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Sgomberato l’Angelo Mai e due occupazioni abitative. Ma chi è che governa a Roma?

Angelo Mai SgomberoLo sgombero dell’Angelo Mai, il centro culturale romano che in questi anni si è guadagnato una visibilità nazionale e internazionale grazie a una programmazione di grande livello, è un fatto gravissimo. Non solo perché l’Angelo Mai è rimasto uno dei pochi luoghi a produrre cultura indipendente, una città lottizzata ormai per intero da politica e affari. Quello che è successo il 19 marzo è un fatto gravissimo per due ragioni, una di metodo e l’altra di merito.

Partiamo dal metodo: oltre ai sigilli apposti allo spazio per questioni amministrative – come fu per il Rialto, si cerca di chiudere le esperienze di cultura dal basso con la motivazione lapalissiana che non sono a norma – le operazioni si sono svolte come se ci si trovasse di fronte ad un’associazione a delinquere (che è uno dei capi di imputazione). Continua a leggere Sgomberato l’Angelo Mai e due occupazioni abitative. Ma chi è che governa a Roma?

Angelo mai, ultimo atto di una desertificazione culturale

La chiusura del bar dell’Angelo Mai, e la conseguente sospensione delle attività da parte del collettivo che lo gestisce, è l’ultimo atto di un processo che ha cambiato profondamente la geografia culturale di Roma. E che la rende oggi, di fatto, una città desertificata. I centri culturali scaturiti dall’esperienza dei centri sociali hanno avuto alterne fortune, ma di fatto sono stati l’unica polarità per la sperimentazione, i nuovi linguaggi, le nuove generazioni e – cosa non secondaria – dei punti di incontro e discussione. E garantendo un certa, per quanto precaria, continuità. Tutto quello che le istituzioni culturali di questa città – ricca di eventi, ma solo da “consumare” – riescono a fornire poco e male.

Non è un caso. Le istituzioni culturali in Italia, per come sono pensate, devono principalmente garantire una vetrina dell’eccellenza. Non sono mai luoghi “vissuti”. C’è una difficoltà burocratica notevole nel far “sostare” le persone nei luoghi della cultura, semplicemente per incontrarsi e parlare, figuriamoci nel dare spazi agli artisti per creare. Per una pluralità di motivi: una generale diffidenza verso il pubblico, che nella mentalità delle istituzioni italiane è sempre un potenziale vandalo più che un curioso flâneur; personale che fa questo lavoro in modo stanco, senza cura nell’accoglienza, e con la fretta di fuggire alla fine dell’orario di lavoro; un’idea di cultura che sta sempre più spostandosi verso l’asse “evento-consumo”, il cui certificato di qualità sta nei numeri che muove più che nelle possibilità che apre.

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Una geografia allo sfascio. Cosa resta del teatro contemporaneo

Zion, l’ultima città umana attaccata dalle macchine (Matrix Revolution)

Benedetta la città che fonda un teatro, recita il sottotitolo di questa rivista riprendendo una frase del drammaturgo inglese Edward Bond. E quella che lo chiude? La domanda se l’è posta Azzurra d’Agostino, poetessa che da anni compie volentieri incursioni nel mondo del teatro e vi lavora come operatrice, all’indomani della chiusura del Teatro San Martino di Bologna, uno dei pochi spazi del capoluogo emiliano dedicati alla scena contemporanea con entusiasmo e raziocinio, seguendo il filo di un progetto preciso. Persino in una delle ragioni storicamente più attente alle sorti della scena, dunque, si arranca sotto il segno di una crisi che una volta di più si delinea come culturale, prima ancora che economica. I luoghi non sono neutri, soprattutto quando si parla di arte. Essi vivono quando li abita una comunità, e prosperano quando questa comunità produce qualcosa di sensato. Non qualcosa di tangibile, mercificabile come un oggetto; e neppure semplicemente quando aggrega un gran numero di persone pronto subito dopo a disperdersi, secondo la logica dei grandi eventi tanto cara alle nostre amministrazioni. Quel “senso” a cui si fa riferimento è il modo di vivere e far vivere quei luoghi, l’atto di “abitarli” e trasformare attraverso questa pura azione la faccia della città. Perché un luogo vivo dà sostanza ad una città, ne delinea l’identità. Il Teatro San Martino è stato diretto da un artista del calibro di Roberto Latini e dalla sua compagnia Fortebraccio Teatro, che lo ha abitato con la potenza del suo gesto artistico e della sua visione del teatro. Per i bolognesi che seguono la scena contemporanea, l’assenza di questo progetto cambierà radicalmente il volto della loro città. Continua a leggere Una geografia allo sfascio. Cosa resta del teatro contemporaneo

