Archivi tag: drammaturgia contemporanea

«Due passi sono» di Carullo Minasi

Carullo Minasi - due passi sonoSe con questo spettacolo, intitolato «Due passi sono», il duo siciliano composto da Cristiana Minasi e Giuseppe Carullo si sono imposti all’attenzione delle scene un motivo c’è. Sta in parte nella scrittura, capace di reiventare la lezione beckettiana per condirla di leggerezza, giocando il dialogo di una coppia incapace di uscire dalla stanza in cui sono autoreclusi come se si trattasse di un quotidiano rarefatto, a metà tra la fiaba e il fumetto. E di fumetto si può parlare a ragion veduta per questo spettacolo: non solo per la scenografia essenziale condita da un buffo fiore il cui gambo si snoda fino a un metro d’altezza; e nemmeno soltanto per l’andamento veloce e caustico delle scene, che ogni tanto si disperdono in considerazioni di carattere para-filosofico, procedendo come altrettante “strip” fumettistiche. A completare il quadro c’è la fisicità minuta dei due performer, in grado di incarnare senza sforzo l’ossimoro di un testo che presenta al contempo levità e profondità. Come è appunto, guarda caso, nelle fiabe. Un riferimento non tanto all’atmosfera – di “fiabesco” non c’è nulla – ma al finale romantico e all’allegoria tutta particolare delle favole, che la fisicità al contempo antica e infantile di Cristiana Minasi e Giuseppe Carullo sa materializzare mirabilmente sulle assi del palcoscenico.

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La scatola e il contenuto 1 – La Casa dei Teatri e della Drammaturgia Contemporanea

teatro-villa-torloniaIl 7 dicembre a Roma è stato inaugurato il Teatro di Villa Torlonia, che si va ad aggiungere al circuito cittadino della Casa dei Teatri e della Drammaturgia Contemporanea, inaugurato dalla giunta Alemanno. Dopo neanche ventiquattro ore, sui social network, si scatenano le polemiche: il teatro, che si trova all’interno di un gioiello architettonico, è stato ristrutturato senza tenere in considerazione i parametri dello spettacolo contemporaneo: scarsa visibilità, palco troppo alto. Ovvero un luogo che nega il teatro come è oggi. Il problema della ristrutturazione dei teatri, lungi dall’essere un problema romano, è una deriva drammatica che riguarda l’intera nazione – e bisognerebbe trovare la sede per discuterne. Le amministrazioni pubbliche italiane, pur cariche di buone intenzioni, spesso ristrutturano spazi senza la consapevolezza di cosa deve svolgersi al loro interno (a volte seguendo concezioni della visione teatrale così antiche che sorge il dubbio che la formazione degli architetti sia anch’essa avvenuta nel Settecento). Insomma, si fabbrica o si ristruttura la scatola senza tenere in considerazione le caratteristiche del contenuto. Continua a leggere La scatola e il contenuto 1 – La Casa dei Teatri e della Drammaturgia Contemporanea

Tre Soldi – Radio 3 :: Ritratti dal Teatro India (puntata n°3)

RITRATTI DAL TEATRO INDIA

Puntata n°03 – DRAMMATURGIE
Daniele Timpano – Andrea Cosentino – Lucia Calamaro

Diciotto compagnie teatrali stanno abitando il Teatro India di Roma per un progetto che ruota attorno al concetto di “perdita”. Prove, laboratori, tavoli di discussione, incontri tra artisti e pubblico si alternano in un’abitazione inedita di questo spazio, da molti considerato uno dei più belli d’Italia tra quelli destinati alla creazione contemporanea. La Factory di India raccoglie, a suo modo, uno spaccato coerente di quella che è la scena contemporanea italiana, concentrandosi su quella parte nata e cresciuta nel territorio della Capitale. Quasi tutti gli artisti coinvolti sono presenti in modo costante nei cartelloni dei principali festival di teatro contemporaneo e alcuni sono già proiettati nella scena internazionale.  Continua a leggere Tre Soldi – Radio 3 :: Ritratti dal Teatro India (puntata n°3)

