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Ascanio Celestini e il Coisp: perché il cinema non può raccontare il caso di Giuseppe Uva?

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Alcuni giorni fa è stato diffuso il testo di una lettera che Franco Maccari, segretario generale del COISP (sindacato indipendente di Polizia), ha pubblicamente indirizzato ad Ascanio Celestini. Si tratta di una lettera dai toni accesi, dovuti al fatto che nel suo ultimo film, «Viva la sposa», che verrà presentato alla Mostra del cinema di Venezia, ci sono riferimenti alla vicenda di Giuseppe Uva, morto il 14 giugno 2008 dopo un fermo di polizia e successivo Tso, il trattamento sanitario obbligatorio. Ecco uno stralcio della lettera:

«Ci risparmi le manfrine su “tutti coloro che sono morti nelle mani dello Stato” perché ne sono pieni i titoli dei giornali, i polmoni di Manconi e soprattutto di chi si dimostra tanto solerte e definitivo nel giudicare qualcosa che non sa nemmeno come funziona.

Nel modo in cui, con altrettanta “competenza” possiamo affermare che il suo film fa schifo, signor Celestini, glielo diciamo senza averlo visto, senza mai aver fatto gli attori, senza mai aver fatto un minuto di regia o di teatro. Il suo film è orrendamente dozzinale e gli attori che lo interpretano non sanno recitare. Eppure noi non siamo attori. Continua a leggere Ascanio Celestini e il Coisp: perché il cinema non può raccontare il caso di Giuseppe Uva?

Conversazione con Ascanio Celestini al Teatro Biblioteca Quarticciolo

Ascanio Celestini - Graziano Graziani

Conversazione con Ascanio Celestini attorno al suo teatro e alla sua scrittura, presso il Teatro Biblioteca del Quarticciolo di Roma. Occasione dell’incontro è la tappa dello spettacolo «Discorsi alla nazione» al Teatro Quarticciolo, diretto da Veronica Cruciani. Si è parlato di linguaggi teatrali e politici, delle derive di intransigenza che partono dall’esperienza quotidiana di ognuno di noi (anche di chi non si ritiene intransigente, razzista, omofobo, etc…), e di “fantasmi messi in agibilità Enpals”… Continua a leggere Conversazione con Ascanio Celestini al Teatro Biblioteca Quarticciolo

Breve ritratto della scena italiana

[Questo articolo è stato realizzato per il giornale del Théâtre de la Ville, per raccontare le dinamiche, le risorse e le difficoltà della scena teatrale italiana degli ultimi anni al pubblico francese].

Theatre de la VilleMassimiliano Civica, uno dei migliori registi della nuova generazione e già direttore del Teatro della Tosse di Genova, alcuni anni fa commentò l’effervescenza della nuova scena romana sottolineando che chi lavora in condizioni di difficoltà, senza supporto istituzionale e ai margini delle grandi piazze del teatro, quasi per forza sviluppa un linguaggio ruvido e forte, prepotentemente necessario. Ma, con lungimiranza, chiosava poi che questa dialettica può essere positiva per cinque, al massimo per dieci anni: dopodiché, di povertà si muore.

La sintesi proposta da Civica coglie il senso del fare teatro nel XXI secolo in Italia, e può tranquillamente essere estesa all’intera scena nazionale emergente. Ovviamente, per comprenderla, bisogna calarla nella realtà di un Paese in genere diffidente verso il nuovo e le nuove generazioni. L’élite teatrale, come per molti altri campi della cultura, è saldamente e in mano alle generazioni più vecchie, ogni tanto trova spazio qualche rarissima eccezione come nel caso di Mario Martone. In generale, chi è riuscito a imporre al grande pubblico il proprio teatro e la propria poetica lo ha fatto “contro” e “fuori” dalle principali istituzioni teatrali, come Ascanio Celestini o Emma Dante, e anche quelli che hanno trovato un supporto produttivo nei principali teatri italiani, come Pippo Delbono e Antonio Latella, sono arrivati a questo soprattutto grazie a una intensa frequentazione della scena estera, che ha fornito loro la legittimità che a volte in Italia faticavano a trovare.

