Archivi tag: Babilonia Teatri

Il teatro italiano tra “post” e “post”. Riflessioni sulla scrittura teatrale

scritturaLorenzo Pavolini, in un articolo apparso su questa rivista, notava come le differenze tra la scrittura teatrale e quella narrativa si fossero nel tempo assottigliate. L’utilizzo sempre più diffuso della prima persona e il diradarsi della letterarietà della lingua a favore di una lingua sempre più parlata ha reso, tendenzialmente, molti romanzi simili a dei monologhi. Allo stesso tempo molto teatro, compreso quello che proviene dalla cosiddetta ricerca, ha ripreso a “raccontare storie” e in forma tutt’altro che episodica (anche se deve scontrarsi con la tradizionale allergia ai nuovi nomi di parte del pubblico e degli operatori). Lo fa, per altro con una certa libertà compositiva che a volte si fa fatica a trovare nella narrativa degli ultimissimi anni, condizionata da esigenze commerciali (il genere, la scansione, la leggibilità) che sono essenziali per gli editori ma del tutto ininfluenti per chi scrive per il teatro. Tutto questo, per altro, avviene in un’epoca in cui invece si continua a vivere la letteratura e il teatro come due mondi separati (grazie anche al ponte fecondo che, nei decenni scorsi, si è invece venuto a creare tra arte contemporanea e teatro, spostando di molto l’accento sulle dinamiche della performance). Continua a leggere Il teatro italiano tra “post” e “post”. Riflessioni sulla scrittura teatrale

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«Lolita» di Babilonia Teatri

lolita - babilonia teatriDei Babilonia Teatri abbiamo imparato ad apprezzare una cifra autorale che li distingue dal resto della scena e li ha portati ad essere una delle formazioni più solide degli ultimi anni. Una cifra fatta di drammaturgie corrosive sostenute da un ritmo martellante, impalcature su cui reggono le invettive di Castellani che hanno un andamento più simile alla poesia che al dramma. Con “Lolita” (ma già con “Pinocchio”) la compagnia veronese ha intrapreso una strada lungo la quale sta confrontando la propria cifra con il vissuto di alcune categorie di persone, che esprimono con la loro biografia la condizione della fragilità all’interno di una società troppo veloce e attenta all’altro solo a parole. Ma se con i risvegliati dal coma, protagonisti di “Pinocchio”, quest’alchimia dava vita a un oggetto scenico forte e curioso, con “Lolita” non avviene altrettanto. Non manca lo sguardo acuto della compagnia, che trova il suo apice in un finale tragico, né manca il rapporto complice con “l’ospite” di questo format, una ragazzina preadolescente (Olga Bercini), che conquista pian piano il suo spazio, accompagnata da Valeria Raimondi in scena. Continua a leggere «Lolita» di Babilonia Teatri

Il Pinocchio risvegliato di Babilonia Teatri

Babilonia Teatri – PinocchioDopo aver affrontato il tabù del “fine vita” nel precedente spettacolo, «The End», l’idea di lavorare con le persone uscite dal coma dev’essere apparsa come una spontanea prosecuzione di percorso, per i Babilonia Teatri. Per questo, come raccontano loro stessi, all’incontro con l’associazione Gli Amici di Luca non ha fatto seguito un progetto collaterale, ma una vera e propria nuova produzione della compagnia veronese. Difatti l’associazione, che gestisce la Casa dei Risvegli di Bologna, realizza anche di una serie di attività collaterali e tra queste c’è il teatro. Ma non lo fa come attività di contorno. Alla domanda “perché fate teatro”, i membri dell’associazione hanno risposto: “è l’unico modo per rientrare nella società, che ci ha respinti e isolati”. Ma che c’entra questo con il “burattino senza fili”? In effetti Pinocchio, per i Babilonia, è una sorta di scatola vuota. Una serie di personaggi e ambientazioni talmente noti da poter essere evocati come fossero dei simboli, senza la necessità di spiegarli. Continua a leggere Il Pinocchio risvegliato di Babilonia Teatri

Dentro il “blob” di Babilonia

Al centro di «Pornobboy», l’ultima produzione dei Babilonia Teatri, c’è il flusso mediatico che ci avvolge quotidianamente, il cosiddetto “chiacchiericcio televisivo” – ma la carta stampata, che ne assume i codici e gli epiteti in tempo reale, non ne è certo esente – che disegna l’orizzonte asfittico dei nostri giorni, fatto di ossessioni voyeuristiche (poco importa che l’oggetto sia il sesso o la violenza) cucite in doppia battuta col moralismo bacchettone. Già, la televisione è riuscita a partorire l’ossimoro per eccellenza, fondando la propria weltanshauung su una ricetta che serve grosse fette di torbido condite col miele del buonismo e del politically correct, senza per altro scomporsi della frattura semantica che questo comporta. Una contraddizione troppo feconda perché l’arte non decida di inoltrarvisi, esplorandone le derive pressoché infinite. Ma calarsi in questo “mare magnum” comporta dei rischi, perché la pervasività del linguaggio mediatico è tale che la voce dell’arte, quando non finisce per compiacersi del nulla che pronuncia, spesso si diluisce al punto tale da venire ridotta al silenzio.
Non è così per i Babilonia Teatri, che decidono di restituire “a brutto muso” il torrente di particolari ossessivi, lo streaming di morbosità che fluisce ogni giorno dai nostri schermi, radio e pc; ce lo urlano contro, nudo, ravvicinato, coerentemente pornografico. Continua a leggere Dentro il “blob” di Babilonia

La solitudine dei numeri

«Al posto degli uomini abbiamo sostituito i numeri, e alla compassione nei confronti della sofferenza umana abbiamo sostituito l’assillo dei riequilibri contabili». Con questa frase illuminante Federico Caffè, economista scomparso nel nulla una mattina dell’aprile 1987, dipingeva la spirale in cui si stava cacciando l’occidente ammalato di speculazione finanziaria e indebitamento progressivo. Un drago di cartapesta la cui fragilità è balzata in questi giorni agli onori delle cronache, grazie ai crack di banche e imprese assicurative, i cui effetti si ripercuotono sulle borse di mezzo mondo, mandando in fumo milioni di euro e centinaia di migliaia di posti di lavoro.
Cicloni finanziari ampiamente annunciati, a sentire il parere di molti esperti – anche se finché il ciclone non scarica tutta la sua forza non fa notizia, e nel frattempo si preferisce non guardare e accusare di lesa maestà chi ancora si affanna a chiedere maggiori regolamentazioni del mercato. Ma anche senza avvalersi del parare degli esperi, i segnali sono visibili già da tempo. La crisi c’è, è sotto gli occhi di tutti, ma è soprattutto una crisi culturale. Quella della cultura che promosse il modello del welfare state, che credeva in una razionalizzazione dell’economia in grado di rispondere anche alle esigenze dei più deboli (tra i suoi sostenitori lo stesso Caffè). O quella della sinistra, ormai montata sul carro di un liberismo pigramente critico, che pretende di misurare tutto in termini di crescita e che pensa che all’aumento del Pil corrisponda anche l’aumento della felicità.
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