Il treno della drammaturgia

Da un po’ di tempo in qua nel teatro contemporaneo si parla con insistenza di “drammaturgia”. Dopo anni in cui il ruolo dell’autore, in teatro, è stato relegato “in fondo a destra, accanto all’uscita”, come diceva sarcasticamente Copeau, oggi invece la presenza del drammaturgo viene richiesta a gran voce. Un po’ per stare in linea con quanto avviene nel resto del mondo, un po’ per la rinnovata consapevolezza che una struttura drammaturgica è l’asse portante di qualunque spettacolo, sia esso o meno di parola. Di colpo “drammaturgia” è diventata la parola magica in grado di accendere interessi e persino di aprire porte. Ma siamo certi di intenderci davvero quando parliamo di “drammaturgia”?

L’Italia ha una carenza di attenzione verso la drammaturgia che non è casuale. Durante il secolo scorso, nel nostro paese si è condensata una forte e ricca tradizione di teatro di regia prima e di teatro di ricerca poi. In quei contesti il fulcro della creazione era il regista demiurgo o il collettivo artistico. Oggi la parabola del teatro di regia sembra giunta alla fine, mentre la ricerca attraversa una fase di profondo ripensamento di se stessa e dei propri linguaggi, nel tentativo di uscire dall’impasse di un linguaggio diventato “esoterico” e a volte sostanzialmente elitario. Tra le formule più convincenti, per battere nuove vie, c’è quella invocata più volte da un regista come Massimiliano Civica: un teatro popolare d’arte, in grado cioè di parlare a pubblici popolari ma rimanendo oggetto d’arte. Continua a leggere Il treno della drammaturgia

Autori. Il catalogo è questo? Un’indagine informale sulla drammaturgia italiana

A cosa pensiamo quando parliamo di drammaturgia italiana? La domanda ce la siamo posti, all’interno della redazione dei Quaderni, per più di una ragione. Da un lato la scelta di questa rivista di dedicare uno spazio di approfondimento fisso alla “parola a teatro”, che nei decenni scorsi sembrava essere rappresentata esclusivamente dalla tradizione sui palchi ufficiali e al contempo aver consumato un divorzio definitivo dalla scena cosiddetta di ricerca. Oggi invece si parla insistentemente di nuove drammaturgie. Qualcosa sta cambiando? Può darsi, ma di certo il ruolo del testo nel teatro contemporaneo è ancora tutto da reinventare, sia per l’autorevolezza perduta degli autori rispetto al grande pubblico (cosa vera in Italia, ma non ad esempio in Inghilterra), sia perché oggi la drammaturgia di parola è qualcosa di più ampio della semplice idea di copione.
Il Teatro di Roma, in occasione di questa stagione che attraversa il 150° anniversario dell’unità d’Italia, ha scelto non a caso di puntare su Pirandello, con Gabriele Lavia che ha puntato su un testo meno conosciuto come «Tutto per bene». A cento anni di distanza il nome del premio nobel per la letteratura è ancora l’unico nome (assieme forse a quello di Eduardo De Filippo che però è assai più connotato geograficamente) ad essere riconosciuto universalmente – e cioè anche da chi a teatro non ci va – come esponente di una drammaturgia nazionale. Ma un solo nome equivale a nessun nome. Continua a leggere Autori. Il catalogo è questo? Un’indagine informale sulla drammaturgia italiana

Il Valle diventi un centro per la nuova drammaturgia. La proposta degli occupanti