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Celestini. Discorsi alla nazione in crisi d’identità

ascanio celestini - discorsi alla nazioneUn aspirante tiranno che esorta i cittadini ad eleggerlo “democraticamente”, una nazione immaginaria sprofondata in una guerra civile a cui corrisponde una pioggia senza fine, un condominio abitato da persone sprofondate in iperboliche solitudini, che hanno più a che vedere con la disgregazione sociale che con una condizione esclusivamente intima. Con «Discorsi alla nazione» Ascanio Celestini si smarca dalla sua classica cifra affabulatoria per costruire uno spettacolo dal respiro differente rispetto ai suoi precedenti lavori, che è in grado di materializzare pezzo dopo pezzo una sorta di distopia orwelliana, un futuro prossimo che potrebbe essere il nostro sen non fosse per alcune “interferenze” di carattere surreale (o, forse, proprio a causa di esse). Ma nonostante questo cambio di passo abbia in parte spiazzato una fetta del pubblico che ha assistito allo spettacolo al Teatro Palladium di Roma, che si aspettava forse una formula collaudata e rassicurante, questo “studio” può a ragione definirsi un esperimento riuscito, che conferma le grandi doti autoriali di Celestini, al di là del classico schema del cosiddetto “teatro di narrazione”, o degli sketch televisivi, che lo hanno fatto conoscere al grande pubblico. Continua a leggere Celestini. Discorsi alla nazione in crisi d’identità

Fahrenheit – Radio 3 :: «Pro Patria» di Ascanio Celestini

Faccia a Faccia con ASCANIO CELESTINI
autore di «Pro Patria» (Einaudi, 2012)

Dopo aver raccontato la fabbrica, la guerra, i manicomi Ascanio Celestini spazza via tutta la retorica che ha accompagnato le celebrazioni dei 150 anni dell’Unità gettando un ponte ardito tra Risorgimento e carcere. Il punto di partenza del suo lavoro è, infatti, la Repubblica Romana del 1849 e il protagonista è un detenuto dei giorni nostri. Nella solitudine della prigione, il detenuto ha un piano: preparare un discorso usando i pochi libri che l’istituzione carceraria gli ha permesso di consultare.
Le parole di Pisacane, Cattaneo, Mazzini e Mameli – credute innocue dai suoi carcerieri –, diverranno nelle sue mani il grimaldello col quale tentare di evadere, anche solo mentalmente.  Continua a leggere Fahrenheit – Radio 3 :: «Pro Patria» di Ascanio Celestini

Il romanesco d’autore

Ci sono gruppi, come gli Ardecore, che hanno messo il loro gusto per la ricerca musicale a servizio di un recupero dei canti tradizionali romani. Critici teatrali come Simone Nebbia, che vanta una vasta produzione di stornelli, coniati per l’occasione, che affianca a quelli più tradizionali quando si esibisce in qualità di cantautore nelle nuove cantine romane: pub, locali, centri sociali. E cantautori affermati come Simone Cristicchi, che si è prestato al teatro per far arrivare al grande pubblico “Li romani in Russia”, il poema di Elia Marcelli che in pochi conoscevano.
Il romanesco, nell’arte, ha subito sorti alterne e non sempre gloriose. Dopo Pasolini, e salvo alcune rare eccezioni, il dialetto della Capitale sembrava destinato solo a suscitare l’effetto comico nelle performance da cabaret o a dare una spennellata di popolaresco alle parlate delle fiction televisive. Invece, nel corso degli ultimi anni, dal teatro alla musica si è assistito al ritorno di un’arte di qualità che guarda al dialetto, sia come recupero della tradizione sia in modo più contemporaneo, cercando una “lingua sporca” più simile a quella parlata oggi. Continua a leggere Il romanesco d’autore

