Archivi tag: dialetto

Cartoline dall’inferno

Sotto una calotta che evoca una sorta di sottomondo, una famiglia dalla composizione bizzarra si trova a vivere una vita non vita, sospesa davanti alla tivù e saltuariamente interrotta da scatti di violenza e cinismo che sembrano essere gli unici binari su cui scorrono le relazioni tra le persone. Lo strano agglomerato umano che Fibre Parallele porta sulla scena parla un dialetto tagliente e ringhiato, unico modo per affermare rabbiosamente il proprio posto nel mondo. Il capofamiglia panciuto e violento (Corrado Lagrasta), la zia arcigna dal naso gobbuto (Sara Bevilacqua) sempre pronta a bestemmiare sulla nascita del nipote Vito, figlio spilungone e ottuso, ingobbito e con le orecchie troppo grandi, incapace di smettere di mangiarsi le unghie o di frugarsi furiosamente nei pantaloni (Riccardo Spagnulo); e infine lei, Felicetta (Licia Lanera), portata a forza a rompere e ristabilire l’ordine familiare attorno a una nuova unione, che fa la sua comparsa dentro un sacco dell’immondizia, intenta a masticare bubble gum rosa come la sua improbabile mise, top e pants rosa shocking strizzati all’inverosimile. Continua a leggere Cartoline dall’inferno

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Se Gogol’ fosse nato a Roma

D’altri tempi è un’espressione che si usa per parlare di qualcosa che, pur fuori dalle mode del tempo, non risulta “vecchio” ma anzi conserva l’eleganza e la presenza dei tempi che evoca. D’altri tempi è in effetti lo spettacolo «Er Naso» di e con Pierpaolo Palladino, di recente in scena al teatro Cometa Off di Roma; non solo perché la storia che racconta è ambienta nella Roma papalina, ma anche perché l’energia e la musicalità dell’interpretazione di Palladino, unico attore in scena diretto da Francesco Branchetti, ricorda un modo di calcare le scene che quasi non si vede più – soprattutto nel caso di operazioni come questa.
Ma attenzione, nel caso di questo brillante e per certi versi geniale riadattamento in chiave romanesca del famoso racconto di Gogol’ non è affatto fuori dai tempi, e per due ragioni strutturali. Primo perché Palladino si diverte e diverte nel recitare il suo monologo, e sa mantenere una freschezza autentica per tutti i cinquanta minuti di spettacolo; secondo perché la scelta del narratore romano di ispirarsi a un racconto dell’ottocento e di trasporlo sì, ma nella roma dello stesso secolo, è tutt’altro che un esercizio di stile. Anzi, al pari dei grandi film di Luigi Magni, l’operazione di Palladino ci ricorda che non è il contenuto in sé ad essere “politico” o “contemporaneo”, ma i meccanismi che la storia ci racconta, e l’adesione che l’attore sa innescare. Continua a leggere Se Gogol’ fosse nato a Roma