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DDB 30 – Giorno 7: “Actor Stadio”

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12. Actor Stadio – primo incontro

Al tavolo dell’attore, momento di discussione costruito durante la fase precedente all’apertura di Perdutamente, hanno partecipato molte delle compagnie della Factory: da Francesca e Andrea dei Biancofango a Diana dei Santasangre, da Andrea Baracco a Manuela Cherubini e Luisa Merloni di Psicopompo teatro, e altri ancora. La restituzione di questa elaborazione sul ruolo dell’attore e sui confini sempre più incerti della sua arte ha preso il titolo di «Actor Stadio»: un momento pubblico di ragionamento sull’attore. Una sorta di speaker’s corner collettivo dove dubbi, intuizioni e personalissimi punti di orientamento si sono affastellati, assumendo la forma più classica dell’elaborazione fatta da più persone con diversi punti di vista: la domanda. Continua a leggere DDB 30 – Giorno 7: “Actor Stadio”

DDB 29 – Giorno 6: “Moby Dick” e “Seppur voleste colpire”

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10. Moby Dick (Teatro delle Apparizioni)

Una narrazione che si espande come un flusso d’acqua, come una corrente marina che prende forma grazie al racconto, alla recitazione, ma anche grazie alle immagini proiettate a pioggia sul palco, attorno alle quali si raduna il pubblico. Un pubblico contenuto, di 80/100 persone, che si accalca attorno al rettangolo della visione proiettata a terra, che visualizza di volta in volta il mare in tempesta, il profilo del Pequod (il vascello comandato dal capitano Achab), la sagoma inquietante della balena bianca. E da dentro l’immagine, a volte di lato a raccontare, a volte “fuso” con essa, Dario Garofalo dà voce a Ismaele, l’io narrante del classico di Herman Melville. Ma non c’è solo la cornice suggestiva di una dispositivo visivo che sembra quasi inglobare il pubblico, che guarda in basso come dentro un pozzo in cui prende corpo la storia; c’è anche la scelta, da parte di Fabrizio Pallara che ha ideato lo spettacolo, di lavorare attorno a un segno grafico non solo riconoscibile, ma gravido di una sua storia. Quella di Rockwell Kent, primo illustratore di «Moby Dick» e viaggiatore a sua volta, che diede alle stampe nel 1930 una storica edizione illustrata in bianco e nero. Continua a leggere DDB 29 – Giorno 6: “Moby Dick” e “Seppur voleste colpire”

DDB 28 – Giorno 5: “Nollywood, io non sono così” (puntate 1-5)

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9. Nollywood – io non sono così (in privato)

L’arte di “ritrattare” non è necessariamente quella di cambiare versione dei fatti. Ma può avere anche che fare con quella di tracciare le identità – identità plurali, magari, stratificate come lo sono tutte, ma forse ancor più complesse se, come in questo caso, si tratta delle identità degli artisti. Una distorsione del termine “ritrarre”. Così sembra averla intesa l’Accademia degli Artefatti con il progetto Nollywood, che tutti i giorni di Perdutamente propone una perfomance di durata variabile che “ritratta” di volta in volta un artista della Factory.

Fabrizio Arcuri e Matteo Angius hanno fatto una scelta complessa nel declinare la loro presenza al Teatro India. Coerentemente con l’idea di collaborazione con le altre compagnie il più allargata possibile, hanno proposto ai loro colleghi di essere gli protagonisti delle loro performance, intervistandoli e chiedendo loro di regalargli una parola importante per loro, una canzone e un’urgenza. Tutti materiali attorno ai quali vengono costruiti i 16 appuntamenti di Nollywood (con la geniale complicità di Magdalena Barile, che a partire da questi materiali immagina e scrive le drammaturgie). Gli ignari protagonisti, catapultati nel mezzo di una scena che non conoscono, non sanno nulla di quello che accadrà. Sembrerebbe un meccanismo autoreferenziale – le compagnie di Perdutamente che parlano della compagnie di Perdutamente – se non fosse che Arcuri, nel trattare i materiali delle interviste, li ha inseriti in un dispositivo che ne fa oggetti a sé, leggibili anche da chi non conosce da vicini le compagnie di India. Continua a leggere DDB 28 – Giorno 5: “Nollywood, io non sono così” (puntate 1-5)

