipo di intellettuale che, ricordava Attilio Scarpellini, prende la sua fisionomia “engagé” a partire dal «J’accuse» di Émile Zola, che inaugura con due anni d’anticipo – era il 1898 – quella figura che, nonostante il secolo breve sia finito da oltre un decennio se si guarda alla matematica e da quasi un quarto di secolo se si presta fede al saggio di Hobsbawn, resta ancora oggi il vero riferimento nell’attività di critici, scrittori e artisti che immaginano un ruolo sociale a ciò che pensano, scrivono e creano. Continua a leggere Dagli intellettuali agli opinionisti, così siamo diventati ignoranti

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Al Valle occupato si discute di “cognitariato”

L’assemblea di venerdì scorso, 24 giugno, al Valle Occupato ha messo insieme le esperienze di settori diversi – cinema, teatro, letteratura, ma anche ricerca universitaria – per ragionare finalmente in modo unitario su quello che sta accadendo a chi lavora nel settore della conoscenza in Italia, e quindi per estensione all’identità culturale del nostro paese. Il quadro che è stato disegnato dagli interventi è a dir poco desolante; ma il fatto che ogni analisi e ogni esperienza raccontata andavano ad incastrarsi perfettamente con le altre, anche quando queste provenivano da settori diversi con logiche di lavoro diverse, ha al contrario funzionato da detonatore per il grande entusiasmo che si respirava in sala. Perché quello che da tempo è stato accennato sullo stato comatoso dell’Italia prendeva finalmente una forma chiara; perché i tanti problemi e vicoli ciechi discussi tra appartenenti a una certa categoria acquistavano di colpo una luce diversa e più chiara; e forse, aspetto più semplice ma non per questo secondario, perché ci si sentiva meno soli.
C’è chi li ha definito questa assemblea come un possibile start-up per degli Stati Generali della cultura. Forse è presto per dire se l’analisi complessa uscita dall’incontro avrà un seguito concreto, o se le realtà che vi hanno preso parte non ripiomberanno piuttosto nelle loro singolarità. Di certo, però, l’atmosfera che si respirava, oltre che di grande concitazione, era anche di grande entusiasmo. Continua a leggere Al Valle occupato si discute di “cognitariato”