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Le armi di pezza del teatro. «Seppure voleste colpire» di Roberto Latini

Libertà di dilatare il tempo e lo spazio del teatro oltre il teatro. O meglio, oltre lo spettacolo: spezzando la sua articolazione chiusa, la sua grammatica coerente, per recuperare la dimensione teatrale all’incontro. Incontro dell’inatteso, incontro tra gli artisti, incontro col pubblico. C’è tutto questo in «Seppure voleste colpire», programma di battaglie per la resistenza teatrale ideato da Roberto Latini, in scena al Teatro Argot fino al 14 ottobre. Latini lo definisce un “sit-in artistico, e quindi politico e culturale”. La definizione è calzante a ciò che avviene in scena: un gruppo di artisti invitati (musicisti teatranti e registi) si alternano in brevi presentazioni di qualcosa, sia esso già un oggetto scenico o una semplice conversazione, nello spazio candido delimitato da un linoleum bianco, dove il sipario è in fondo – a voler simboleggiare che anche noi del pubblico, disposti a semicerchio, siamo “al di qua” della scena.

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Recitare la rivoluzione. Il Marat-Sade di Andrea Felici

maratsade-e28093-a-cristianiDal palco tre donne si rivolgono al pubblico recitando in versi, avvertendolo dell’inizio della rappresentazione e scusandosi anticipatamente se le attrici scelte per i ruoli non sapranno tenere a mente le battute: in fondo siamo in un manicomio, e per quanto gli intelletti chiamati in causa non manchino di ingegno, si tratta di poco più che una rappresentazione amatoriale.
È questo l’inizio – letterale e rimato – del testo di Peter Weiss «La persecuzione e l’assassinio di Jean-Paul Marat, rappresentati dai filodrammatici dell’ospizio di Charenton, sotto la guida del marchese De Sade». Ed è questo anche l’incipit dello spettacolo diretto da Andrea Felici, «FurioMarat», che ha debuttato al teatro Furio Camillo di Roma il 18 dicembre.
Se è vero che il panorama artistico romano è un alveo della ricerca dove da tempo si sperimenta una non-recitazione, che trova la sua incisività espressiva nel suo volersi “sgonfia” e antideclamatoria; allora la scelta di tre brave attrici della scena capitolina (Fiora Blasi, Giovanna Conforto e Simona Senzacqua) ben si sposa con la temperatura voluta dallo stesso Weiss, che definiva gli allestimenti teatrali del marchese De Sade nel manicomio di Charenton – istituto dove venivano confinati i soggetti socialmente indesiderati, oltre che i malati di mente veri e propri, in cui il divin marchese fu internato dal 1801 fino alla sua morte – delle rappresentazioni poco più che dilettantesche, “esercizi declamatori nello stile dell’epoca”. Continua a leggere Recitare la rivoluzione. Il Marat-Sade di Andrea Felici

L’isola che c’è

«Isola Fabbrica Danza». Tre parole accostate che danno in un colpo solo le coordinate dell’intervento che l’Ente teatrale Italiano ha voluto e sostenuto a Isola del Liri, in provincia di Frosinone, nell’ambito del progetto di sostegno alla danza e intervento nelle zone periferiche. Tre parole che suonano come una frase di senso compiuto, quasi un auspicio per il futuro di questo piccolo centro della Ciociaria che ha già ospitato un intervento istituzionale nell’ambito delle Officine Regionali. Continua a leggere L’isola che c’è