DDB 27 – Giorno 4: “Alzheimer mon amour”, Veronica Cruciani tra conferenza e spettacolo

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7. Perdita della memoria

Anche i silenzi possono parlare e anche l’oblio può essere un meccanismo del ricordo. È una visione dinamica, a tratti performativa, quella che Sandro Portelli, grande studioso delle storie orali, ha disegnato dell’arco della conferenza che lo ha visto colloquiare con lo scrittore Lorenzo Pavolini. Si tratta della prima delle tre conferenze organizzate da Veronica Cruciani con Christian Raimo, con l’obiettivo di far dialogare la letteratura contemporanea con il teatro contemporaneo raccolto nella Factory di India. Il tema dell’incontro era la «Perdita della memoria». E proprio sui blocchi della memoria e sui loro significati si è concentrata la riflessione di Pavolini, autore di un libro, «Accanto alla Tigre», dove racconta il suo rapporto con la figura del nonno, gerarca fascista ucciso a Dongo e poi appeso a Piazzale Loreto. Lorenzo, a 12 anni, lo apprende dai libri di scuola, perché in casa circolava una generica versione del “morto in guerra”. La rimozione, il blocco, la reticenza, sono strumenti di alcune generazioni per non parlare di un evento doloroso, luttuoso, vergognoso, impossibile da raccontare, che sconvolgerebbe la realtà così come è stata disegnata. Per la generazione successiva (quella di Lorenzo), invece la possibilità di fare i conti con quella storia, e così definitivamente archiviarla, risiede nel meccanismo della narrazione, del racconto, del renderla esplicita nell’atto della sua ricostruzione, dopo il blocco e la reticenza. Una vicenda simile la affronta anche lo scrittore Emmanuel Carrere – racconta Pavolini – che aveva un nonno che aveva collaborato coi nazisti e di cui la madre, finché era viva, gli impedì di scrivere. Continua a leggere DDB 27 – Giorno 4: “Alzheimer mon amour”, Veronica Cruciani tra conferenza e spettacolo

DDB 26 – Giorno 3: Deflorian-Tagliarini con Monica Piseddu e “Estremistan – cartolina 1”

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5. Ce ne andiamo per non darvi altre preoccupazioni (Daria Deflorian, Antonio Tagliarini, Monica Piseddu)

Quattro anziane signore greche che, in modo composto e dignitoso, si tolgono la vita. Si sono viste dimezzare la pensione, la mutua non paga più le loro medicine e loro decidono di farla finita e, in questo modo, di lasciare quel poco destinato a loro a chi ne ha bisogno. È da questa immagine che parte «Ce ne andiamo per non darvi altre preoccupazioni», il nuovo lavoro di Daria Deflorian e Antonio Tagliarini in collaborazione qui con Monica Piseddu. Anzi, che “non parte”, perché la mezz’ora di studio presentata a perdutamente inizia proprio con l’ammissione di un fallimento: l’impossibilità di mettere in scena questa storia, che pure se si tratta di fiction (è tratta dall’incipit di un romanzo giallo di Petros Markaris) tratteggia in modo incredibilmente preciso il nodo di disperazione che si avvita nelle biografie dei cittadini più poveri dell’Europa erosa dalla crisi economica. Continua a leggere DDB 26 – Giorno 3: Deflorian-Tagliarini con Monica Piseddu e “Estremistan – cartolina 1”

DDB 25 – Giorno 2: Eco (Opera) e Clima (MK)