Bizarra: teatro e telenovela. Intervista a Rafael Spregelburd

Rafael Spegelburd è tra i drammaturghi argentini più interessanti della sua generazione, quella dei quarantenni che hanno vissuto la dittatura solo durante l’infanzia, affacciandosi nell’età adulta quando l’Argentina cominciava a fare i conti con quel suo doloroso recente passato. La sua opera, per altro piuttosto prolifica, è ben conosciuta in paesi come l’Inghilterra e la Germania, mentre solo da qualche anno viene rappresentata in Italia, grazie anche all’opera di traduzione e regia di Manuela Cherubini, che nell’ultima edizione del Napoli Teatro Festival ha realizzato la versione “napoletana” di «Bizarra», una delle opere più particolari di Spregelburd, che verrà riproposta a in versione “romana” tra ottobre e dicembre all’Angelo Mai (produttore dello spettacolo assieme alla regista e a Giorgio Barberio Corsetti). «Bizarra» è una teatronovela in dieci puntate, un lavoro smisurato che si confronta con le regole assurde – ma accettate senza alcuna difficoltà dal pubblico – che caratterizzano il racconto della fiction televisiva, ed è proprio quest’opera il centro di questa conversazione con Rafael Spregelburd. Perché la scrittura di Spregelburd, oltre a mettere in risalto l’assurdità del linguaggio televisivo, con un sicuro effetto comico, coglie i nodi più profondi dove questo influenza e modella il linguaggio della politica e dell’informazione. Continua a leggere Bizarra: teatro e telenovela. Intervista a Rafael Spregelburd

Visioni Extra-vaganti alla Festa del Cinema di Roma

Giovedì 18 ottobre, assieme ai tappeti rossi dell’Auditorium, si dispiegherà per la capitale anche un’altra concezione dell’arte contemporanea, che indaga il cinema senza dimenticare tutte le altre forme d’arte, che contesta il meccanismo del copyright, il cui unico effetto sicuro è quello di tarpare sul nascere la creatività autoprodotta e dal basso, che, anziché stare chiusa nei grandi templi della cultura, irrompe nel panorama urbano, contaminandolo e lasciandosi contaminare. È «Extra Large», progetto all’interno della sezione «Extra» della Festa del Cinema, interamente ideato e gestito dagli spazi sociali romani.
«Si tratta di una sperimentazione che non vuole tracciare alcun tipo di linea. È un tentativo che, pur con tutte le contraddizioni che può portarsi dietro lavorare con un soggetto come la Festa del Cinema, abbiamo voluto portare avanti, perché siamo convinti che su questo terreno passerà un nuovo riassetto politico e culturale della città». A parlare è Serena di Esc atelier, uno dei “luoghi sociali” che hanno preso parte al progetto, assieme a Angelo Mai, Corto Circuito, Kollatino Underground, Le Sirene, Margine Operativo, Rialtoccupato, Santasangre, Stalker, Spartaco, Spazio Sociale 32, StalkAngency e Urban Pressure. Sette centri sociali e sei gruppi di produzione indipendenti che hanno organizzato cinque eventi a ingresso gratuito in tutta la città: dalla San Lorenzo degli spazi sociali e delle palestre popolari alla Trastevere dell’ex Gil, dal Verano alla Fiera di Roma, dalle zone periferiche come il quartiere Collatino fino ai capolinea delle metropolitane. Continua a leggere Visioni Extra-vaganti alla Festa del Cinema di Roma

Il ciclo Devozioni [I-IV]

devozioniIl ciclo istallativo «Devozioni», progetto ideato dalla formazione di ricerca Hôtel de la Lune appositamente per gli spazi dell’Angelo Mai occupato di Roma, è giunto alla sua quarta tappa, presentata in anteprima alla serata del 30 aprile, maratona artistica a sostegno della struttura sotto sgombero. Con “Litanies puor un retour”, il percorso messo in moto da Gianmaria Tosatti si spoglia dei suoi orpelli di mistica orrorifica per affidare tutto ad un unico quadro, un’immagine in tensione che diventa idealmente sintesi visiva dell’intero ciclo. Continua a leggere Il ciclo Devozioni [I-IV]

Parole di carne. Intervista a Vinicio Capossela

capossela_2Vinicio Capossela è in giro per l’Italia con il suo nuovo tour – partito il 12 marzo con l’anteprima in Sardegna, a Lanusei – per presentare i brani del suo ultimo lavoro «Ovunque proteggi», disco di riti, carne, meduse e minotauri. Il cantautore, che è una delle voci più originali del panorama italiano, ci ha raccontato le suggestioni che l’hanno portato a questa nuova avventura.

Come è andata l’anteprima?

Ho voluto partire da qui perché questa avventura è iniziata da un “viaggio nella carne”, la commistione tra mondo animale e mondo umano arcaico, che ancora si trova in alcuni arcaici carnevali di queste parti. Terra, spiriti, un posto arcaico, a contatto con gli elementi. Siccome questo è un disco di pietra, siamo venuti nella zona della pietra, dove c’è un vento da sciamani. Qui giocavo facile, perché avevo la parola magica: “bufa! bufa!”, che vuol dire “bevi! bevi!”. In questi giorni di carnevale capitava sempre che qualcuno ti metteva sotto mano un bicchiere ricavato dal corno di qualche animale e ti diceva: bufa!
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Tanti artisti ma pochi luoghi. Intervista a Giorgio Barberio Corsetti

corsetti-2Giorgio Barberio Corsetti, regista teatrale, lavora a Roma da trent’anni nonostante una fama internazionale che avrebbe potuto aprirgli le porte ovunque. Una città, Roma, che Corsetti ci racconta anche attraverso il suo rapporto con le grandi istituzioni come l’Auditorium, con il mutato clima culturale e con ciò che, secondo lui, ancora manca per non restare imprigionati nella logica delle “vetrine” e dei grandi eventi.
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