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Il work in progress di Lucia Calamaro e il destino dell’editoria teatrale

calamaro - vita ferma

Di cosa parliamo quando parliamo di scrittura per il teatro? Negli ultimi decenni del secolo scorso una certa predominanza del teatro di regia, a cui ha fatto da contraltare una ricerca particolarmente “visionaria”, ha messo in un cono d’ombra la possibilità che ha il teatro di raccontare storie. Almeno in Italia e nell’Europa continentale. Negli U.S.A., invece – dove sono stato di recente per un progetto sulla traduzione di drammaturgie italiane intitolato “Italian Playwright Project” – il re è sempre stato l’autore e continua ad esserlo. Lì prevale un’idea funzionale di teatro – un testo è una storia, e quella storia se funziona può passare da Off Broadway a Broadway, trasformarsi da spettacolo a musical a film e scalare così la catena alimentare delle opere teatrali che vede in fondo il loro valore artistico e in cima il loro potenziale economico in qualità di “intrattenimento”.

Nella vecchia Europa del teatro pubblico (ancora per quanto?) le cose funzionano in modo un po’ diverso. Ma anche qui, con l’alba del nuovo secolo, il teatro ha ripreso a raccontare, o meglio: quella sua particolare forza espressiva sembra finalmente uscire dal cono d’ombra. Continua a leggere Il work in progress di Lucia Calamaro e il destino dell’editoria teatrale

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L’attualità di Brecht nei frammenti del Fatzer

È criminale chi svaligia una banca o chi la fonda? A riguardarla oggi dal punto di osservazione della crisi globale, delle speculazioni finanziarie e dell’indebitamento progressivo di cittadini e stati, questa celebre frase di Bertolt Brecht ritrova tutta la sua forza. C’è stata una fase della nostra storia recente in cui frasi come questa sono state riposte nella soffitta dei vecchi arnesi rivoluzionari spuntati e fuori uso, verso cui si prova un po’ di imbarazzo ma che si giustificano con lo spirito (tramontato) dei tempi. Difficile però credere che quell’imbarazzo lo provino oggi i cittadini della Grecia.
Sono molti i casi in cui parole del drammaturgo tedesco hanno assunto un valore profetico, ed è forse questo il motivo per cui oggi, nell’era della crisi globale che certo non è soltanto economica ma anche di pensiero, tanto teatro contemporaneo sceglie di tornare ai suoi testi. Lo fanno anche il regista romano Fabrizio Arcuri con la produzione del Teatro Stabile di Torino e il regista berlinese René Pollesch del teatro Volksbühne, in un progetto congiunto tra Berlino e Torino – la cui tappa italiana si è svolta dal 6 al 12 febbraio. Il progetto parte da un lavoro che Brecht lasciò incompiuto e che noi conosciamo (poco) attraverso l’assemblaggio che il drammaturgo Heiner Müller fece delle oltre 500 pagine di appunti, bozze di stesura, commenti e digressioni a cui Brecht lavorò tra il 1926 e il 1930 – dato alle stampe col titolo «La rovina dell’egoista Johann Fatzer». Un testo che Müller riteneva tra i più importanti del Novecento per potenza espressiva e radicalità di sperimentazione, e forse sono proprio questi aspetti così radicali ad aver impedito a Brecht di trovare una soluzione che gli permettesse di dare forma a un testo rappresentabile. Continua a leggere L’attualità di Brecht nei frammenti del Fatzer

Un Brecht pop e nostalgico. «Orazi e Curiazi» secondo gli Artefatti

La versione degli «Orazi e Curiazi» di Bertolt Brecht targata Accademia degli Artefatti – al Teatro India fino al 2 luglio – ha un inizio folgorante. In scena c’è un interno, un soggiorno, cosparso di ritratti di Lenin, Trotsky, Guevara e altri ammennicoli del pantheon comunista. Quattro persone in tuta gialla anti-contagio e maschera antigas, vestiti come le equipe scientifiche nei film apocalittici, entrano dotati di strane apparecchiature, rilevatori, metal detector. Uno di loro, quando trova una bandiera dei Cobas, scoppia a piangere. I singhiozzi diventano addirittura strazianti quando attiva inavvertitamente il giradischi e parte l’Internazionale. L’atmosfera è surreale. Il pubblico ride. Eccoli lì, gli “elementi del disastro” – come li chiamava Álvaro Mutis ripreso da De Andrè – le macerie di un’ideologica che a Brecth fu non solo sfondo, ma solido panorama del futuro verso cui volgere lo sguardo. Oggi quel futuro è archeologia, e chi indaga i suoi codici è come un archeologo che si interroga su una lingua estinta, uno scienziato che si protegge dal possibile contagio di una epidemia arcaica, che quando arcaica non era infettò mezzo mondo – quello ritratto nella cartina sullo sfondo – con l’idea che il mondo era possibile cambiarlo.
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Arturo Ui. Ascesa di un criminale politico secondo Brecht

Feyerabend, geniale filosofo della scienza e appassionato di teatro, nel 1948 ebbe l’occasione di diventare assistente alla produzione di Brecht, ma declinò l’offerta. Nella sua autobiografia spiega che nonostante fosse affascinato dall’idea di imparare di più sul teatro da un uomo così fuori dal comune, in realtà Feyerabend detestava l’epica brechtiana, perché “trasforma il teatro, l’ultima roccaforte della magia, in un laboratorio sociologico”.
Brecht è un autore complesso non soltanto per la sua importanza capitale nel teatro del Novecento, ma anche per il fatto di essere stato ben presto storicizzato. Impossibile non tenere conto di quanto il teatro nel secondo Novecento abbia preso in modo netto le distanze dalla forma didascalica e pedagogica tanto cara a Brecht. Per questo è difficile non farsi risuonare nella testa questo commento di Feyerabend, quando ci si accorge che nel 2011 il nome di Bertolt Brecht torna ad affacciarsi dai cartelloni dei teatri con una certa insistenza. Dalla cosiddetta ricerca – a Roma, al Teatro India, andrà in scena «Gli Orazi e i Curiazi» dell’Accademia degli Artefatti – alle produzioni degli stabili, come è il caso di «La resistibile ascesa di Arturo Ui», per la regia di Claudio Longhi, che ha debuttato al Teatro Argentina in prima assoluta il 29 marzo e resterà in scena per un mese. Eppure se Brecht torna a parlare alla contemporaneità, se le sue drammaturgie tornano ad essere un detonatore di pensiero per molta scena italiana, un nesso deve esserci. Continua a leggere Arturo Ui. Ascesa di un criminale politico secondo Brecht

Mahagonny e l’avidità del mondo

mahagonnyUna grande qualità del teatro è quella di illuminare zone d’ombra del presente grazie alle grandi narrazioni del passato. Se ciò è vero per la tragedia greca, non lo è meno per i grandi autori del Novecento. Come Bertold Brecht, riproposto in una lettura intensa e corale dalla regista Lisa Ferlazzo Natoli estraendo dall’opera musicale «Ascesa e rovina della città di Mahagonny» [al Teatro Vascello di Roma fino al 22 febbraio], scritta nel 1930 con Kurt Weil, la riflessione sulle dinamiche “infernali” di questa città immaginaria, utopica e distopica al tempo stesso. Continua a leggere Mahagonny e l’avidità del mondo