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3. Eco

Anche un fantasma o un ricordo possono essere considerati un’eco dell’esistenza, una forma visibile ma immateriale che può materializzarsi e svanire senza una ragione apparente, o seguendo le vie incerte e buie dell’inconscio. Non è detto che Vincenzo Schino abbia fatto questo stesso ragionamento nel costruire le due istallazioni visive e performative che compongono «Eco» – quello che è certo, però, è la maestria con cui sa dosare l’intensità delle immagini che crea, dando loro una sorta di vita, un’onda che le attraversa, come un riverbero che è in grado di entrare in risonanza col riverbero interiore di chi guarda. Questo accade, visibilmente, agli spettatori che osservano in silenzio la “pozza” nera dove appaiono come fantasmi i volti di tanti “perduti” (non le anime dantesche, bensì gli artisti della Factory di India). Continua a leggere DDB 25 – Giorno 2: Eco (Opera) e Clima (MK)

DDB 24 – Giorno 1: il Foyer e i Tony Clifton

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1. L’apertura

Intanto l’atmosfera. Il Teatro India non lo si era (quasi) mai visto così. Almeno non in inverno. Con un foyer allestito per “trattenere” – qualità del “teatro” secondo Claudio Morganti e il suo «Metodo Morg’hantieff», che si distingue da quella dello spettacolo, che sa solo “intrattenere”. Luci che disegnavano un ambiente più caldo di come siamo abituati a vedere il grande “hangar” che accoglie il pubblico prima dell’ingresso in sala; divani, tappeti, lampade che allestivano vari ambienti di relax e chiacchiera, dove la gente si poteva fermare, guardarsi, parlare. E poi istallazioni e performance un po’ ovunque, e la gente che vagava tra tutti questi elementi immersa in un’atmosfera di festa – per l’inaugurazione di Perdutamente, certo, ma anche perché il tempo dell’attesa è dilatato, non c’è solo lo spettacolo da vedere per poi fuggire verso casa, si può “abitare” questo spazio e finalmente guardarsi negli occhi, incontrarsi, scambiare opinioni o anche solo perdere del tempo (per restare sul tema della Factory).

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DDB 22 – Frammenti di un discorso antispettacolare

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Il lavoro di Daria Deflorian e Antonio Tagliarini, nella scena come in prova, procede per discussioni. È un percorso di confronto, ma intimamente maieutico, condotto su un piano di assoluta parità. È da lì, da questo confronto, che scaturisce il senso dello spettacolo e anche parte della drammaturgia (che questo processo lo rispecchia). È quanto di più “socratico” mi è capitato di vedere dietro le quinte in teatro.
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DDB 21 – Senza pelle

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Loro definiscono il lavoro che fanno in prova “senza pelle”. Ovvero senza alcuna difesa se non quella delle quattro mura in cui il lavoro si svolge. Un lavoro più che nudo. Per questo, aggiungono, per scegliere di lavorare con qualcun altro occorre una fiducia totale. Loro sono Daria Deflorian e Antonio Tagliarini, alle prese con le prove di un nuovo lavoro in cui hanno coinvolto un altro degli artisti di perdutamente, Monica Piseddu. Sarà un lavoro in linea con la cifra stilistica del duo romano, che nell’arco di tre spettacoli (Rewind, From A to D and back again, Reality) hanno rodato quello che potremmo definire un “linguaggio personale”, composto principalmente da due fattori: una recitazione post-drammatica, dove le differenze tra personaggio, attore e persona reale sembrano collassare fino ad annullarsi; e una drammaturgia che ruota attorno al confine della storia da raccontare, la slabbra, la rovescia, ma evita accuratamente di “impersonarla”, di restituirla in scena come finzione – dichiarando anzi all’interno della piéce tutte le impossibilità di “sceneggiare” i temi di cui si sta parlando. Continua a leggere DDB 21 – Senza pelle

DDB 20 – Quanno i romani fanno “Aho!”

La regista Francesca Macrì (milanese) espone i suoi dubbi al gruppo di adolescenti (romani) con cui sta lavorando con Andrea Trapani per il laboratorio della compagnia Biancofango.

A – Che differenza c’è quando voi dite “aho” rispetto a quando dite “oh”?

B – “Oh” è per chiamare.

A – E “Aho”?

B – Non so, io “aho “ non lo uso più… Continua a leggere DDB 20 – Quanno i romani fanno “Aho!”