Il primate che inventava storie. “L’Angelo della Storia” di Sotterraneo

ph da sotterraneo.net

L’Angelo della Storia, mutuato da un quadro di Paul Klee, non è soltanto una delle immagini più note che Walter Benjamin ci ha lasciato nella sua riflessione filosofica, è anche una di quelle più dolorose e, per certi versi, più legate all’umano. Il filosofo della vertigine dei Passages, dell’opera d’arte che perde la sua aura nel momento in cui viene riprodotta in centinaia o migliaia di copie, mette in questa immagine tutto il suo spirito umanista di marxista eterodosso, concependo il progresso – il mito del positivismo ottocentesco, ma anche del capitalismo e del socialismo – come una bufera che non consente all’angelo di fermarsi a contemplare e forse, se non risolvere, mitigare una catastrofe che non solo incombe sul mondo, ma peggiora, si ingrandisce, continua a mietere vittime. Il progresso che spiana la strada dei popoli passa senza remore sulla vita dei singoli e Benjamin, per la prima volta, inceppa con un’immagine eloquente quel meccanicismo che, passando per Hegel e Marx, ha accompagnato una certa lettura della storia e delle cose del mondo. È una piccola rivoluzione, un atto di protesta, che in fondo non abbiamo ancora assimilato: per quanto si parli di complessità, il pensiero e (più ancora) la comunicazione umana sono ancora prigionieri di una logica binaria, dove criticare un pensiero significa automaticamente collocarsi al suo opposto, e dove persiste l’idea di un’accumulazione infinita. Oggi, forse, solo la crisi climatica e l’Antropocene hanno finalmente scardinato, e solo parzialmente, questo automatismo, mettendoci di fronte alla finitezza delle risorse, dell’ambiente, e al fatto che forse il futuro non è più la “terra promessa” e, anzi, potrebbe verificarsi lo scenario in cui il futuro semplicemente non sarà, almeno per la nostra specie.

Ma questa, come si suol dire, è un’altra storia. Quella che va raccontata – ammesso che sia possibile una sintesi – in questo articolo è la visione vertiginosa e non riduzionista, ma soprattutto intelligente e comica, che la compagnia del Sotterraneo affresca nel suo ultimo spettacolo, “L’Angelo della Storia”. Concepito come una serie di vicende giustapposte tra loro, spesso assurde ma del tutto indicative della temperie dell’epoca in cui sono incastonate, lo spettacolo procede per scene veloci, a volte fulminee, che ci permetto di saltare nel tempo assieme al gruppo di attori, dalla preistoria al presente, cercando una “ricomposizione dell’infranto” che, va da sé, è praticamente impossibile ottenere. Dal busto di Lenin posizionato nel polo dell’inaccessibilità antartico alla piaga del ballo di Strasburgo, passando per gli infiniti parti della regina Eleonora per dare un erede maschio all’Inghilterra, fino alla morte di John Wayne, forse causata dalla prossimità ai test nucleari in Nevada, quello che si disegna è un circo della storia non riassumibile, a cavallo tra il carnevale e la danza macabra, dove tutti noi, in fondo, siamo come il tenente Onoda (citato anche lui), il soldato giapponese che si rifiuta di arrendersi anche se la guerra è finita, incapaci di inventare un modo nuovo di raccontare le cose. Già, perché forse c’è un filo rosso che lega questi avvenimenti surreali è proprio l’attitudine a concepire il mondo in forma di mito, quella peculiarità della specie sapiens che le ha permesso di conquistare il mondo. È stato lo storico Yuval Noah Harari, nel suo libro bestseller “Sapiens”, a spiegare con dovizia di esempi come in fondo ciò che permetta agli esseri umani di cooperare sia la condivisione di un mito: religioso, politico, esistenziale. Il mito ci fornisce la mappa neurale adatta a spiegare le cose e a interagire con esse, anche se, con l’alternarsi dei secoli, finisce per sbiadire ed essere meno comprensibile agli umani del futuro, evolvendosi e modificandosi così come fa il linguaggio. La teoria del mito di Harari aleggia sullo spettacolo che, non a caso, comincia proprio con un gruppo di sapiens che si aggira nella foresta, diecimila anni fa, intravedendo una tigre dietro ogni fruscio delle piante: l’arte di saper sopravvivere, l’arte di prevedere ciò che potrà accadere, l’arte – in fondo – di convivere con l’ansia dei possibili disastri che incombono su di noi. Quell’ansia che, certe volte, rischia di trasformarsi lei nella bestia che ci mangerà. Se c’è un aspetto ritornate nelle mitologie distanti e difformi delle epoche della storia dell’uomo è il ricorso al mito, alla sua capacità di elargire senso, alla sua abilità a ricondurre i gesti più assurdi nell’ambito di un’imprevista (e a tratti commovente) coreografia della storia.

Lo spettacolo del Sotterrano ha il pregio di essere non solo ironico e complesso, stratificato e intelligente, ma soprattutto ha la forza di riconnetterci con la nostra animalità. Che non va intesa come un’affermazione new age sugli istinti repressi, ma come la dimensione biologica che la nostra specie occupa in un vasto e complesso ecosistema che contribuisce a manipolare e non sempre per il meglio. Lo fa con acume e con gusto del paradosso – come quando racconta del coniglio verde ottenuto con modifiche genetiche richieste da un artista brasiliano, oppure raccontando la storia assurda dell’uomo che si è lanciato con un razzo, morendo, per dimostrare che la terra è piatta – ma è un’ironia che serve, in un certo senso, a rassicurarci mentre ci addentriamo in una vertigine profonda che scardina le nostre convinzioni più prossime, più quotidiane. La vertigine ridimensiona il mito, ci mostra la fallacia delle nostre credenze e delle nostre reti neurali, ma allarga almeno un po’ lo spettro del visibile. Un gesto di cui abbiamo tutti urgente bisogno.

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In scena: Sara Bonaventura, Claudio Cirri, Lorenza Guerrini, Daniele Pennati, Giulio Santolini
Ideazione e regia: Sara Bonaventura, Claudio Cirri, Daniele Villa
Scrittura: Daniele Villa

[visto al Festival delle Colline Torinesi, Teatro Astra di Torino]

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