I rivoluzionari alla finestra. Celestini racconta il Risorgimento e non solo

Non era semplice confrontarsi a teatro con il Risorgimento proprio nell’anno delle celebrazioni per i 150 anni dell’Unità d’Italia, gonfi di quella retorica a cui sembra impossibile rinunciare quando ci si mettono di mezzo le istituzioni. In molti ci si sono scontrati facendosi male. Ci sono riusciti autori fuori scala come Daniele Timpano con «Risorgimento pop» e indubbiamente anche Ascanio Celestini, che con il suo «pro patria», provocatoriamente minuscolo, conferma la sua grande abilità affabulatoria e – cosa non scontata nel contesto italiano – la qualità letteraria della sua scrittura teatrale, che attraverso centri concentrici che sembrano apparentemente tornare sulle stesse cose ti porta in realtà magicamente altrove.
Il monologo di Celestini è rivolto direttamente a Mazzini, padre della patria celebrato in tutte le città italiane da targhe, piazze, scuole a lui dedicate. Ma chi gli parla, però, non è un qualunque cittadino italiano, ma un carcerato come fu lo stesso Mazzini e tanti altri protagonisti del Risorgimento che noi ricordiamo come eroi. Carcerati e terroristi. Continua a leggere I rivoluzionari alla finestra. Celestini racconta il Risorgimento e non solo

La goccia di Celestini: «Io cammino in fila indiana»

In un piccolo paese, guidato dal partito dei mafiosi che si allea col partito dei corrotti – con una minuscola opposizione che trova più chic starsene al bar della mafia a bere martini – ogni aspetto della vita pubblica sembra così sovvertito che una normale vita democratica appare una cosa impossibile e distante. Eppure non c’è tragedia in questo affresco grottesco, perché quando tutto è sovvertito anche la normalità si asserve alla logica imperante, e allora quello che noi chiamiamo “democrazia” appare come un retaggio lontano, come qualcosa di esotico. È questo il paradosso che Ascanio Celestini disegna, racconto dopo racconto, nel suo ultimo libro «Io cammino in fila indiana», da poco uscito per Einaudi. Con queste prose in versi fulminee e ironiche, Celestini ci restituisce in forma di fiaba contemporanea tutta l’assurda normalità dell’Italia di oggi, il pantano morale in cui è immersa e dal quale sembra incapace di uscire. Perché, a fare da cornice alla sfacciata e volgare parabola dei suoi governati, c’è la piccineria degli abitanti del piccolo paese che non riescono a guardare oltre il proprio naso e le proprie immediate necessità – un atteggiamento che Celestini tratteggia superbamente nella parabola (è il caso di chiamarla così) del rubinetto che goccia: l’uomo che lo guarda pensa, qualcuno lo chiuderà al posto mio; poi immagina le gocce sommarsi a miliardi di gocce e sfondare il pavimento; ma poi si dice “è impossibile” e si gira dall’altra parte.
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La lingua del potere. Intervista a Moni Ovadia

Moni Ovadia è in giro con il suo spettacolo «Senza Confini – Ebrei e Zingari», che racconta i razzismi di ieri e di oggi. Lo abbiamo incontrato al festival Metamorfosi di Cascina, dedicato al teatro politico. Di certo il teatro di Moni è un teatro che prende di petto i temi della nostra società e li racconta, svelando le ipocrisie e le assurdità dei luoghi comuni del linguaggio della politica, come avviene nel suo ultimo recital. L’arte, però, sa essere politica anche quando non tratta esplicitamente di temi sociali, e il taglio indiscriminato alla cultura che sta mettendo in ginocchio le istituzioni culturali di questo paese lo testimonia. Ma la cultura è davvero uno “spreco”? E fare arte è sempre e comunque un atto politico? Abbiamo chiesto a Moni Ovadia il suo parere. Continua a leggere La lingua del potere. Intervista a Moni Ovadia

In morte del realismo

Gli ingredienti ci sono tutti. Un romanzo scritto da un grande narratore come Antonio Tabucchi. Un regista esperto e abituato alla coralità, che è anche un grande pedagogo, come Marco Baliani. Una vicenda che racconta le radici della nostra storia recente, quell’Italia contadina che non esiste più, a partire dall’Unità d’Italia di cui ricorre il prossimo anno il 150° anniversario. E una produzione intenzionata a portare lo spettacolo dal Teatro India, dove ha debuttato lo scorso 8 febbraio e dove resterà in scena fino al 7 marzo, nei teatri di cintura, per raggiunge quel fantomatico pubblico popolare che diserta gli spazi ufficiali e di cui il teatro è giustamente affamato. Eppure, come per la maionese che può “impazzire” anche se l’uovo è fresco e l’olio di qualità, gli ingredienti nel caso di «Piazza d’italia» di Marco Baliani non hanno fatto la differenza. Continua a leggere In morte del realismo