Le ceneri del tempo. “Ashes” di Muta Imago

ph. Claudia Pajewski

Lo si può ascoltare, chiudendo gli occhi, lasciandosi andare al flusso sonoro come facciamo con la radio, ma con in più il raccoglimento, la concentrazione fetale e creativa che è possibile solo nella sala teatrale. Oppure si possono osservare i gesti e le espressioni dei cinque performer – due attrici, due attori e un musicista – che producono quesi suoni, osservarli come in un gioco di squadernamenti, che rivela la macchina sonora non tanto per smascherare il meccanismo emotivo, quanto per amplificarlo. “Ashes” dei Muta Imago, la formazione guidata da Claudia Sorace e Riccardo Fazi, è stato uno degli spettacoli più sorprendenti dell’edizione 2022 di Short Theatre (almeno della prima parte, quella che sono riuscito a seguire).

Difficile farne un racconto, perché è lo stesso meccanismo narrativo che sfugge alla sintesi, ma seguendo la traccia del titolo, che evoca le ceneri di un mondo che non c’è più, si può provare a descrivere questa storia familiare, fatta di momenti quotidiani ed eco cechoviane, come l’esplorazione di una condizione del tempo che trascende la dimensione lineare che siamo soliti abitare, mentalmente, per rivelare una dimensione frantumata che forse rende l’idea, almeno in chiave simbolica, del tempo come quarta dimensione, dilatabile secondo le diverse condizioni, come lo descrive la fisica odierna. È una nozione oramai familiare per molti, ma in fondo controintuitiva, perché la nostra esperienza di esseri nel mondo ci parla di un tempo che non può curvare, né tornare indietro, tutt’al più scorrere con più o minore velocità (o intensità) a seconda delle emozioni che governano il nostro presente. Ammettiamo un tempo dilatabile solo a livello interiore, individuale, mentre la standardizzazione del tempo – quella che ci permette di prendere un treno o un aereo e sapere quando arriveremo – è l’unico spazio ammissibile del tempo sociale. Un tempo governato dal profitto (nella Comune di Parigi si sparava agli orologi!) e da un’ineludibile rete di cause ed effetti, sulle quali si regge il nostro mondo, un mondo previsionale, di elusione del rischio e di assicurazioni per risarcirlo, di multe inflitte come meccanismi di autocorrezione per chi non si incanala nel tempo standardizzato. Ma fuori della dimensione sociale il tempo è un’altra cosa e non è un caso se Riccardo Fazi – qui in veste di drammaturgo e di regista, autore di podcast di grande livello e “anima sonora” della formazione teatrale romana – sceglie una dimensione familiare per mettere in scena la sua detonazione delle nostre abituali categorie di tempo.

Ma che cos’è, al dunque, “Ashes”? Un concerto di voci – quelle dei bravissimi Marco Cavalcoli e Ivan Graziano, delle straordinarie Monica Piseddu e Arianna Pozzoli – e di suoni – eseguiti dal vivo da Lorenzo Tomio. Un giustapporsi di attimi, di auguri di capodanno, di mattine e sere in famiglia, di compleanni e di capricci, ma anche di sbadigli e grida, di insulti e manifestazioni d’affetto, di nascita e morte. Nella sincope della narrazione frammentata quasi incredibilmente tutto trova il suo posto, riuscendo, per dirla con Benjamin, a ricomporre l’infranto del passato. Non è un gusto del frammento per il frammento quello che prende piede sul palco, una ricerca fredda e analitica della scissione dei legami di senso; quanto piuttosto un’illuminare diversamente quei legami, pur rappresentati per salti temporali, che donano all’andamento non lineare di “Ashes” una dimensione calda, emotiva, amplificata dalla sonorizzazione.

È, come la definiscono giustamente gli autori nel loro programma di sala, un’aleph, un prisma borghesiano che ci lascia intravedere il tutto nell’uno, l’universo nell’atomo. Ed è una boccata d’aria dal punto di vista drammaturgico, perché in un tempo di apocalissi incombenti, di meccanismi della logica che sembrano curvarsi e saltare, l’unica narrazione davvero contemporanea è quella in grado di ricondurre la fragilità dell’esperienza umana alle dinamiche siderali e non umane, all’infinitamente grande e all’infinitamente piccolo in costante relazione con noi. Cos’altro ci informa della condizione di straniamento che si prova nel vivere in un’epoca geologica per la prima volta denominata con il prefisso antropos- (l’antropocene) che, proprio a causa delle ragioni di questo stesso prefisso potrebbe rivelarsi l’ultima della specie homo?

“Più pulisco e più si sporca / più invecchio e meno ricordo / tra un po’ non saprò più niente” si sente a un certo punto dello spettacolo, che con pochi elementi ci ricorda la nostra condizione di Sisifo, di esseri che sono nel mondo solo in quanto alla presa con una continua ed estenuante manutenzione del senso, che reclama aggiornamenti costanti e che è poi in fondo una condanna, una sconfitta annunciata. Con pochissimi altri elementi “Ashes”, sul finale, ci conduce alla vertigine temporale di un futuro che esplora – con un “rendering di visualizzazione” in grado di ricostruire una casa del secolo ventesimo – quella stessa quotidianità di giochi e affetti, di litigi e incomprensioni che abbiamo ascoltato fin lì, come un archeologo esplorerebbe gli abissi del passato. Un vertigine che ricorda (più come accelerazione narrativa che per la tematica) il finale de “Le particelle elementari” di Houellebecq. Cosa penseranno i vivi di allora dei vivi di oggi? È in questa domanda l’aleph dello spettacolo, un aleph che si staglia sulle ceneri del tempo.

In un suo celebre libro Carlo Rovelli definisce il nostro modo di avvertire lo scorrere del tempo come una specie di sfocatura. È quello che riusciamo a visualizzare attraverso i sensi della nostra specie. Non è qualcosa di “falso”, soltanto una visuale parziale, perché il tempo altrove nell’universo scorre in modo differente ma qui, rispetto alla nostra esperienza del mondo, scorre in questo modo. Allo stesso modo, ad esempio, sappiamo che gli atomi di cui siamo fatti sono composti soprattutto di vuoto, oltre che di particelle, ma non potendo vedere nell’uno né le altre la nostra sfocatura ci permette di vedere le forme – degli alberi, degli uccelli, delle persone. Dietro il tempo, dietro la realtà, c’è ben altro. “Ashes” ha l’ambizione di farcelo intuire senza spazzare via, ma anzi ricongiungendola al tutto, quella nostra personale, dolorosa e gioiosa, sfocatura.

[visto a Roma, Short Theatre, settembre 2022]

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