Voi come state? “Il Capitale” di Kepler-452

ph Luca del Pia

Come si fa a mettere in scena il Capitale di Marx, un libro che probabilmente nessuno ha mai letto per intero nemmeno tra quelli che lo citano? Opera monstre, ma anche base “scientifica” del marxismo internazionale, forse più che un manuale, nel tempo, il Capitale è diventato un simbolo. E allora evocarlo significa fare gesti simbolici – come la lettura integrale alla Biennale di Venezia diretta da Okwui Enwezor – oppure sbattere nel mezzo della scena la sua contraddizione. Forse il fatto che in pochissimi leggano un libro che è stato generativo di concetti che hanno segnato oltre un secolo di storia, di parole che parliamo tutt’oggi, è lo specchio di uno stato delle cose che riguarda la sinistra italiana, allo stesso tempo memore e immemore dei suoi tratti identitari, delle sue questioni più profonde. Sappiamo che sono il lavoro e le sue dinamiche a garantire o meno reddito e dignità, a reggere i rapporti di potere, ma quanto si tratta di affrontare politicamente questi rapporti il tema del Capitale e del lavoro diventano magicamente formule astratte: altre priorità, altre questioni più urgenti, altri sofismi da realpolitik finiscono per occupare lo spettro del possibile.

“Il Capitale” di Kepler-452 – che ha debuttato a Bologna, nell’ambito del festival VIE – è il tentativo di affrontare, con un particolarissimo innesto di teatro documentario e di autofiction, questa amnesia ricorrente. E lo fa affrontando un caso esemplare: quello della fabbrica GKN di Campi Bisenzio, chiusa in blocco dalla mattina alla sera dalla proprietà che ha avuto anche il coraggio (si fa per dire) di licenziare in blocco tutti i lavoratori con una mail, dopo averli messi forzosamente in ferie. La battaglia dei lavoratori, che hanno occupato la fabbrica bloccando lo spostamento dei macchinari – altro “capitale” da trasferire altrove, dove la manodopera costa meno – è tuttora in corso.

Lo spettacolo ideato da Enrico Baraldi e Nicola Borghesi si muove, secondo i crismi dell’indagine della realtà, come d’abitudine per la compagnia bolognese, ma intreccia questo movimento alla riflessione sulla natura smemorata e immemore della sinistra, attraverso il feticcio agitato in scena di un “libro che non abbiamo ancora letto” (così il sottotitolo). Che, tradotto, vuol dire indagare il senso di colpa della sinistra: come si fa, da artisti, a mettere piede in fabbrica solo con l’intento, magari sincero ma un po’ vampiresco, di mettere in piedi uno spettacolo sulla GKN? Come si fa a reggere il peso della contraddizione di chi in fabbrica ci va solo per fare opera di denuncia ma poi non ci metterà più piede, non puzzerà di morchia, come gli operai, e non consumerà il suo tempo cercando di piegare la propria individualità ai ritmi e alle logiche della fabbrica?

Eppure un lavoro simile non può partire che da lì, da giorni e notti passati nell’occupazione a partire dalla propria differenza, tanto da guadagnarsi all’interno del collettivo di fabbrica il nomignolo di “quelli della Digos”. Occorre quindi mettere in chiaro la propria posizione, il proprio sguardo, mentre sui palco pian piano si snocciolano le storie degli operai e delle operaie – affidate agli stessi componenti del collettivo di fabbrica che hanno voluto partecipare all’operazione, e cioè Tiziana De Biasio, Felice Ieraci, Francesco Iorio, Dario Salvetti (in scena assieme a Borghesi). E sono storie che lasciano il segno, dal lessico di fabbrica che finisce per essere suggestivo e quasi poetico – come “la bambina che dorme”, che descrive il quasi silenzio negli immensi spazi dei capannoni prima che la fabbrica cominci a risvegliarsi – fino alle storie più dure che riguardano i rapporti di potere. Tra queste quella di Tiziana, che si ritrova addetta alla pulizia dei bagni perché non ha compiuto fino in fondo il suo dovere di “segnalatrice” dei comportamenti errati altrui, è forse quella che rappresenta il pugno nello stomaco più grande, anche perché ha a che vedere con una lavoratrice inserita in un ambiente tipicamente maschile. Una donna deve fare i conti con i ruoli che le vengono automaticamente assegnati e lei finisce per essere stretta tra due ruoli imposti, la “capa stronza” finché accetta di segnalare gli operai, “l’addetta alle pulizie” quando non accetta di farlo più. A segnalare questa mutazione c’è l’appellativo con cui la chiamano gli operai, “quella”, finché la percepiscono come nemica; quando smettono di farlo loro, però, cominceranno ad appellarla in quel modo i manager, nel momento in cui non esaudirà più le loro richieste. Insomma, conclude amaramente, Tiziana, sei sempre “quella” per qualcuno.

