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L’attore performativo degli anni Duemila

Per Thomas Ostermeier Shakespeare è più vicino alla cultura pop dei nostri giorni rispetto a quella polverosa della tradizione romantica che lo ha a suo tempo consacrato a livello mondiale. Perché il drammaturgo inglese cercava, pur toccando temi universali, di creare spettacoli che fossero anche entertainment (altrimenti non avrebbero potuto girare). La risposta del regista tedesco è di affrontare i suoi testi in chiave performativa, forte del fatto che a quattro secoli di distanza personaggi come Amleto sono ormai degli archetipi del teatro.
Ma che vuol dire, oggi, performativo? Durante la stagione degli anni sessanta, che contrastava il concetto di ‘rappresentazione’ come replica fedele e naturalista di un mondo irrelato – come quello dei personaggi di un libro per intenderci –, ‘performance’ indicava qualcosa che andava oltre, che abbatteva la quarta parete e rivendicava il fatto di accadere qui e ora, l’hic et nunc che, nell’epoca della riproducibilità tecnica dell’opera d’arte, resta un fatto intrinseco della sola disciplina teatrale. Un antropologo e regista come Richard Schecher sintetizzò questa visione affermando che gli elementi dello spettacolo andavano concepiti come una serie di cerchi concentrici dove il successivo comprende ed espande i precedenti: l’ordine era script, drama, theatre e ovviamente performance, che tutto comprende. Continua a leggere L’attore performativo degli anni Duemila

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