Shakespeare reboot. “R+G” di Cordella/Fermariello e “Otello” di Kinkaleri

illustrazione di Alessandro Gottardo per lo spettacolo “R+G”

Le drammaturgie di Shakespeare, si sa, costituiscono un universo immaginativo che sembra non smettere di riverberare sul presente e questo le rende allo stesso tempo una fonte inesauribile per i teatranti ma anche, inevitabilmente, un possibile passo falso. Giacché se è vero che le storie e personaggi ci parlano subito, è anche vero che questa rete di sicurezza può finire per rivelarsi controproducente e affossare l’idea che sorregge lo spettacolo. Quando invece emerge una cornice, un’angolatura precisa attraverso cui inquadrare i classici, questi rivelano ancora una volta tutta la loro forza.

Il tentativo di rileggere Romeo e Giulietta in chiave contemporanea messo in scena da Stefano Cordella, con una drammaturgia originale di Tommaso Fermariello che trasporta il dramma dei due amanti veronesi nel presente, va esattamente in questa direzione. Di chiara da subito che quella è la storia d’amore tra due adolescenti. Il titolo “R+G”, che ricorda il modo che hanno alcuni adolescenti di incidere i propri nomi incorniciati da un cuore, rimanda a Romeo e Giulietta ma è la storia di Riccardo e Gaia, due ragazzini del nordest che si incontrano ad una festa. Hanno le loro paure (Gaia quella di essere considerata grassa) e le loro emozioni irrefrenabili, hanno soprattutto quell’energia che rende senza compromessi i sentimenti, siano essi di odio o di amore. L’odio che, ad esempio, avvolge Gaia nei confronti del padre Lele, uomo d’affari fallito ma padre amorevole, che non riesce però a capire i sentimenti della figlia e le impedisce così di vedere Riccardo, innescando la spirale di eventi che porteranno al nucleo rovente del dramma. È Lele, un personaggio secondario, una delle figure più tragiche di questa storia: imprenditore a cui pignorano tutto, chiede aiuto al suocero – uomo ricco e importante – che per tutta risposta lo deride e lo scarica, e alla fine il fallimento costerà a Lele anche il proprio matrimonio, dovendo quindi lottare per l’amore della figlia che, comunque, sceglierà di stare con lui. È un uomo che viene risucchiato dalla spirale di eventi disastrosi, all’apparenza inevitabili, in realtà frutto del modo in cui sono coggnegnati i rapporti (economici, sociali, sentimentali) nella propria società: non diversamente, insomma, da quanto avveniva per Montecchi e Capuleti.

Un altro personaggio secondario, Mercuzio, è a sua volta la figura più poetica di questa storia. Ragazzino scapestrato, che vuole mangiarsi il mondo, frequenta con Riccardo le feste al Mab, l’ex fabbrica trasformata in locale dove si incontrano Gaia e il suo amico, vende erba, si sente invincibile. Si sente, soprattutto, finalmente il protagonista del suo film – ma alla fine, quando verrà pestato da tre ragazzi per questioni legate alla droga, capirà fatalmente che è solo un comparsa. C’è in lui tutta l’eco dell’esuberanza del personaggio shakespeariano, ma anche una sorta di tenerezza verso chi non compie felicemente la propria parabola di vita, un personaggio secondario appunto, o un’adolescente che dietro la sua voglia di vita cela la fragilità di sentirsi, in fondo, marginale.

È insomma l’adolescenza la protagonista di questo spettacolo, che è un piccolo ma coinvolgente congegno (e lo è grazie anche alle musiche live di Gianluca Agostini, oltre che alla leggerezza e l’intensità dei due giovani attori, Caterina Benevoli e Duccio Zanone). È un piccolo spaccato di come dramma e commedia, gioia e dolore possano addensarsi repentinamente come nubi in mare aperto sulle esistenze dei ragazzi, e con la stessa forza implacabile, cambiando in una frazione di secondo tutto il quadro dell’esistenza. Gaia/Giulietta, da questo punto di vista, è il personaggio meglio tratteggiato dalla drammaturgia di Fermariello, che per fortuna rifugge tutti gli stilemi artefatti della rappresentazione dei “giovani” che infestano certo teatro e certa letteratura, ma probabilmente pesca dal proprio vissuto, dal ricordo, perché l’unica adolescenza che possiamo, da adulti, raccontare, è alla fine la nostra. Così facendo, però, coglie degli stati d’animo che hanno sempre corso in tutte le generazioni; e forse per questo “R+G”, spettacolo certamente “per tutti”, sarebbe forse ancora più indicato per gli adolescenti.

Su tutt’altro fronte si muove il corale “Otello” dei Kinkaleri, una performance scura e potente che attinge alla danza e “scrive” – è il caso di dirlo – una coreografia basata sulla coralità e sull’esplosione del testo. Ma forse più che esplosione dovremmo usare la parola espansione, perché se è vero da un lato che non ci sono personaggi, ma solo frammenti di testo incarnati ora dalla voce ora dai corpi – che nella fase centrale della performance compongono figure collettive che vanno a creare lettere e quindi parole – è altrettanto vero che non è la deflagrazione, una frammentazione caotica, a reggere il rapporto tra i performer e la tragedia del Moro, quanto piuttosto il tentativo di far emergere, come in un “blow up” fotografico, alcuni del momenti cardine della tragedia. Lo spettro del tradimento, l’omicidio (o femminicidio), la furia di Otello, fanno la loro comparsa in modo netto e consequenziale, andando a far emergere dal nero della scena il nero di una storia di inganni e di morte che assume i toni della contemporaneità senza smarrire la radice shakespeariana. Vuota e nera la scena, nero un grande tappeto danza gonfiabile che nell’ultima parte del lavoro si alza e sovrasta le coreografie del quartetto in scena come un presagio; tutto è lasciato all’emersione da questo oceano di nero, dei corpi quanto delle parole, che a volte si confondono – come quando i quattro performer si trovano sotto un telo nero, o le parole vengono stressate e stirate fino al parossismo – e altre si stagliano con nettezza pittorica. Forse un po’ troppo esasperata la partitura vocale in certi momenti dello spettacolo, è però un eccesso che non toglie forza al complesso di questo “Otello” coreografato, che poggia la sua forza espressiva sulla straordinaria presenza scenica dei quattro performer – Michael Incarbone, Chiara Lucisano, Caterina Montanari, Michele Scappa, – tutti bravissimi, dalla straordinaria intensità fisica, che fa apparire naturali e senza sforzo posizioni complesse e di grande tensione corporea.

È in ultima analisi, questa creazione di Kinkaleri, un atto d’amore alle parole compiuto con il corpo. Cosa non semplice, niente affatto scontata, che ci consegna alcuni elementi del dramma shakespeariano come cristalli di senso che si innestano in una coreografia alla quale, in fondo, non occorre fare altro che abbandonarsi.

“R+G” visto a Venezia, Teatro Goldoni
“Otello” visto a Roma, Short Theatre

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