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Breve ritratto della scena italiana

[Questo articolo è stato realizzato per il giornale del Théâtre de la Ville, per raccontare le dinamiche, le risorse e le difficoltà della scena teatrale italiana degli ultimi anni al pubblico francese].

Theatre de la VilleMassimiliano Civica, uno dei migliori registi della nuova generazione e già direttore del Teatro della Tosse di Genova, alcuni anni fa commentò l’effervescenza della nuova scena romana sottolineando che chi lavora in condizioni di difficoltà, senza supporto istituzionale e ai margini delle grandi piazze del teatro, quasi per forza sviluppa un linguaggio ruvido e forte, prepotentemente necessario. Ma, con lungimiranza, chiosava poi che questa dialettica può essere positiva per cinque, al massimo per dieci anni: dopodiché, di povertà si muore.

La sintesi proposta da Civica coglie il senso del fare teatro nel XXI secolo in Italia, e può tranquillamente essere estesa all’intera scena nazionale emergente. Ovviamente, per comprenderla, bisogna calarla nella realtà di un Paese in genere diffidente verso il nuovo e le nuove generazioni. L’élite teatrale, come per molti altri campi della cultura, è saldamente e in mano alle generazioni più vecchie, ogni tanto trova spazio qualche rarissima eccezione come nel caso di Mario Martone. In generale, chi è riuscito a imporre al grande pubblico il proprio teatro e la propria poetica lo ha fatto “contro” e “fuori” dalle principali istituzioni teatrali, come Ascanio Celestini o Emma Dante, e anche quelli che hanno trovato un supporto produttivo nei principali teatri italiani, come Pippo Delbono e Antonio Latella, sono arrivati a questo soprattutto grazie a una intensa frequentazione della scena estera, che ha fornito loro la legittimità che a volte in Italia faticavano a trovare.

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La poesia non si tocca. Don Chisciotte secondo Latella

Stralunato e comico, il «Don Chisciotte» di Antonio Latella – al Teatro India di Roma fino al 12 giugno – è tutt’altro che un divertissement. È vero, l’andamento assurdo dei dialoghi strappa molte risate, così come il divertente e fitto gioco di rimandi all’universo teatrale di cui è intessuto lo spettacolo – dai personaggi di chiaro stampo beckettiano (Sancho, con la bombetta in testa e le sedie a tracolla non può che far pensare a Lucky) fino ai giochi di parole che trasformano il Mago Frestone nel Mago Martone. Ma l’interesse di Latella è altrove, come dimostra l’arrestarsi improvviso di queste spirali comiche, bloccate di colpo da immagini malinconiche, fulminee ma non per questo prive di una loro poesia.
Quello di Antonio Latella non è uno dei molti tentativi di comprimere nello spazio di uno spettacolo l’universo letterario di Cervantes – ambizione temeraria, paragonabile alla proverbiale lotta contro i mulini a vento, vista la fortuna e l’influenza di questo personaggio senza tempo. Anzi, la rappresentazione è rigettata a tal punto che i due attori in scena – Francesco Manetti e Stefano Laguni – pur presentandosi in una mise assurda, in calzamaglia, non pretendono di essere altro che se stessi, Continua a leggere La poesia non si tocca. Don Chisciotte secondo Latella