Ma non c’è solo amarezza, in questa storia, perché i racconti degli operai della GKN non sono solo storie di fabbrica, ma anche acquisizione di consapevolezza avvenuta attraverso un processo collettivo che è quello dell’occupazione. “Un tempo tempo stavo male e piangevo, avevo l’ansia. Ora non ce l’ho più. Dovrebbero prescriverla l’occupazione delle fabbriche, fa passare gli attacchi di panico”, si sente dire a un certo punto. Sì, perché come avveniva durante la Comune di Parigi, quando si sparava simbolicamente agli orologi, per fermare il tempo imposto dalla produzione, anche l’occupazione è un modo di riappropriarsi del proprio tempo e delle relazioni con i compagni del collettivo. “Il Capitale è un nemico invisibile che possiede il tempo”.

E lo possiede un po’ ovunque, non solo in fabbrica, perché il processo di consapevolezza riguarda il sistema che detta il gioco, tanto che gli operai si sentono di rispondere ai giornalisti che li interpellano chiedendogli come stanno che loro almeno hanno dei diritti garantiti, la cassa integrazione, mentre tanti precari (come spesso i giovani giornalisti) sono pagati al pezzo, a cottimo, senza il diritto delle ferie o della malattia. Noi come stiamo? Voi come state. Il problema è collettivo e riguarda la vita che accettiamo di vivere.

In questo processo di consapevolezza, però, devono trovare spazio per forza anche le contraddizioni, altrimenti – va da sé – staremmo raccontandoci la favola del popolo del teatro che insorge con gli operai e sappiamo che così non è. In quella memore smemoratezza della sinistra, che si magari tiene ancora in casa i simboli di un passato di lotta, lo spettro più grande è quello dell’inazione. Del non sapere più neanche come agire. Lo sguardo, allora, deve farsi acuminato e ammettere che “io (l’artista) in fabbrica non ci entrerò mai più, perché a me interessa solo il teatro”. Ammettere di provare risentimento verso una strategia della sinistra politica che si concentra sui temi dell’ecologia e dei diritti, ben guardandosi dal denunciarne i nessi di classe che stanno sotto di essi, sventolandoli some un’alibi per la sua smemoratezza (e qui il discorso sarebbe lungo e scivoloso, perché all’indomani del 25 settembre scorso si sono sprecate le accuse tra chi vede in questa strategia il motivo della sconfitta elettorale e chi invece la rivendica, lasciando praticamente da soli i movimenti a ricordare che le questioni sono invece intimamente connesse). Uno sguardo che non si sottrae dalle contraddizione deve anche ammettere – come accade in scena – che la condizione degli operai, che alle volte sono un po’ sessisti e persino un po’ razzisti, che sono tutt’altro che i militanti perfetti, è comunque un nodo centrale nei rapporti di forza che governa le nostre società. E che non si può prescindere da esso, se vogliamo davvero trovare un’alternativa.

Mettere in scena “Il Capitale”, è evidente, è una scelta rischiosa, persino azzardata. Il carico di retorica e di contraddizione può diventare un boomerang, la giusta intuizione di far deflagrare assieme le storie personali e i rapporti di forza può diventare una materia che esplode tra le mani. Ma l’operazione di Kepler è una scommessa vinta proprio perché non si sottrae alle contraddizioni né si lascia sedurre dalle retoriche, grazie soprattutto alla fortissima presenza scenica degli operai del collettivo di fabbrica GKN, con le loro facce, le loro voci, i loro sguardi. Sono quegli sguardi e quelle voci a ricordarci che questa è una storia collettiva, che riguarda i diritti dei lavoratori, certo, ma anche il tempo e le emozioni che sacrifichiamo a delle dinamiche produttive che riconoscono solo il profitto. Noi come stiamo, si, ma voi come state?

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[In scena a Vie Festival 2022 – Arena del Sole, Bologna]

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