Un centro dedicato alla drammaturgia italiana contemporanea. È questa la proposta che gli occupanti del Teatro Valle hanno avanzato per il destino della storica sala romana. Pochi giorni fa il sottosegretario dei Beni Culturali Francesco Giro aveva sottolineato che la soluzione per il Valle era stata trovata dalla politica senza che gli occupanti avanzassero una proposta, cosa che rendeva ai suoi occhi ancora meno legittimo il prolungarsi dell’occupazione. Ora la proposta è arrivata e suona come una deflagrazione. Non tanto o non solo per il contenuto, quanto per la sua gittata.
Guardiamo ai fatti: dal 1° luglio il Teatro Valle è passato dal ministero dei Beni culturali al Comune di Roma, che ha chiesto al teatro di Roma di gestirlo per la stagione 2011/12, in rete con altre istituzioni culturali della città (si dice Romaeuropa Festival e Teatro dell’Opera su tutte). Dopo un periodo di incertezza, il Comune ha reperito anche un milione e 200mila euro per la gestione del teatro. Questa la soluzione della giunta Alemanno. Ma a ben vedere, nulla è risolto davvero. Certo, il teatro resta pubblico, ma solo per un anno, in attesa di un bando che – senza la prospettiva di un fondo pubblico per la gestione – è necessariamente destinato ai privati. È vero, è stato stanziato oltre un milione di euro, ma da quello che si sa quella cifra è in grado di coprire solo il costo della macchina Valle – cioè le utenze, gli stipendi dei dipendenti, la gestione – mentre di soldi destinati alla programmazione non si è ancora parlato. Continua a leggere Il Valle diventi un centro per la nuova drammaturgia. La proposta degli occupanti

Lucia Calamaro. Oltre l’ombra della vergogna

«La mia vergogna c’era prima di me, io ci sono solo caduta dentro». Su questa sentenza folgorante, apice di un’impressionante tassonomia dell’insicurezza umana, si apre «Magick», scritto e diretto da Lucia Calamaro, un’autobiografia della vergogna che pescando nel profondamente intimo riesce ad essere profondamente universale. Perché la vergogna d’esser guardati per essere giudicati – nell’aspetto fisico come nello spirito, che sul corpo lascia i suoi segni – è qualcosa che monta grazie a uno sforzo collettivo, evocata dalle ansie combinate della famiglia italica, ovattato ricettacolo di ogni angoscia irrisolta del proprio “io” che prende giorno dopo giorno le fattezze dell’“altro” (madre, padre, figlia). Continua a leggere Lucia Calamaro. Oltre l’ombra della vergogna

Sulla scrittura di Lucia Calamaro

Lucia Calamaro è un’artista “fuori formato” anche per la galassia, già di per sé vasta e multiforme, del panorama di ricerca romano e italiano. La sua formazione ha radici all’estero, e questo aspetto ha certamente avuto un ruolo nel percorso di Malebolge, la compagnia da lei fondata: l’estrema libertà e la caparbietà con cui ha costruito una cifra precisa del suo fare teatro né è la testimonianza più visibile.
Uno dei tasselli principali del lavoro di Malebolge è la scrittura di Lucia Calamaro, autrice e regista. Una scrittura, si potrebbe dire, che prosegue “a cerchi concentrici”. Le parole dei suoi personaggi, come i personaggi stessi, sembrano essere lì un po’ per caso, senza un vero perché. Si guadagnano spazio quasi chiedendo scusa, oppure prorompendo in una determinata quanto del tutto arbitraria richiesta di attenzione – atteggiamento classico degli “esclusi” che vogliono farsi ascoltare. E poi esplodono. Personaggi e parole. Lanciato il sasso – immagine verbale e immaginario poetico – si espandono, crescono, prorompono “a ondate”, e poi, quando finalmente sembra che debbano giungere a un culmine, un apice di senso, semplicemente si sgonfiano, si ritirano, si acquietano, quasi ancora una volta chiedendo scusa. Svaniscono pian piano nel buio, nell’indistinto da cui erano sbucati. Continua a leggere Sulla scrittura di Lucia Calamaro